Il Meis di Ferrara, uno dei luoghi ebraici presenti in Italia

Kesher, una serata sul Meis e la storia dell’ebraismo italiano

Feste/Eventi

di Roberto Zadik
La storia dell’ebraismo italiano è ancora oggi poco conosciuta e piena di sorprese e aneddoti interessanti e tutti da scoprire. Con l’intento di soddisfare qualunque tipo di curiosità visitatori italiani e esteri, da pochi mesi è stato inaugurato il Meis, Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, imponente progetto costituito da cinque edifici e che intende ripercorrere la storia degli ebrei italiani dal loro arrivo nella Roma imperiale come schiavi ai giorni nostri, anche se per ora si è arrivati fino al Rinascimento. L’iniziativa è stata presentata a Milano il 20 febbraio, presso la Residenza di via Arzaga, negli appuntamenti di Kesher.

Relatori della serata, Roberto Jarach, vice presidente del Memoriale per la Shoah, e la Direttrice del Meis, Simonetta Della Seta, che hanno spiegato nascita, evoluzione e intenti dell’imponente iniziativa.

Inaugurata lo scorso 13 dicembre, con un’importante cerimonia alla quale hanno partecipato varie istituzioni, dal Presidente Mattarella, al Premier Gentiloni, al Ministro della Cultura e del Turismo Dario Franceschini, l’imponente struttura è stata illustrata al pubblico di Kesher avvalendosi anche di varie diapositive e immagini. Priorità del Meis è “mostrare al mondo esterno la varietà e la ricchezza culturale dell’ebraismo italiano” come ha specificato Jarach nella sua introduzione alla serata. Diversi elementi caratterizzano il progetto, a cominciare dal numero dei suoi edifici, “cinque come i libri della Torah” ha detto Simonetta Della Seta spiegando che “è stato un lavoro molto complesso, anche perché esso sorge sull’ex carcere di Ferrara che è stato interamente rifatto e ricostruito e non era stato più utilizzato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e tutto è cominciato appena un anno e mezzo fa”. Un lavoro febbrile e costante che ha coinvolto esperti, studiosi, dagli storici ai rabbini, come Rav Benedetto Carucci o il regista Ruggero Gabbai, e che ha richiesto molto impegno anche dal punto di vista concettuale oltrechè logistico e culturale.  “Abbiamo discusso lungamente riguardo a vari aspetti” ha rivelato la Della Seta” se cominciare dall’inizio della storia ebraica italiana, epoca Romana o dai giorni nostri e alla fine abbiamo optato per il primo elemento, di iniziare dal 70 E.V quando gli ebrei arrivarono come schiavi a Roma ai tempi di Tito dopo la distruzione del Secondo Tempio”.  Quali sono gli elementi caratterizzanti del Museo di Ferrara?

Esso raccoglie un’enorme serie di reperti “nonostante manchi di collezioni private come nel caso di Roma e di altri Musei italiani, siamo andati in giro a reperire oggetti, manoscritti e materiale di vario tipo, molti dei quali sono stati prestati a termini, ad esempio dai Musei Vaticani” ha detto la Direttrice  e alterna testimonianze storiche a momenti immersivi, di profonda atmosfera e suggestione. Ad esempio “abbiamo voluto spiegare anche chi siamo, raccontando festività, usi, tradizioni, brani della Torah e ci sono diversi pannelli e filmati, come la voce fuori campo dello storico ebreo Yosef Ben Mathathia meglio noto come Giuseppe Flavio che racconta in greco la distruzione della città di Gerusalemme da parte dei Romani” ha spiegato la Della Seta. Tante curiosità, aneddoti finora sconosciuti e storicamente molto interessanti come il fatto che “a Roma gli ebrei parlassero greco e scrivessero in questa lingua che i romani conoscevano assai meglio dell’ebraico” oppure che “A Roma gli ebrei per molto tempo furono generalmente ben accolti anche se non senza ostilità e mai totalmente accettati dalla società circostante, anche perché non lavoravano di sabato, molti mangiavano kasher e avevano apposite macellerie e rifiutando di adorare l’Imperatore al pari di una Divinità ed erano molti, circa 40mila”. “Non mancavano le ambiguità e si passava” ha raccontato la Della Seta “ da intellettuali antisemiti, da Seneca, a Tacito a Giovenale, a diversi pagani che si convertirono all’ebraismo come Poppea moglie del celebre Nerone”. Nei secoli gli atteggiamenti dei Romani, cambiarono molto a seconda degli Imperatori e delle loro politiche e si passò dall’amicizia di Giulio Cesare, non a caso molti ebrei romani ancora oggi portano il suo secondo nome,  Cesare, simpatia motivata dal fatto che gli ebrei lo aiutarono nella battaglia di Alessandria, alla politica conquistatrice ma non dominatrice di Pompeo, primo imperatore a conquistare la Giudea fino alle politiche oppressive e violente dei Flavi, prima di Vespasiano e poi di suo figlio, il crudele Tito. Nella sua descrizione del Museo, la studiosa, ha raccontato che più che di un Museo si tratta di “un lungo viaggio cronologico e geografico, storico e religioso” che contiene preziose testimonianze e resti di catacombe, “usate dagli ebrei come luogo di sepoltura molto prima dei cristiani e inventate da loro”, storie di ebrei insediatisi nel Sud Italia, dalla Calabria, alla Sardegna e soprattutto alla Sicilia che “tornarono all’ebraico, fondando yeshivot e centri di studio e cimentandosi nella scrittura e nella traduzione dei testi, grazie allo studio e alla conoscenza dell’alef bet”.  Molte le testimonianze, gli episodi, le occasioni di incontro, conoscenza e riflessione, di confronto fra fonti non ebraiche e non su vari temi attraverso una imponente serie di documenti presi in prestito da una serie di archivi, dalla Biblioteca Ambrosiana, ai Musei Vaticani, al Museo Ebraico di Roma. Tante le domande da parte del pubblico che ha mostrato vivace interesse anche riguardo all’intervento di Jarach che ha messo in luce l’importanza di questo Museo e della conservazione della memoria ebraica e del passato, anche in merito al Memoriale che “ha registrato grande successo nelle scuole e fra i giovani”. Ottima partenza per il Meis che come ha sottolineato la Della Seta “ha coinvolto 7mila visitatori in poco più di due mesi”.

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