Rav Arbib all'apertura di Jewish in the City

Jewish in the City: la prima giornata alla sinagoga centrale di Milano

di Paolo Castellano
La seconda mattinata della quarta edizione del festival Jewish in the city alla sinagoga centrale di via Guastalla è stata intensa e stimolante: ricca di spunti di riflessione per il futuro, con alcuni momenti all’insegna della risata. Gli incontri del 2 dicembre sono stati introdotti dai saluti istituzionali dei rappresentanti della Comunità ebraica di Milano e del Comune di Milano. Moderati da il vice-assessore alla cultura Gadi Schoenheit, sono intervenuti Raffaele Besso (co-presidente della Comunità di Milano), Filippo Del Corno (assessore alla Cultura del Comune di Milano), Renato Saccone (neoprefetto di Milano) e Rav Alfonso Arbib (Rabbino capo di Milano).

(Qui il video degli interventi)

I discorsi d’apertura hanno avuto come minimo comune denominatore la speranza per il futuro, nonostante le ombre del presente. Il prefetto Saccone ha insistito sui valori della democrazia che “si arricchisce grazie al rapporto tra identità e differenze”. «La divisione ci impoverisce e imbarbarisce. La democrazia tutela la ricchezza delle differenze», ha dichiarato il prefetto di Milano. «La nostra città sta vivendo un’intensa fase di vivacità culturale, anche se la ricchezza culturale della nostra città non riesce ad essere la nota determinante della cupezza dei nostri tempi», ha sottolineato Del Corno ricordando che ancora oggi circolano quelle “parole che riportano i fatti del tempo delle leggi razziali”. Parole alle quali dobbiamo esprimere la più ferma riprovazione. Allo stesso modo, Besso ha ribadito l’ammonimento dei suoi predecessori: «L’ebraismo vivo si nutre del passato e si proietta verso il futuro».

Rav Arbib ha infine concluso l’apertura del festival con un ragionamento sul valore simbolico della luce, tema della kermesse culturale ebraica dal titolo Milano, luci per la città. «La luce è un simbolo universale. Esistono tuttavia diverse interpretazioni della luce». Arbib ha citato Rav Soloveitchik, uno dei rabbini più importanti del Novecento, che commentò un verso della Torah riguardante la promessa di discendenza di Abramo: «Si dice che la sua discendenza sarà come le stelle del cielo. Le stelle del cielo però come luce e non come numero. Noi ebrei non siamo tantissimi. Le stelle sono il simbolo della luce che convive con il buio». Il Rabbino capo di Milano ha infatti dichiarato che quando calano le tenebre non si distingue più nulla. «Maimonide dice che il buio sono le idee che vengono accettate dalla società così come sono, senza critiche», ha specificato Rav Arbib, sostenendo che la luce sia allora il simbolo del ragionamento che si contrappone all’omologazione delle ideologie. «La tradizione ebraica ha questo obiettivo: provare a pensare e ad agire diversamente, affermando la propria identità», ha concluso il Rabbino Capo, aggiungendo che il buio – come ricordava il rabbino Naftali Amsterdam – “non se ne va via, ma si nasconde”. «Sbagliamo se pensiamo di aver scacciato definitivamente l’oscurità».

Da sinistra, Massimo Recalcati e Rav Roberto Della Rocca a Jewish in the City

Da sinistra, Massimo Recalcati e Rav Roberto Della Rocca a Jewish in the City

Massimo Recalcati e Rav Roberto della Rocca sull’educazione dei figli

Dopo i saluti istituzionali, si è svolto l’incontro Il cammino di Rav Laras: la luce dell’educazione tra resistenza e ricostruzione, che è stato moderato da Andreé Ruth Shammah (direttrice del Teatro Franco Parenti). Durante l’evento sono intervenuti Massimo Recalcati (psicoanalista e scrittore) e Rav Roberto della Rocca (direttore scientifico di Jewish in the city).

Dopo aver ricordato affettuosamente la scomparsa di Rav Giuseppe Laras, Andreé Ruth Shammah ha chiesto a Recalcati un’opinione sulle sfide educative dei genitori al tempo d’oggi. Lo psicoanalista ha inizialmente citato il filosofo francese Emmanuel Lévinas, che sostenne l’unicità del figlio, anche in famiglie numerose. «Lévinas sosteneva che ogni figlio, in quanto figlio, è un figlio unico che porta con sé i tratti dell’insostituibilità». Recalcati ha dunque dichiarato che un bravo genitore deve intuire le necessità singolari di un figlio, per accedere il desiderio, con l’obiettivo di allontanare un gioventù depressa: «Se una vita non è illuminata dal desiderio non è vita, è morte». Lo psicanalista ha poi sostenuto che senza il desiderio la vita si ripiega su sé stessa. «Oggi c’è molta depressione nella nostra società perché c’è molto godimento e poco desiderio», egli ha aggiunto. Secondo lo scrittore, il godimento è un’ombra buia che non dà soddisfazione. La soddisfazione infatti non è la ricerca del nuovo; non sono i nuovi amori, i nuovi oggetti, le nuove vite. «La felicità è amare quello che si ha e rendere grande quello che si ha. Il nuovo è la luce che illumina lo stesso. Il nuovo è tra noi», ha dichiarato Recalcati.

Rav della Rocca ha invece insistito più sulla pedagogia ebraica: «Il buon genitore è colui che educa il fanciullo secondo la sua inclinazione». Rav Della Rocca ha poi ricordato che il termine Chanukkà viene dalla radice ebraica che significa educazione. L’olio del candelabro è il liquido che si distingue dall’acqua. Seguendo l’analogia, l’educatore quando si dedica a una persona deve portare a galla le potenzialità originarie del discepolo. «Un educatore rischia di essere un manipolatore quando allontana il fanciullo da ciò che desidera», il rav ha specificato, illustrando ai presenti gli errori della prima famiglia biblica: «Caino nasce già nominato , senza una gestazione, né un parto,  né una scelta condivisa di un nome. Poi nasce Abele, che significa NULLITA’, che infatti è definito ” il fratello di” …..».

«Caino è stato soffocato dall’amore della madre», ha fatto notare Recalcati, che ha poi citato Jean Paul Sartre: «Quando i genitori hanno dei progetti sui figli, i figli sono destinati all’infelicità». Allora qual è il metodo efficace per educare un figlio? Secondo lo psicanalista-scrittore, sono fondamentali le regole, che però non devono essere confuse con la legge. «L’educazione è mettere nel cuore del figlio il senso della legge. Se io non uccido non è perché ho paura della punizione ma perché sono contro una legge, che è l’insieme delle regole», ha affermato Recalcati. Tuttavia, i figli hanno bisogno di disobbedire alle leggi. «Noi mettiamo una regola perché diamo al figlio la possibilità di trasgredirla. I figli hanno diritto alla rivolta. La legge è l’effetto di senso di colpa che origina il senso di responsabilità della trasgressione. Questa è la legge», ha specificato Recalcati.

Il conflitto familiare spezza le catene della solidarietà tra consanguinei. Come ha ricordato Rav Della Rocca, rievocando alcuni passi biblici dell’Esodo, “non si può diventare un popolo se prima non si impara a diventare una famiglia”. Il Rav ha ribadito l’importanza del perdono e dall’ammissione della colpa nei confronti degli altri: «Dopo che è stato venduto dai fratelli, Giuseppe pretende delle scuse. Non fa ciò per umiliarli ma per vedere se hanno imparato la lezione. I fratelli infatti gli chiederanno scusa per 3 volte. Da qui, la regola secondo cui quando un ebreo fa del male a qualcuno, deve chiedere scusa almeno 3 volte. Dopo di che, se le scuse non vengono accettate, si è liberi da ulteriori pentimenti». Rav Della Rocca ha poi sostenuto che ancor prima del perdono ci voglia l’assunzione di responsabilità. Egli ha poi spiegato che le radici della parola ebreo significano “saper dire grazie” e “riconoscenza”. «L’ebraismo è una religione di doveri. Non abbiamo il diritto di vivere, ma il dovere di farlo. Questo ci porta ad assumerci delle responsabilità. Ognuno di noi, come i personaggi biblici, può trasgredire. La grande scommessa è dire “ho sbagliato”, perché non esiste nessun peccato originale ma una riparazione continua».

Anche Recalcati è poi intervenuto sul tema della concordia in una comunità, citando l’episodio biblico della torre di Babele. «Stare insieme è un esercizio faticoso, un continuo lavoro di traduzione. La democrazia non è imporre una maggioranza, ma far convivere le differenze», ha chiarito lo psicanalista. Rav Della Rocca ha infine spiegato che il concetto di minoranza è presente nel Talmud: «Il Talmud è la nostra lettura specifica della Bibbia, ed è anche un codice legale assai raro: accanto all’opinione di maggioranza è sempre riportata l’opinione di minoranza, come tasso di democrazia. Viene rispettata la minoranza anche se la norma è approvata dalla maggioranza, perché anche la minoranza ha un diritto di cittadinanza».

David Parenzo nello spettacolo "L'ebreo fulminato" a Jewish in the City

David Parenzo nello spettacolo “L’ebreo fulminato” a Jewish in the City

Risate con David Parenzo e il suo spettacolo “Un ebreo fulminato”

L’ultimo evento della mattina del 2 dicembre nella sinagoga centrale di via Guastalla è stato animato dall’irriverenza del giornalista David Parenzo (conduttore del programma radiofonico La Zanzara di Radio24) che ha portato in scena uno stralcio del suo spettacolo Un ebreo fulminato. Dopo l’ampia introduzione, in cui Parenzo ha fatto ironia sulle festività ebraiche e sull’attualità politica, ha intrattenuto il pubblico con un siparietto in cui ha scherzato con Andreé Ruth Shammah. Sono poi saliti sul pulpito due “attori improvvisati” che hanno indossato una tunica per rappresentare la prigionia di Giuseppe: il patriarca si era rifiutato di giacere con la moglie di Potifar e così la donna lo fece rinchiudere nelle segrete. In cella Giuseppe conosce due personaggi: il ministro coppiere e il ministro panettiere. «Ho scelto questo passo perché  in quel frangente Giuseppe accende una luce. Nonostante il pessimismo dei due ministri, Giuseppe rimane allegro e speranzoso». Lo spettacolo è stato musicato dal clarinettista Ruben Vitali.

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