La storia della famiglia Ottolenghi e la questione degli assegni di benemerenza

Feste/Eventi

di Michael Soncin
Il tema del vitalizio di benemerenza per i perseguitati politici e razziali durante il nazifascismo è un problema ai giorni nostri non ancora pienamente risolto. 

L’argomento è stato affrontato il 31 gennaio, durante un evento dal titolo La spinosa questione dell’assegno di benemerenza, organizzato da Paola Hazan Boccia di Kesher della Comunità Ebraica di Milano (CEM), con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). Tra i partecipanti vi erano: Milo Hasbani, presidente della Cem; Serena Vaturi, vice assessore alla cultura della Cem; Noemi Di Segni, presidente dell’Ucei; Giulio Disegni, avvocato, vice presidente Ucei, membro della commissione per le provvidenze degli ex deportati politici antifascisti e razziali; Davide Jona Falco, avvocato, consigliere e membro della commissione di studio per le benemerenze in favore dei perseguitati politici antifascisti e razziali dell’Ucei; Rav Ariel Finzi della comunità ebraica di Napoli. 

La testimonianza di Ada Ottolenghi 

Prima di affrontare l’argomento legato alla legge Terracini, Liliana Picciotto, storica e responsabile della ricerca del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC), ha presentato il libro Ci salveremo insieme: Una famiglia ebrea nella tempesta della guerra  recentemente pubblicato dalla casa editrice Mulino, contenente la testimonianza di Ada Ottolenghi. È una storia dal lieto fine, merito anche dei Giusti che hanno rappresentato la luce negli anni bui del nazifascismo salvando i perseguitati dalle leggi antiebraiche. 

La famiglia Ottolenghi, formata da diversi nuclei famigliari, a causa delle leggi razziste del 1938 è costretta a fuggire per il Venezuela, dove avvierà la costruzione di una casa farmaceutica. In Italia rimarranno soltanto Guido Ottolenghi con la moglie Ada, che dal Piemonte in seguito ai bombardamenti si trasferiranno in provincia di Ravenna, a Porto Corsini, dove si trovava l’azienda di famiglia, abbandonata da tutti i fratelli fuggiti all’estero e lasciata nelle mani di Guido.  

Sarà per loro una continua fuga, in un‘Italia che diventa sempre meno sicura. Dopo varie tappe, troveranno rifugio e protezione a Cotignola, venendo a contatto con delle persone particolarmente generose che rischieranno la propria vita per aiutarli. Guido essendo un ricercato in seguito alle sue attività antifasciste dovrà stare al riparo nella soffitta dell’abitazione, uscendo il meno possibile. 

“Nel maggio del 1944 decidono come molte altre persone di scendere a Roma, perché si pensava fosse liberata prima di tutte le altre città. Ma arrivarci era difficile a causa dei bombardamenti continui sulle strade”, spiega Picciotto. Sarà un viaggio pieno di tensione, eroicamente preparato da un’amica di Ada che abitava a Roma. Ed è grazie all’amica e ad altre persone incontrate nelle varie tappe che riusciranno a salvarsi. “Nel 2002 le persone che hanno aiutato gli Ottolenghi a scappare dalla deportazione sono state riconosciute come Giusti tra le nazioni, gesti da ricordare come un corretto vivere che era allora abbastanza raro”, commenta la storica.

Ada Ottolenghi, Ci salveremo insieme, Una famiglia ebrea nella tempesta della guerra, Mulino, pp. 192, 15,00 euro, ebook disponibile.

L’assegno di benemerenza

Il vitalizio di benemerenza che la legge Terracini conferisce ai perseguitati politici e razziali, risale al 1955. Nel corso degli anni è stato oggetto di discussioni e ulteriori sviluppi al fine di colmare alcune carenze presenti nel testo. Gli ultimi significativi cambiamenti sono stati apportati nel 2020 con la legge di bilancio.

“A distanza di decenni si riscontrano delle incoerenze rispetto a posizioni affermate o a disponibilità manifestate dalle alte istituzioni”. È quanto ha affermato riferendosi in particolare alle vicende legate agli assegni di benemerenza la presidente dell’Ucei Noemi Di Segni, poiché moralmente parlando come lei stessa spiega: “Se lo Stato Italiano ha varato, firmato e emanato tutti i passaggi per arrivare alle leggi razziali, con infinito rigore, oggi ne deve rispondere in pieno”. Come deve rispondere al tema dell’antisemitismo, dove bisogna “accettare tutte le questioni che lo riguardano e non solo un pezzo, quindi anche il boicottaggio verso Israele”, e non ultimo una “rivalutazione più approfondita e incisiva dell’apologia del fascismo”, chiarisce Di Segni. 

“Le leggi razziali – dichiara Giulio Disegni – sono state emanate 82 anni fa, ed oggi il paese se n’è dimenticato, se non per ricordarsene il giorno delle memoria. Si pensa molto alla Shoah come grande tragedia e unicum nella storia e poco come responsabilità”.

Gli emendamenti alla legge Terracini

“Come ha anche spiegato Giulio Disegni abbiamo costatato nella legge Terracini, il permanere di problematiche interpretative. Negli ultimi anni dopo vari casi respinti, a nome dell’Ucei abbiamo richiesto degli incontri istituzionali, che sono stati sempre cordiali ma scarsamente produttivi, ragione per la quale, nella primavera del 2019 abbiamo rotti gli indugi per ottenere dei risultati concreti. In che cosa è consistito il lavoro fatto in questa commissione di studio creata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2019? Ad ottenere l’approvazione degli emendamenti presentati che vanno ad incidere notevolmente sul contenuto della legge Terracini”, ha dichiarato Davide Jona Falco.  

I cambiamenti si possono riassumere in due punti principali. “Come primo punto – illustra l’avvocato Falco – il termine finale da prendere in considerazione ai fini della persecuzione non è più l’8 settembre del 1943 ma il 25 aprile del 1945. Secondo, per quanto riguarda la persecuzione razziale è stato eliminato un inciso che agganciava la nostra casistica a quella dei perseguitati politici: finalmente viene detto che nel caso di persecuzioni di ordine razziale, gli atti di violenze o sevizie subiti in Italia o all’estero si presumono salvo prova contraria”. Si tratta di un cambiamento significativo. “Questa modifica ribalta la situazione, poiché prima c’era l’onere per il perseguitato di dimostrare la persecuzione subita, mentre ora è il ministero a dimostrare un’assenza di persecuzione, dove sia capace di dimostrarlo”, specifica Davide Jona Falco. Fatto assai difficile giacché è stata l’Italia a emanare le leggi antiebraiche. La vittima è tenuta solo a dimostrare di essere cittadina italiana, menzionando la comunità ebraica di appartenenza, senza fornire prove ma raccontando una descrizione di quanto subito.

Nonostante che dal 1955 in poi siano stati fatti a più tappe, importanti passi, particolarmente gli ultimi appena enunciati tra il 2019 e il 2020 di grande rilevanza, altri sono ancora da conquistare, poiché ci sono casi in cui ai perseguitati razziali viene chiesto di restituire il risarcimento, motivando che tale concessione sarebbe frutto di un errore. “Mia madre – racconta Rav Ariel Finzi – è stata dichiarata perseguitata razziale negli anni ‘80 e dal 1 marzo del 2006 ha ricevuto per 13 anni l’assegno di benemerenza. Una somma di 500 euro al mese. Ad un certo punto arriva una lettera con scritto che il ministero si era sbagliato e che lei avrebbe dovuto restituire tutta la somma. Lei è mancata e ora mio padre che ha 99 anni è l’ereditario del problema. Ho sempre saputo, come dice il detto che paga chi sbaglia, non l’opposto”. 

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