Jewish and the City / Haim Baharier: alle radici del patto, cinque verbi per capire il destino ebraico

di Fiona Diwan

baharierLe Gallerie d’Italia in piazza Scala traboccano. Il foyer è tutto esaurito, idem per la saletta contigua in cui è stato allestito uno schermo. E’ la lecture di Haim Baharier, pensatore ed ermeneuta della Torà, presentato e introdotto dall’attore Filippo Timi, anch’egli bravissimo nel districarsi nella difficile materia ermeneutica e nell’interazione con Baharier. Tema dell’incontro: I Cinque verbi della liberazione, una conferenza-concerto per il festival Jewish and the city, musica d’esilio e ritorno, con dei bravi Silvia Lomazzi e Raphael Negri, ispirati anche nella scelta dei brani eseguiti, «perché le parole sono muscia e la musica è parola».

«Cinque verbi che noi ripetiamo ogni anno, a ogni seder di Pesach e che dovrebbero raccontare l’uscita dalla schiavitù. Ci indicano le tappe, le azioni, i pensieri da intraprendere per poterci affrancare. Quali sono? Il primo è Vehotzetì: vi farò uscire. Il secondo è Vehitzalti, vi soccorrerò. Il terzo: Vegaàlti, vi riscatterò. Il quarto è Velakachti, vi prenderò (come popolo). E infine Veheveti, vi condurrò: quest’ultimo è il verbo più occultato, sembra molto perentorio e quadrato, ma andrebbe sfumato e meglio interpretato».

Chi mi sa dire la differenza che corre tra un patto e un contratto, chiede all’uditorio Baharier? Quello tra Israel e Adonai è un patto, non un contratto, implica la reciprocità Io vi prendo se anche Voi mi prendete, a questo allude il verbo locheach, con la dizione Velakachti, il quarto verbo usato nella narrazione dell’uscita dall’Egitto. Ma quello che Baharier sembra prediligere è il quinto e ultimo verbo, il più scomodo, quello che allude alla quinta coppa di vino destinata al profeta Elia. «Quando ero bambino, ogni volta, venivo mandato a guardare se per caso il profeta Elia fosse alla porta. Tornavo e la coppa di vino era vuota, segno che il profeta era arrivato ed entrato dalla finestra…», racconta Baharier. Il quinto verbo rimanda a questo:Veheveti etchem el ha-aretz… Vi porterò verso questa terra, la terra per la quale ho alzato questa mano per donarla ai vostri Padri e a voi in questo investimento, in questo progetto.

Una terra che è un investimento quindi, spiega il Maestro. E sottolinea che il testo dice VERSO non SULLA terra, ad indicare il progetto richiesto da quel dono. Progetto è appunto un andare VERSO, indica una direzione non un possesso.

Ed ecco perché se per forza dobbiamo immaginare un dio, dobbiamo pensarlo come un dio concavo, dio di una dimensione che accoglie. Mosè chiede che il suo popolo venga lasciato libero, ma il faraone lo rassicura: perché non adorare il dio d’Israele restando in Egitto? Perché non metterlo insieme al pantheon locale? Uno dio in più o in meno, che differenza fa, chiede faraone? Insomma perché intestardirsi e scegliere il deserto? Il faraone proprio non capisce.

«Io non separo oggi gli ebrei residenti in Israele dagli ebrei della diaspora. Insieme, costituiscono una comunità di destino. Condividono un apparato di norme, consuetudini, commemorazioni che si è chiamato religione ebraica perché la terra-laboratorio sulla quale cimentarsi è sempre mancata.

Penso che l’essere ebreo, oggi, debba essere sovrapponibile all’essere israeliano. E viceversa. A patto che vengano rispettate le esigenze della legge morale Insomma chi si sente ebreo oggi DEVE sentirsi anche israeliano. Israele è l’esempio di stato condizionale, in cui non c’è nulla di dato, di sicuro. Chiede investimento di pensiero, di accoglienza, di idee, di progetto… Dobbiamo invitare i palestinesi a scuotersi di dosso il loro Egitto che li rende schiavi, Hamas o Isis che sia. Se così non facessimo non potremmo dirci davvero ebrei».

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