Memoria come Progetto: presentazione del Progetto Memoriale della Shoah di Milano

di Daniela Cohen

 

L'atrio del Memoriale (Foto Andrea Martiradonna)

L’atrio del Memoriale (Foto Andrea Martiradonna)

Dopo la magnifica e intrigante esposizione architettonica su come è stato  concepito e costruito il Memoriale da parte dell’architetto Guido Morpurgo, che ha ricordato la socia e coautrice del Memoriale Annalisa de Curtis, è ora il momento di affrontare un argomento definito Memoria come Progetto.
Ma prima interviene l’architetto Luca Zevi, che parla di musei della memoria di tutto il mondo, in modo appassionato e denso di visioni davvero interessanti, facendo riflettere il pubblico su elementi che hanno permesso costruzioni e creazioni alternative col passare del tempo.

Il moderatore prescelto  è il giornalista e scrittore Antonio Calabrò, gli ospiti sono Fulvio Irace, architetto e storico dell’architettura; Danilo Eccher, critico d’arte e curatore; Roberto Mordacci, filosofo, Preside Facoltà di Filosofia Università Vita-Salute
San Raffaele; Stefano Velotti, filosofo, Università La Sapienza e Mario Botta, architetto. “Da vecchio cronista” inizia Calabrò, “ricordo che si diceva: ‘Per cancellare il nazismo ci vuole la democrazia’ ma ora viviamo una pesantissima stagione di crisi, come se ci fosse una tecnocrazia della casta da una parte e il populismo dall’altra. Discutere sulle memorie aiuta ad allargare, poiché sembra di vivere oggi su un sentiero strettissimo”.

L’introduzione si sofferma su come oggi Paesi come Ungheria, Polonia, i Balcani e altri ci fanno scoprire che non c’è più una élite con la forza di assumere su se stessa la responsabilità delle scelte. “I muri – prosegue – perfino dove muro non c’è come il Mediterraneo, vedono le migrazioni che sconvolgono, stragi e muri di cemento. Su questa frontiera costretta ad accogliere, negandosi, l’Europa si gioca nel Mediterraneo. Più si passa del tempo con la comunicazione totale della rete e più si sente la necessità di un discorso lungo, capace di confrontarsi, come sta avvenendo qui, oggi”.

Prende così la parola l’architetto di fama mondiale Mario Botta, nato in Svizzera ma laureatosi a Venezia, che ha scritto L’etica di costruire dimostrando così il suo carattere. “Io ho cercato di produrre una sinagoga, a Tel Aviv per una università Cymbalista e l’ho fatto tra il 1996 e il 1998. Quando me lo chiesero, volli discutere prima con gli studenti
e sono andato a trovarli negli scantinati dell’università, scoprendo che si radunavano laggiù per leggere la Torà mancando un luogo idoneo. Pensai che se c’era lo spazio per una piscina e per gli studenti che volevano nuotare, doveva esserci anche un luogo di preghiera, voluta sotto la pressione degli studenti stessi. L’Accademia aveva accettato ma con delle condizioni: volevano evitare che i religiosi formassero un ghetto contrapposto ai laici”.

Per evitare tale conflittualità, Mario Botta ha trovato il modo per risolvere la convivenza tra laici e religiosi. “Mi è sembrato giusto provare a farlo usando un luogo che unisse lo spazio dove si custodisce la Torà con un luogo di dibattito, una sala di conferenze per dare spazio anche ai laici”. È nato così un progetto che parve una scommessa: “Ho pensato: perché non creare due luoghi identici e unire le identità con uno zoccolo comune dove ci fosse l’incontro, un punto di ristoro e un museo che raccontava la vita degli uni e degli altri? Così è nata l’idea di due cloche rovesciate dove la preghiera e il dibattito ideologico fossero identici e vicini, evitando che funzioni diverse avessero forme diverse, contrariamente allo stile Bauhaus dove idea e forma devono sempre essere differenti. Ho cercato di immaginare – racconta ancora l’architetto a un pubblico che vede proiettate sul grande schermo le geniali immagini dei disegni del progetto, – una luce zenitale identica, che però è diversa. Non è vero che due forme identiche abbiamo lo stesso spazio, la luce risulta diversa! Ma è stata un’idea felice e il progetto è molto piaciuto per l’equilibrio ideologico”. È solo entrando all’interno di questi luoghi che si distinguono: le foto proiettate ci mostrano spazi assai grandi e capienti, oltre che in legno e vetro, con ingressi di luce dall’altro e dai lati con effetti magistrali, senza contare che la parte alta tonda è di grande effetto visivo.

Ma sono gli arredi a chiarire che in uno spazio c’è la sinagoga con l’armadio per custodire i rotoli della Torà e dall’altra parte ci sono tavoli e panche, librerie e quanto serve per incontrarsi e discutere. “L’insegnamento di questa mia esperienza è che i conflitti si possono esasperare per comprenderli meglio, oppure risolverli all’interno di ognuno di noi” afferma saggiamente Botta. “Più la velocità si accelera, più noi dimentichiamo: questo è il problema della globalizzazione. Bisogna superare il conflitto tra laici e religiosi”.

Quanto mostrato sembra la quintessenza del successo di tale intenzione. Riprende il microfono Antonio Calabrò: “Ricomporre i conflitti è proprio ciò che dovrebbe fare la democrazia” e passa la parola a Roberto Mordacci, filosofo. “Come la memoria può far parte di un progetto architettonico? Ricordare è diverso dal semplice tornare sul luogo dove qualcosa è accaduto ma significa fare un passo avanti” afferma Mordacci che si interroga: “Il passato ha senso solo se lo riviviamo con nuova azione? Quale progetto ci attende?”. A questo punto il filosofo, che è preside alla facoltà di filosofia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele, cita Sant’Agostino e si dilunga su aspetti ricordati dal santo per poi proseguire: “Qual è il progetto che ci porta la memoria della Shoah? La ferocia dell’uomo ha smentito ogni progetto e, se nessun progetto è possibile, dopo aver visto dove porta il trionfo della razza e cose simili, saremo un popolo senza futuro. Per non cadere in quello, bisogna tenere il senso morale che le memorie ci hanno presentato, per sapere che ‘almeno non così’. Questo è accaduto e non va accettato”.

È  il turno di Danilo Eccher, critico d’arte, che parlerà di artisti: “Sul rapporto fra arte e memoria avevo pensato a un discorso ma, trovandomi all’interno di questo luogo, temo di dover modificare quanto dirò. La memoria è anche pensare per immagini, l’arte lo sa bene. Il potere dell’immagine ha una dimensione d’impatto, come il quadro di Magritte con dipinta una grossa pipa intitolato ‘Questa non è una pipa’. La memoria rivela e cela, le immagini sono sintesi visionarie che non potranno mai rincorrere il vero”. Con queste suggestioni, il bravo Danilo Eccher racconta di aver visto lo Yad Vashem e il video che all’ingresso racconta del popolo ebraico fino agli anni ’30 utilizzando un linguaggio cinematografico, che meno sottolinea il dato dell’inganno. “Lo sviluppo della memoria da parte degli artisti ha più aspetti; lo storico si serve della documentazione e anche in questo caso io vedo un coefficiente di rischio molto alto, perché la tanta documentazione, la ricostruzione dei dati accumulati all’interno del luogo, non è la verità ma sono esperienze, per un artista. Qualunque tentativo di misurarsi con la storia è destinato a fallire. Il dato mnemonico è ingannevole e ci vuole inganno, percezione e suggestione, toccando i tasti della figurazione e allora tocco nervi sensibili, capaci di modificare la percezione del reale”. Sconcerta ma illumina questo discorso apparentemente ingiusto, pronunciato in un luogo della memoria così profondo come Binario 21, eppure Eccher dice cose sensate che vanno comprese con attenzione. “Non si deve temere di riconoscere un elemento ingannevole della storia” conclude, “riconoscendo l’utilità della dimenticanza. Quella possibilità di cancellare il sovraccarico di informazioni che subiamo, nell’ambito dell’arte, dell’architettura e della politica”.

È il momento di Stefano Velotti, altro filosofo: “Oggi si calunnia la memoria” afferma iniziando, “perché blocca la storia. Ma vorrei presentare una serie di termini fra memoria e progetti: sono tutti antinomici, sono termini contradditori. Occorrono tempi, vale a dire soldi, e spazi, cioè architetti, per offrire una vita civile. Bene ha fatto Guido Morpurgo che ha creato gli spazi di riflessione all’interno di questa enorme struttura, diversamente dai musei che ti imprimono il contesto e sono multimediali, ne esci che già si è dimenticato tutto, annientati dalla superficialità. La desertificazione della cultura italiana è un prosciugamento della vita, ben illustrato in tanti esempi visti proprio qui oggi”. È un punto di vista che rende giustizia a come questo Memoriale sia stato concepito e realizzato.

Prende la parola lo storico dell’architetura Fulvio Irace: “Alla Biennale di Venezia esiste un luogo in cui si discute sulla negazione di Auschwitz: entri in un luogo e sbatti su oggetti, tra cui una porta ricostruita con un lato con la maniglia per i guardiani, dall’altra parte no, come quelle di campi di concentramento. Queste rievocazioni tridimensionali si affiancano ai muri dove stavano le riproduzioni degli ordini tedeschi, come fossero opere d’arte. Ho pensato: come mai? Le carceri e i campi di sterminio hanno avuto architetti, eppure l’immagine può procurare un brivido maggiore per riportare la memoria, senza che questo si fondi su documentazioni precise”.
Insomma, afferma Velotti, “L’emozione ricorda… C’è sempre il rischio della manipolazione ma è un rischio, mentre memoria e oblio sono una coppia in cui l’uno ha bisogno dell’altro. Berlino ha distrutto il muro eppure poi si è voluto rievocarlo con artisti che lo hanno riprodotto. Berlino rappresenta questa costante schizofrenica capacità di ricordare e dimenticare, tipica dei tempi che viviamo. Come Milano, tra i grattacieli vicino a Garibaldi e la riapertura dei Navigli, tra futuro e passato di una città che forse ha perso la sua identità. Qui l’eccesso di conservazione, là l’ipermodernismo, è una storia troppo élitaria per poterla decodificare contro il proliferare selvaggio di troppi propositi”.

Secondo Velotti dovremmo tentare di costruire nuovi momenti di storia critica che chiami tutti alla propria responsabilità e cita Leopardi che diceva come l’uomo si distingue dall’animale perché ha memoria. “Un progetto per essere davvero memoriale deve avere zone d’ombra –  asserisce convinto. – Il progetto è tanto più imperituro quanto più tiene spazi da decifrare, oggi e in futuro”. Hanno così parlato tutti ma Rav Roberto Della Rocca, direttore scientifico di Jewish in the City #150, prende la parola conclusiva: “La memoria istituzionale può diventare una scorciatoia identitaria per molti ebrei. È molto più facile sentirsi ebrei perché lo era tuo nonno piuttosto che studiare ogni giorno una pagina di Talmud”.

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