Sono io responsabile di mio fratello? Storie di filantropia a Jewish in the City #150

di Ilaria Ester Ramazzotti

filantropiaSono io responsabile di mio fratello? Risuona lungo tutta la storia degli uomini la celebre domanda che Caino rivolge al Signore, quando gli chiede conto di suo fratello Abele. E noi, siamo attenti e solidali gli uni verso gli altri, in famiglia, in comunità, nella società intera? Ci sentiamo corresponsabili della realtà che siamo chiamati a costruire? E che cosa facciamo? A queste domande hanno risposto gli ospiti intervenuti al dibattito sulla filantropia ebraica tenutosi domenica 29 maggio a Milano negli spazi della Società Umanitaria, proposto nel ventaglio delle iniziative del festival di cultura ebraica Jewish in the City #150.

La conferenza, organizzata in collaborazione con ADEI-WIZO e con l’associazione di cultura ebraica Hans Jonas, è stata introdotta dal presidente della Società Umanitaria Piero Amos Nannini, dalla presidente di ADEI-WIZO Italia, Ester Silvana Israel, e moderata da Simone Mortara, vicepresidente di Hans Jonas. Hanno partecipato il rabbino David Sciunnach e il rabbino Igal Hazan di Milano, lo storico Andrea Bienati, il filosofo Duccio Demetrio, il fondatore dei City Angels, Mario Furlan. Si sono avvicendati voci, esperienze e spunti di riflessione differenti, accumunati dalla ricerca di risposte da dare ai bisogni, in senso solidale e sociale.

“Ogni figlio di Israel è responsabile verso l’altro, che va sostenuto – ha detto Rav Sciunnach -, tutti ne siamo responsabili e non solo economicamente, ma anche socialmente”. “ADEI-WIZO aiuta le donne a riconoscere il loro valore”, ha sottolineato per esempio Ester Silvana Israel. Tutto in linea con il concetto ebraico per cui “l’essere umano collabora con il Signore”, come ha ricordato Simone Mortara, e con il tema della tzedakà, parola ebraica mal tradotta con ‘beneficenza’, che non significa “carità, ma giustizia riparatrice”.

“Nella Genesi è scritto che l’uomo è creato con un’indole verso il male, perché senza il male l’uomo non potrebbe progredire spiritualmente usando il libero arbitrio per scegliere il bene – ha spiegato rav Sciunnach -. La Torah ci dà regole per relazionarci con il Signore, l’uomo, il mondo” per “rispettare i diritti di vedove, orfani, stranieri, servi” e “per riequilibrare e ristabilire equità sociali ed economiche”. Le “norme morali ed etiche dei Pirkei Avot, che studiamo in questo periodo che va da Pessach a Shavuot”, insegnano che “chi è amato dagli altri uomini è amato anche dal Cielo” e che “ciò che l’uomo fa in questo mondo ha un riflesso nel mondo superiore”. Il mondo dove viviamo “si poggia sullo studio della Torah, sul servizio divino, sulle opere di misericordia” e  “giustizia, verità e pace” sono i suoi fondamenti.

“Sollevarsi da sé medesimi”, diceva Moisé Loria, fondatore della Società Umanitaria, ha citato invece Duccio Demetrio per sottolineare dell’importanza della formazione e dell’educazione, personale e civica. Un ‘sollevarsi’ dell’uomo, ha detto il filosofo e scrittore, oltre che operatore per il sostegno dei carcerati, che può scaturire dall’educazione per gli adulti fatta per “valorizzare l’individuo e la sua emancipazione” e “riconducibile al fatto stesso di esistere, all’insegna della valorizzazione della vita e dell’attenzione al soggetto, alla sua unicità, al “fratello di cui siamo responsabili” oggetto del passo biblico. Da qui, anche l’importanza della scrittura, dell’introspezione e del dialogo, della biografia e dell’autobiografia personale.

Ha proseguito sul tema dell’educazione Andrea Bienati, portando l’esempio di Aurelia Josz, “filantropa, idealista, educatrice, creatrice di centri di formazione professionali e di didattiche di apprendimento”, ebrea morta ad Auschwitz nel 1944, fondatrice nel 1902 della prima Scuola Pratica Agricola Femminile all’Orfanotrofio della Stella di Milano, poi trasferita a Niguarda. Una protagonista del Novecento milanese, eppure scarsamente citata e conosciuta.

“Abbiamo instaurato una bella collaborazione con la Comunità Ebraica di Milano, in occasione della raccolta di prodotti per i senzatetto e i profughi, che noi assistiamo”, ha detto Mario Furlan, raccontando l’esperienza dei City Angels a partire dal “valore della solidarietà verso gli altri, senza giudicare”, dell’operare “col sorriso, con le parole buone, per aiutare la povertà interiore, che è la solitudine”, ricordando che con la crisi “vengono persone che non sono ancora ‘senza tetto’ a chiedere cibo e vestiti – sottolinea a proposito della destinazione delle risorse della solidarietà -, e “come diceva Rashì, è più facile aiutare un uomo che sta per cadere dall’asino che un uomo che è già caduto”.

Sempre sul tema dell’aiuto a chi ha di meno, è intervenuto Rav Igal Hazan, organizzazione della mensa sociale kasher Beteavòn di Milano, nata “pensando a una fascia sociale forse volutamente trascurata, ma che con la crisi si è impoverita”, persone “con un livello di dignità e di orgoglio, che soffrono in silenzio”. Sono 700 i pasti quotidianamente distribuiti “facendo rete con i servizi sociali della Comunità Ebraica di Milano, i servizi del Comune, la Caritas e la Comunità di Sant’Egidio”. “Come dice il Talmud, più di quanto il vitellino voglia bere il latte della mucca, la mucca vuole allattare il vitellino”: il Signore ha “fondato il mondo sul concetto del bene, su dare e ricevere” e “ognuno svolge il suo ruolo. Fa parte del progetto di vita universale”. E, a partire concetto di rete, Rav Hazan ha annunciato il nuovo progetto di appoggio morale Midor Vador, da generazione a generazione, pensato per far incontrare anziani bisognosi di compagnia e giovani volontari.

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