Jewish in the City #150. Che cos’è una comunità?

di Roberto Zadik e Nathan Greppi

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Un dibattito a tre voci, una discussione stimolante e estremamente attuale, che nell’ultima giornata di Jewish in The City #150, martedì 31 maggio, ha avuto come oggetto la realtà comunitaria milanese e italiana e la sua definizione; la situazione attuale e una serie di riflessioni e di proposte per il futuro e in rapporto alla società circostante.

A confronto tre relatori di spicco, il Rabbino Capo Rav Alfonso Arbib, Rav Alberto Somekh e Brunetto Salvarani, teologo, saggista e critico letterario, che hanno dialogato fra loro alla Sinagoga di via Guastalla. A cominciare è stato Rav Arbib che, collegandosi alla festività di Shavuot che cadrà fra due settimane,  ha parlato del momento in cui il popolo ebraico si accampò sotto il Monte Sinai per ricevere il dono della Torah, argomento di questa importante ricorrenza del calendario ebraico. Citando un Midrash, il Rav ha spiegato che durante quell’attimo “gli ebrei erano come una sola mente e un solo cuore”. Ma una Comunità ebraica può essere così? «Ovviamente no – ha subito affermato il Rav – noi ebrei amiamo molto discutere; contrasti e contrapposizioni abbondano in una realtà comunitaria. Abbiamo tutti caratteri diversi e identità diverse e le divisioni nelle Comunità ci sono sempre state. Sotto il Sinai era semplice essere uniti perché c’era il dono della Torah». Subito dopo si sono alternati Salvarani e Rav Somekh. Il Rabbino ha sottolineato, partendo da un commentatore come Eleazar di Worms e da un suo scritto sulle differenze fra città e campagna, che “città” in ebraico si dice “ir”, parola che ha la radice comune col verbo “svegliarsi” e questo non è un caso. «Gli ebrei, contribuendo alla vita cittadina, svegliano le città; le comunità ebraiche sono emanazioni della città ideale e del luogo in cui esse si trovano, sono come delle ‘città nella città’. Una comunità ebraica è la somma di tante anime e senza anima esse non possono esistere».

Brunetto Salvarani, teologo e critico letterario, ha  espresso la propria felicità, sia per essere intervenuto al Tempio di via Guastalla per la prima volta, sia per come si è svolto il festival Jewish in the City #150. Dopodiché, ha cominciato a parlare con una domanda semplice e complessa allo stesso tempo: Che cos’è una comunità? In teoria, per quanto riguarda una comunità ebraica, consiste in un gruppo di ebrei che vivono in una data località e hanno una guida e istituzioni ben definite. Ma a questo punto sorgono altri quesiti: di una comunità fanno parte solo i religiosi o anche i laici? E quale rapporto ha essa con il resto della città? Il relatore ha poi continuato affermando che oggi i goyim sanno molto di più sugli ebrei e su Israele rispetto a una volta, ma sanno ancora poco sul concetto di Comunità Ebraica.

Qual è la situazione delle Comunità italiane oggi? Su questo punto Rav Somekh  ha detto che «tanti elementi sono cambiati rispetto al passato, quando la Comunità veniva inquadrata dai suoi iscritti come baluardo di difesa e di protezione dalle persecuzioni esterne. Le maggiori discussioni attualmente sono sull’impostazione che si vorrebbe dare alla Comunità e sulle aspettative e i desideri legati ad essa. In Italia ci sono oggi venticinquemila ebrei. Le nostre Comunità italiane –  ha aggiunto  –  sono una realtà complessa, formalmente ortodossa, ma tanti sono i problemi. C’è molta difficoltà a tenere i giovani attaccati alla vita ebraica e non solo comunitaria». A questo proposito, Salvarani e Rav Somekh hanno messo in luce problematiche comuni al mondo ebraico e a quello cattolico, la difficoltà a comunicare fra generazioni, l’indifferenza di tanti giovani riguardo a problematiche astratte. «I giovani –  ha detto Somekh – sono spesso interessati più all’aspetto pratico delle cose, al ‘come’ si fanno, piuttosto che, come in passato, sul ‘perché’ si fanno». C’è poi una certa “indifferenza” rispetto al clima di contestazione e di ribellione che si viveva ad esempio negli anni ’70.

Il Rav ha evidenziato come, diversamente da altre religioni, nel mondo ebraico ci siano alcuni strumenti per risolvere queste criticità anche se «i risultati a volte sono tutt’altro che lusinghieri»: il patrimonio storico culturale e non necessariamente religioso comune a tutti gli ebrei italiani, fatto di esperienze storiche e famigliari non sempre felici; il legame con Israele, che costituisce un polo d’attrazione per tutti gli ebrei, sia per i più osservanti sia per i più laici. E poi l’applicazione dei precetti, le Mitzvot, perché, ha ricordato Rav Somekh, «per noi la pratica è fondamentale e siamo caratterizzati da azioni guida più che da ricerca di consenso e di riflessioni teoriche, che comunque ci sono».

Tante le differenze e i punti in comune fra la società italiana di oggi e il mondo ebraico. Brunetto Salvarani ha ribadito la necessità di «cercare i punti di contatto, operando verso una ‘unità nelle differenze’; rispetto al passato oggi sappiamo molto di più a proposito del mondo ebraico.  Ci sono i Festival, le Giornate della Memoria, ma ancora oggi in Italia fatichiamo a comprendere veramente le diversità e di chi siano veramente gli ebrei non abbiamo un idea chiara». Conservazione dell’identità, formazione dei giovani, interazione con la società e il mondo esterno: questi sono gli obiettivi e i valori di una Comunità ebraica oggi, secondo i due relatori che hanno ricordato, specialmente Rav Somekh, come nel mondo ebraico sia fondamentale mediare fra Giustizia e Misericordia, essere sia rigorosi sia comprensivi e puntare sulla conoscenza dei testi, lo studio e la sapienza «unendo – ha ribadito – cervello e cuore. È molto importante saper trasmettere i valori e la cultura ebraica alle giovani generazioni; dobbiamo saper agire anche col cuore e non mettere tutto su un piano razionale». Negli ultimi anni è aumentato l’impegno nel rimanere legati alle radici, ma è molto difficile. «Noi ebrei abbiamo un patrimonio culturale che tiene uniti sia gli ebrei più osservanti sia i meno religiosi».

In seguito Salvarani ha ripreso il discorso, sostenendo che c’è un problema legato ai linguaggi usati nei dogmi, linguaggi legati al passato che oggi hanno perso una parte del loro significato. Poiché a volte lo Stato ha difficoltà a rapportarsi con le minoranze, chiede a Rav Somekh come si può rapportarsi con gli ebrei.

Rav Somekh afferma che quello della memoria è un concetto molto importante nell’ebraismo, come quando a Pesach ricordiamo l’uscita dall’Egitto e cantiamo Shma Ysrael. E continua ricordando che ci sono due versioni diverse dei Dieci Comandamenti, una dell’Esodo (Shemot) e una del Deuteronomio (Devarim): secondo il primo lo Shabbat va commemorato, per il secondo va santificato. Questo perché l’Esodo venne scritto nel 50° giorno dopo l’uscita dall’Egitto, mentre il Deuteronomio quarant’anni dopo. La memoria può essere rievocata solo da coloro che hanno visto con i loro occhi determinati fatti, mentre la generazione successiva possiede l’osservanza invece della memoria. Una sfida analoga oggi riguarda la Shoah perché, come ha detto anche Davide Fiano durante la celebrazione di Yom HaShoah, i testimoni stanno diminuendo e noi abbiamo il compito di portare avanti la loro memoria.

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