L’italiano? Una lingua ebraica

Feste/Eventi

di Vittorio Robiati Bendaud

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Il popolo ebraico nel Nabucco di Giuseppe Verdi canta Va’ Pensiero

Pubblichiamo l’intervento di Vittorio Robiati Bendaud alla giornata europea della cultura ebraica, durante l’evento inaugurale alla sinagoga di via Guastalla.

Che cos’è una “lingua ebraica” e che cosa può esattamente significare questa espressione? È sufficiente, cioè, che una lingua sia parlata da parlanti ebrei? In questo caso, non vi è forse il rischio che l’aggettivo ebraico, in verità così specifico, accostato a un’altra lingua, come tale a un codice di comunicazione che abbraccia e include soggetti assai eterogenei tra loro, possa risultare improprio?

Per trattare dell’arabo in quanto lingua parlata dagli ebrei –abbracciando così storie per molti remote, ignote o difficili da contestualizzare-, mi sia permesso entrare in argomento, per quanto possa sembrare strano, facendo un riferimento non troppo breve alla nostra lingua, la lingua italiana.

È evidente che l’italiano in sé, per il solo fatto di essere quotidianamente parlato da migliaia di ebrei in Italia e in Israele, pur con tutti i toni della familiarità, dell’intimità domestica, della complicità coniugale, dell’amicizia, della tristezza o della gioia, non è per questo automaticamente, almeno a mio avviso, una “lingua ebraica”. Il fatto, poi, che alcuni ebrei si raccontino, ricorrendo all’uso della lingua italiana, rivela probabilmente più qualcosa circa l’osmosi positiva e sufficientemente inclusiva tra maggioranza e minoranza che dati rilevanti circa l’ “ebraicità” o meno dell’italiano. Anche il fondamentale contributo profuso da non pochi ebrei italiani (Italo Svevo, Umberto Saba, Giorgio Bassani e Primo Levi tra i maggiormente celebri) all’evolversi dell’italiano e alla sua letteratura nel corso dell’ultimo secolo è probabilmente assai più significativo proprio in quest’ottica.

Traspare, invece, qualcosa in più dal fatto che alcuni ebrei italiani si siano talmente radicati nella lingua di Dante e di Petrarca da indagarne i recessi e le origini, i suoni, la struttura e la filologia, operando raffronti con altre lingue, tra cui anche la lingua ebraica. Si pensi al grande linguista italiano –filologo, orientalista e glottologo-, nonché senatore del Regno di Italia (1889), Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907). Ma si pensi anche a chi ha dedicato la propria vita, a cavallo tra ebraismo e italianità, ad approfondire, scandendolo, lo studio della grande letteratura del nostro Paese, tra cui ricordiamo Attilio Momigliano (1883-1952) e il grande Cesare Segre (scomparso nel 2014), milanese di adozione, sui cui manuali di letteratura studiano migliaia di nostri connazionali, liceali e universitari.

Un ulteriore e determinante passo, che possa giustificare l’accostamento dell’aggettivo “ebraica” alla nostra lingua, risiede nel fatto che alcuni ebrei abbiano voluto affrontare temi specificatamente ebraici, ossia temi religiosi, in lingua italiana. A suo modo, questo avvenne già, a cavallo tra XV e XVI secolo, con Leone Ebreo, Yehudah ben Yitzkhaq Abravanel, figlio di Don Yitzkhaq Abravanel -il grande commentatore alla Bibbia-, autore dei Dialoghi d’Amore (Roma, 1535), un’opera di filosofia rinascimentale, intrisa di neoplatonismo e del sedime di influenze mistiche-qabbalistiche, scritta in volgare e non in latino. Nel XIX secolo, molti rabbini impiegarono l’italiano per rivolgersi ai loro correligionari e per insegnare loro, sia in quanto generalmente patrioti della causa d’Italia sia perché, purtroppo, la lingua avita -l’ebraico- era spesso divenuta per loro straniera in un disperato processo di assimilazione. E, ancora, in italiano, focalizzandosi su temi genuinamente ebraici, scrissero e meditarono altri rabbini, nel corso dell’intero XX secolo, rivolgendosi progressivamente a un pubblico sempre più ampio e inclusivo, non solo ebraico, da Dante Lattes a Giuseppe Laras.

Infine, in questa prospettiva che cerca di spiegare il senso e la legittimità dell’espressione “lingua ebraica” in relazione all’italiano, è fondamentale il fatto che alcuni italiani non ebrei si siano appropriati, sentendole anche intimamente proprie e liberamente a loro modo interpretandole, di espressioni, sollecitazioni, contenuti e storie specifici della tradizione spirituale e letteraria di Israele. ‘Al neharòth Bavèl, sham iashavnu gam-bachinu, bezochrenu et-Tziòn. ‘Al-‘aravìm betochah talinu kinnorotenu (Sui fiumi di Babilonia là sedemmo e piangemmo, ricordandoci di Tziòn, là sui salici che vi si trovano noi abbiamo appeso le nostre arpe). E ancora Ech nashìr et-shir HaShem ‘al admàt nechàr? (Come potremo intonare un inno all’Eterno su un suolo straniero?). Così la Bibbia al salmo 137. E così, ancora, al salmo 126 Shuva HaShem et-shevitenu ka‘afiqìm baNeghev. Hazore‘ìm bedima‘ berinnà iktzoru. (O Eterno, fai tornare gli esuli di Israele così come i corsi d’acqua tornano a scorrere nel deserto. Coloro che hanno seminato nelle lacrime mieteranno con giubilo). E così, infine, esattamente con questi echi, il librettista Temistocle Solera (1815-1878), a lungo incarcerato nella crudele fortezza dello Spielberg, in una commovente e straordinaria opera per la prima volta messa in scena alla Scala a Milano il 9 marzo 1842:

 Va pensiero, sull’ali dorate

Va, ti posa sui clivi, sui colli,

Ove olezzano tepide e molli

L’aure dolci del suolo natal!

Del Giordano le rive saluta,

Di Sïonne le torri atterrate…

Oh mia patria sì bella e perduta!

Oh membranza sì cara e fatal!

Arpa d’or dei fatidici vati,

Perché muta dal salice pendi?

Le memorie nel petto raccendi,

Ci favella del tempo che fu!

O simile di Solima ai fati

Traggi un suono di crudo lamento,

O t’ispiri il Signore un concento

Che ne infonda al patire virtù!

 

Proprio Giuseppe Verdi, che così mirabilmente unì la storia italiana a quella ebraica, comprendendo il risorgimento dell’una con l’anelito dell’altra, pare sia intervenuto presso il Bey di Tunisi per difendere gli ebrei tunisini dai molti soprusi inflitti, dato che quest’ultimo molto amava la musica del Maestro di Busseto.

Ed entriamo così in argomento. Così scrive il professor Norman Stillman, tra i massimi studiosi mondiali dell’ebraismo in terra di Islàm e dei rapporti tra musulmani ed ebrei:

“Con l’avvento dell’Islam e le grandi conquiste del settimo e ottavo secolo di quest’era, fu stabilito un nuovo ordine mondiale, che andava dall’India e dall’Asia centrale a est, sino al Marocco e alla Spagna ad ovest. La maggior parte degli ebrei di tutto il mondo in quel periodo visse sotto il dominio arabo. Gli ebrei presto adottarono la lingua dei loro conquistatori e, assieme agli altri popoli di questo vasto impero, presero parte nella creazione di una nuova e pulsante civilizzazione, quella islamica alto-medievale, che pervenne alle più alte vette culturali e scientifiche dall’epoca della rovina di Roma. Per quel che concerne le sfere intellettuale e scientifica, questa civiltà rimase insuperata sino agli albori del Rinascimento in Europa. Ed essa continuò ad evocare l’ammirazione, la meraviglia e persino l’invidia da parte degli europei a lungo, anche dopo che si dissolse. La cultura ebraica stessa si sviluppò e fiorì durante il medioevo islamico (circa dall’850 al 1250). E’ precisamente in questo periodo che si ebbe l’effettiva cristallizzazione e formulazione dell’ebraismo per come esso è oggi. In quest’epoca il Talmùd babilonese gradualmente divenne costitutivo dell’ebraismo diasporico; le officiature sinagogali e i testi liturgici presero la loro forma oggi consueta; la teologia ebraica trovò una sistematizzazione; la normativa ebraica una codificazione; la lingua ebraica e la sua letteratura, infine, ebbero la loro più grande rinascita prima dell’attuale, di epoca contemporanea.

Dalla fine del XIII secolo, tuttavia, il centro di gravitazione culturale si spostò verso nord e verso ovest, in Europa. E così avvenne per i maggiori centri ebraici mondiali, come pure per la generale creatività culturale e religiosa del popolo d’Israele. La maggior parte dei territori del mondo arabo fu sottomessa al dominio di dinastie militari islamiche -ma non arabe-, che imposero sui loro domini medio-orientali una struttura quasi feudale. Il generale livello culturale e le condizioni socio-economiche degli ebrei parlanti arabo stagnarono, declinando con la decadenza del mondo islamico e la concomitante ascesa dell’Occidente. Ciò non ha significato che la vita ebraica fosse divenuta improduttiva e completamente sterile: persino durante i lunghi secoli di torpore vi furono difatti impulsi creativi che portarono frutto (…). E tuttavia, per la stragrande maggioranza degli ebrei nei Paesi Arabi, ciò iniziò a marcare un declino nella qualità della loro vita dal 1250 al 1800.

Quando l’Europa iniziò, nel corso del XIX secolo, la sua inesorabile intrusione nell’oriente islamico, furono gli ebrei, assieme ai membri di altre minoranze, i primi ad abbracciare, con maggiore o minore trasporto, la cultura occidentale e i suoi valori. Profondi cambiamenti iniziarono a sconvolgere il loro tradizionale stile di vita e la loro posizione nelle società arabo-islamiche venne radicalmente alterata. Il XX secolo ha segnato un capitolo interamente nuovo nella storia degli ebrei dei Paesi Arabi. Il colonialismo e l’imperialismo, nelle loro varie forme, vennero, conquistarono e se ne andarono. Il confliggere del nazionalismo arabo e di quello ebraico si strutturò e addivenne ad inevitabile collisione. Oggi solo pochissimi ebrei rimangono nei Paesi Arabi. La più vasta maggioranza di coloro che abbandonarono il mondo arabo vive attualmente nello Stato di Israele. Una generazione completamente nuova -la cui lingua madre è l’ebraico, piuttosto che l’arabo, e la cui cultura è israeliana- è cresciuta con un orientamento fortemente occidentale.”

Fu così che la lingua araba, a partire dell’VIII secolo secondo la cronologia occidentale, venne adottata da numerose generazioni di sapienti e di traduttori, non solo per i bisogni giuridico-religiosi della nuova fede (l’Islàm), ma anche in quanto espressione adeguata di tutto ciò che costituiva l’eredità della filosofia e della scienza elleniche. Questa lingua, l’arabo, venne recepita e impiegata anche dai sudditi non-musulmani dei Califfi, e gli ebrei accettarono e sposarono questo processo probabilmente con maggior trasporto dei cristiani d’Oriente, pur sospesi tra sottomissione –colà ovunque codificata-, persecuzione –raramente sistematica– e tolleranza –spesso ambigua e problematica-. Alcuni sapienti ebrei deplorarono la necessità che li obbligò all’impiego di una lingua straniera (che peraltro godeva dello status di lingua sacra di un’altra religione) per interpretare la Scrittura e per esporre la Legge Orale alla massa dei fedeli, come pure per giustificare e difendere la fede avita rispetto alla razionalità greca e alle credenze concorrenti. Entusiasti o meno, gli ebrei si risolsero ad adottare l’arabo classico, dapprincipio, come è ovvio, con poco trasporto. Quando venne il tempo, successivamente, di mettere l’enorme loro produzione spirituale a disposizione della Diaspora europea -in particolar modo in Provenza, Spagna e Italia-, si imposero delle traduzioni dall’arabo in ebraico, che impressero all’ebraico medievale accenti talora esotici, che si spiegano soltanto se si considera il calco arabo di questa lingua. Si può quindi parlare a buon diritto dell’esistenza di una società, di una cultura, di una produzione letteraria e filosofica, perdurata secoli, “giudeo-araba”.

In particolare, un accenno è dovuto alla poesia ebraica alto-medievale, la cui metrica mutuava ampiamente, arricchendosene, quella araba, anche per in ambito liturgico.

Sa‘adyah Gaòn (882-942), di origine egiziana, fu a lungo al vertice dell’accademia talmudica di Sura, nei pressi di Baghdàd, nell’odierno Iraq. Sa‘adyah Gaòn, padre del pensiero religioso filosofico-teologico ebraico, mutuò linguaggio e argomenti dalla teologia islamica coeva, il celebre Kalàm, un sistema teologico-filosofico nato in seno all’Islàm, di ispirazione argomentativo-razionalista. Vi furono così mutakallimun, ossia teologi che si rifacevano alle dottrine del Kalàm, sia islamici sia ebrei, spesso in dialogo tra loro. Sa‘adyah Gaòn fu, inoltre, il primo traduttore della Bibbia in arabo, traduzione-commento conosciuta come Tafsìr, che rappresentò l’ingresso dell’ebraismo in una feconda stagione intellettuale, oltreché in una lingua e in un milieu culturale nuovo. Per comprenderne la rilevanza, come giustamente fa notare Rav Giuseppe Laras, è opportuno pensare al ruolo analogo svolto precedentemente dalle traduzioni greche del testo biblico in seno all’ebraismo ellenistico o, successivamente, alle traduzioni tedesche di Mendelssohn prima e di Martin Buber e Franz Rosenzweig dopo. Si può affermare che Sa‘adyah Gaòn fu il primo di una lunghissima serie, perdurata almeno sette secoli, di rabbini eminenti (compresi Yehudah ha-Levì e Maimonide), che impiegarono la lingua araba per esprimere concetti, pensieri e riflessioni ebraiche: la cultura religiosa ebraica cioè “parlò” per secoli anche l’arabo, cosa che non va dimenticata. Un fatto estremamente rilevante questo, incancellabile e unico, mai accaduto con nessuna lingua europea (né tantomeno per il latino), eccezion fatta per il greco in età antica -ossia prima che la Settanta e Filone diventassero basi di appoggio per il cristianesimo e per la patristica-, per l’italiano -specie in relazione al periodo rinascimentale con il ricordato Yehudah Abravanel- e per il tedesco, successivamente alla fine del ‘700.

Discorrendo di lingua araba e di ebrei, è dunque ancor più significativo e drammatico che il califfo Jafar al-Mutawaqqil (assassinato nel 861) -che irrigidì notevolmente, facendo scuola, le misure contro ebri e cristiani, imponendo, tra le altre angherie, specifici e diversi colori di vestiario per le due minoranze- in quegli anni abbia proibito ai bambini ebrei, in quanto dhimmi, di apprendere e di impiegare normalmente la lingua araba. Questo motivo, assieme ad altri consimili, fece sì che i molti testi arabi di Maimonide fossero scritti sì in lingua araba, tuttavia con lettere ebraiche.

Per comprendere meglio la contraddizione e l’amalgama instabile tra integrazione, adesione, discriminazione e contrapposizione, ricorriamo ancora al Prof. Norman Stillman:

“La storia degli ebrei delle terre arabe è di soltanto pochi secoli più breve dell’intera storia ebraica diasporica, successiva alla distruzione del Secondo Santuario. Non si tratta di una storia facile da sintetizzare o interpretare. La forbice temporale abbraccia oltre un millennio e mezzo; la sua area geografica è immensa. Nella storia di qualsiasi civiltà complessa vi sono elementi di unità, come pure di diversità. Il principale ed essenziale elemento di unità e di stabilità sociale in seno al mondo arabo è stato l’Islam stesso. Si deve considerare con la dovuta attenzione che l’Islam, al pari dell’ebraismo, è ed è sempre stato molto di più che una religione. Per i musulmani, si è trattato di uno stile di vita che tutto ingloba e abbraccia. Parimenti essenziale è il fatto che l’Islam sia stato, sin dalla sua nascita, una comunità politica, i cui cittadini erano i “Credenti”; il che, almeno nei primi anni, fu sinonimo di “Arabi”. Al pari di molte altre società, l’Islam adottò delle norme per coloro che vivevano sotto la sua egida, ma che non erano completamente parte di quel corpo politico: in questo caso, i “popoli protetti” o “dhimmi”. Fu l’Islam, ancora, a stabilire la struttura e il contesto nel quale e con cui la società dominante interloquiva con i suoi sudditi tollerati. La storia degli ebrei dei Paesi Arabi deve essere compresa in siffatta prospettiva, dal momento che fu l’Islam il principale e determinante fattore condizionante la percezione degli ebrei da parte degli arabi, la loro attitudine nei confronti degli ebrei e, in definitiva, il trattamento a questi ultimi riservato. Questo sistema sociale ebbe svariati aspetti, sia positivi che negativi. Gli ebrei, al pari di altri dhimmi, avevano garantite le loro vite, le loro proprietà e, entro certi limiti, il diritto a pregare come volevano. Era concessa loro una discreta autonomia comunitaria interna ed erano garantite considerevoli opportunità economiche, in cambio dell’accettazione della loro inferiorità, con svantaggi e disparità sociali e legali. Questo sistema non fu uniforme nel tempo e nello spazio; può quindi essere interpretato in maniera più o meno severa. Nel corso di periodi di stabilità politica, economica e sociale, l’interpretazione e l’applicazione tesero ad essere più liberali. Al contrario, in tempi di difficoltà, tali norme divennero aspre e sempre più restrittive. Tuttavia, come in ogni società basata sulla dichiarata e sancita superiorità di un gruppo rispetto all’inferiorità di un altro, erano in nuce poste le basi per gli eventuali abbrutimenti e abusi dei gruppi sottomessi. Come è stato osservato, il tardo medioevo islamico, che perdurò nella maggioranza del mondo arabo fino al XIX secolo, fu marcato da un generale declino delle popolazioni non islamiche, con la loro progressiva degradazione. Questo corso storico ebbe delle eccezioni, come -per esempio- accadde nel XVII secolo successivamente alla conquista ottomana del Levante. Tuttavia, il decorso maggioritario fu quello di un definitivo declino sociale. L’emancipazione civile, estesa sotto pressione degli europei ai sudditi non musulmani dell’impero ottomano nel corso del XIX secolo, fu una “mezza” benedizione per gli ebrei delle province arabe. La loro posizione legale ed economica chiaramente migliorò. E tuttavia, per converso, con il deteriorarsi del controllo ottomano, in molte aree di quei domini vi fu un collasso della legalità e dell’ordine sociale. Le vite e le proprietà degli ebrei divennero così frequentemente più vulnerabili rispetto al periodo precedente l’emancipazione. Nel garantire l’uguaglianza ai dhimmi, lo stato ottomano perse grandemente la sua legittimità islamica agli occhi di molti suoi sudditi musulmani, specialmente nelle province arabe. Le riforme ottomane misero in moto peraltro altre forze che, alla lunga, contribuirono sul destino degli ebrei dei Paesi Arabi. La nutrita, neo emancipata e più assimilata minoranza cristiana del Levante entrò in una fiera competizione economica con gli ebrei. I cristiani trovarono un legame di natura secolare tra loro e i musulmani arabi, insofferenti rispetto al regime ottomano. Questo fu dapprima un legame vertente sulla cultura araba, successivamente detto legame riguardò il nazionalismo arabo. Gli ebrei, per lo più, non ne furono attratti. (…) Nella loro lotta con gli ebrei, i cristiani levantini concorsero a introdurre e a disseminare l’antisemitismo occidentale nel mondo arabo. E per quanto, dapprincipio, i loro sforzi non incontrarono grande successo, tutto ciò costituì il fondamento per il diffondersi della propaganda antiebraica che si sviluppò in quella parte del mondo nella prima metà del XX secolo e che fiorì sulla scia del conflitto arabo-israeliano.”

Vorrei riportare tre esempi, alcuni citati anche dal Prof. Stillman e incentrati sulla questione linguistica, che, con apparente levità, fotografano il problema in questione.

Così scriveva sul giornale siriano Al-Insha’, il 25 giugno 1939, il giornalista Mamduch Chaqqì: “Gli studenti ebrei delle scuole ebraiche hanno conseguito i più alti voti agli scritti sia in arabo sia in francese, mentre la media dei voti in arabo degli studenti provenienti dalle scuole arabe è di molto inferiore. Non è sorprendente che gli studenti ebrei eccellano in arabo più degli studenti arabi? Incredibile! I bambini ebrei sono più bravi dei vostri figli. Che umiliazione deve essere per questi studenti arabi. Che fonte di mal di cuore deve essere per voi, cari lettori. Io non so chi sia l’insegnante dei bambini ebrei, ma non dubito, nemmeno per un istante, che costui sia un gigante. Se mai dovessi incontrarlo, vorrei stendere la mia mano per stringere la sua, abbracciarlo con calore e congratularmi sinceramente con lui. Per quello che ha fatto merita lode, riconoscimento e rispetto. O studenti arabi! Ricevere una lezione dagli studenti ebrei! Sareste più meritevoli della vostra stessa lingua, se la imparaste! Comprendiamo bene il vostro odio del francese. Pertanto, non avete conseguito in francese buoni risultati. Ma che cosa ne pensate del vostro essere scarsi in arabo?”. Per converso, ecco che cosa invece leggiamo, da parte ebraica, nella lettera di Salomon Elbaz (Marrakesh, 28 dicembre 1939), destinata al Presidente della Alliance Israélite Universelle a Parigi: “…in particolare si è discusso dell’assenza dell’insegnamento dell’arabo nella scuole marocchine dell’Alliance Israélite Universelle. Uno deve essere marocchino per compendere la serietà della lacuna. Uno deve aver visto i rapporti esistente tra i due popoli, ebraico ed islamico, per potersi mai aspettare l’esito felice di un loro riavvicinamento. E la lingua non è forse uno dei meravigliosi strumenti che crea dei legami tra gli uomini? Da ebreo marocchino posso testimoniare che là esisteva tra gli arabi e gli ebrei un’ostilità nutrita e sviluppata sin dalla nascita, che si estendeva dal luogo in cui si viveva sino agli stili di vita. Questa barriera tra ebrei e arabi non ha permesso la piena diffusione tra gli ebrei della lingua del Paese. Questi ultimi hanno sempre parlato arabo. Ma basta vivere per un po’ in Marocco per distinguere con una certa facilità l’arabo e il “giudeo-arabo”. Tale lingua prende le sue parole, espressioni e forme sintattiche dall’arabo. Ma che differenza di accenti e di costruzione! Gli arabi conoscono l’accento giudeo-arabo, e spesso ne fanno una parodia. D’altra parte, soprattutto, il giudeo-arabo è per lo più scorretto. La grammatica è offesa nei suoi principi elementari. E quante regole neglette e forme distorte! Per non parlare del lessico! Un miscuglio di arabo, ebraico, spagnolo, portoghese, francese e ora persino inglese. L’unico legame esistente tra ebrei e arabi è il commercio, determinato unicamente dall’interesse privato personale. L’assenza di ogni altro legame tra i due popoli (di cui uno è oggi estremamente suscettibile a causa della “modernizzazione” degli ebrei) fa sì che gli abitanti di questo Paese non si conoscano tra loro. L’Alliance ha molto da fare….

Una testimonianza convergente, sospesa anch’essa tra comunicabilità e incomunicabilità, tra inclusione ed esclusione, tra amicizia reale e subalternità latente, la troviamo in quanto racconta l’ebreo iracheno Naim Kattan (Farewell, Babylon –Toronto, 1975): “Quella sera fu segnata da un evento particolare. Nessim parlava in dialetto ebraico. Noi eravamo gli unici ebrei del gruppo. Tutti gli altri, eccetto un cristiano caldeo e un cristiano armeno, erano musulmani e il loro dialetto serviva per tutti noi come lingua comune. In Iraq, la presenza di un singolo musulmano in un gruppo era sufficiente perché il suo dialetto fosse quello imposto. Ma qual era il vero dialetto? Tutti noi – ebrei, cristiani o musulmani – parlavamo arabo. Siamo stati vicini per secoli. I nostri accenti e alcune parole erano i nostri tratti distintivi. Perché un cristiano utilizzava certe parole? Ci fu detto che, in questo modo, loro perpetuavano le loro ascendenze di origine nordica. Ma, tuttavia, i musulmani del nord, quelli di Mosul, avrebbero allora dovuto parlare come i cristiani. Il modo di parlare degli ebrei era inframezzato da parole ebraiche, il che si spiegava con la loro lunga familiarità con la Bibbia e le preghiere. Ma come spiegare, allora, la presenza di parole turche e persiane nel nostro dialetto? E poi che dire dei musulmani che nell’epoca ottomana erano obbligati ad apprendere non l’arabo ma il turco a scuola? Dovevamo soltanto aprire le nostre bocche per rivelare la nostra identità. L’emblema della nostra origine era inscritto nel nostro “parlato”. Eravamo ebrei, cristiani e musulmani di Baghdad, Basra o Mosul. E avevamo un linguaggio comune, quello dei musulmani della regione. Un’inesauribile fonte di confusione e di crudele derisione. Quale migliore intrattenimento per un giovane musulmano che trovare una vecchia donna ebrea del quartiere povero di Abu Sifain che si rivolgeva a un ufficiale islamico? Costei pronunciava male molte parole ebraiche, intervallandole a coppie di espressioni gergali musulmane. Con molte contorsioni della sua bocca, infine, riusciva soltanto a pronunciare male il suo proprio dialetto. L’effetto era inevitabilmente comico. Gli ebrei semianalfabeti costellavano sempre le loro frasi con uno o due termini islamici quando parlavano con altri ebrei. Prendendo in prestito un paio di parole dai musulmani, uno dimostrava agli altri che aveva rapporti con la maggioranza islamica, che la frequentava e che non si accontentava della misera compagnia degli altri ebrei. Gli ebrei più ricchi si vergognavano anche loro dell’accento distintivo, e non hanno mai perso l’occasione di inserire qualche parola di inglese e francese nella loro conversazione . Al bimbo che qualche volta chiamava il padre “papà” o “daddy” era già garantito un futuro aristocratico. I musulmani, al contrario, si riferivano solo al linguaggio letterario e non sentivano alcuna necessità di emettere giudizi sfavorevoli sul loro dialetto. Facevano allusioni, invece, ai dialetti di ebrei e cristiani solo per divertire gli ospiti. Una parola tipicamente ebraica nella bocca di un musulmano era sinonimo di ridicolo. Nei circoli intellettuali emancipati, tuttavia, nessuno si permetteva nemmeno di pensare di scimmiottare l’accento ebraico, né, tantomeno, di prendersi gioco di esso”.

La società arabo-giudaica, con i suoi momenti di gloria e con le sue difficoltà, come è noto a tutti, è tristemente collassata, acuendosi quello che G. Bensoussan ha definito come il “grand déracinement” –il grande sradicamento- già nelle prime decadi dell’Ottocento. Successivamente alla Seconda Guerra Mondiale e alla connivenza di molte –non tutte, tuttavia- dirigenze islamiche con fascismo e nazismo, essa ha cessato di esistere, con la terribile fuga degli ebrei dai Paesi Arabi e islamici: quello che è stato definito un esodo silenzioso o “il milione dimenticato”. Tali furono le proporzioni. Senza lo Stato di Israele, questo mondo sarebbe stato completamente annientato e cancellato e oltre un milione di persone, con le loro discendenze future, violentato e definitivamente dissolto.Oggi i vari milioni di discendenti di costoro vivono per lo più in Israele, parlando ebraico, ma anche in Europa e in America. L’arabo, purtroppo, spesso non è stato trasmesso da una generazione all’altra. Nel frattempo, in seno all’Islam, tale lingua veicolato la peggiore propaganda antisemitica, dalle predicazioni assidue e onnipervasive dei fanatici religiosi sino alle traduzioni –mai incriminate e vietate- dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion e del Mein Kampf.Esisterà, nel futuro, pur con discontinuità e differenze, una nuova sinergica coesione tra ebrei e musulmani, che si spera positiva, pacifica e reciprocamente arricchente? Se quest’eventualità dovesse mai realizzarsi, come auspichiamo, accadrà necessariamente in Europa e in Israele. In entrambi i luoghi, benché diversi, molti sono i motivi di preoccupazione. E dubitare sul futuro è lecito, come pure la paura può possedere un utile valore euristico. Per gli ebrei tali angosce sono ancor più legittime, dato che, pur essendo ebraismo e Islam nominalmente due sostantivi singolari -come tali equivalenti-, i due lemmi rinviano tuttavia alla disparità enorme tra una minoranza sparuta di qualche milione di persone (gli ebrei) e una maggioranza forte di oltre un miliardo e mezzo di anime (i musulmani).La grande “novità”, destinata a segnare il presente e ancor più il futuro, è il doppio processo di occidentalizzazione dell’Islam e di islamizzazione progressiva e continua dell’Occidente, quest’ultimo sfregiato dall’auto-erosione della sua civilizzazione, dalla dissolvenza dilagante della cultura cristiana, da mode intellettuali vacue e da radicale decrescita demografica. In siffatto contesto, pensare il futuro dell’ebraismo in Europa e in Israele coincide oggi con l’assunzione di drammatiche ed epocali incognite. Indipendentemente dal fatto che si avverta e si legga tutto questo come un’opportunità oppure come un ulteriore elemento di paura –laddove entrambe le prospettive sono legittime, e nessuna delle due dovrebbe escludere completamente l’altra-, resta il fatto che oscure ipoteche gravano pesantemente sul presente e sul futuro.Musulmani ed ebrei si trovano quindi dinanzi a scelte epocali e a responsabilità religiose e umane, gli uni verso gli altri e ciascuno rispetto alla propria comunità e Tradizione, di capitale gravità. Ne consegue che, tanto i primi che i secondi, sono esposti a insidie e a tentazioni eccezionali. La società israeliana, pur con mille difficoltà interne ed esterne, sta comunque cercando indefessamente risposte praticabili, nonostante i troppi e gravi silenzi al riguardo da parte di stampa, salotti e intellettuali occidentali. Alcuni intellettuali del mondo arabo – e islamico in genere-, purtroppo spesso isolati, spaventati o delegittimati, si pongono domande analoghe e convergenti, alla ricerca anch’essi di risposte praticabili.In conclusione, facendo specifico riferimento all’Europa e all’Italia, di cui siamo cittadini, vorrei condividere con voi le illuminate parole di un Maestro dell’ebraismo contemporaneo, Rav Jonathan Sacks:“senza memoria, non vi è identità. E senza identità, siamo solo polvere sulla superficie dell’infinito”. Il Rav sottolinea “gli immigrati non saranno integrati in Europa, perché, quando una cultura perde la memoria, perde l’identità e, quando una cultura perde l’identità, non c’è niente in cui integrare le persone”. Sacks ha infine mirabilmente aggiunto che “l’estrema destra cerca un ritorno a un passato d’oro che non c’è mai stato. L’estrema sinistra cerca un futuro utopico che non sarà mai. Gli estremisti religiosi credono che si può portare la salvezza con il terrore. I secolaristi aggressivi credono che sbarazzandosi della religione ci sarà la pace. Sono fantasie e perseguendole si mettono in pericolo le fondamenta della libertà”.

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