Il film intervista ad Agnes Heller, un ponte fra le generazioni

Feste/Eventi

di Ilaria Myr e Paolo Castellano

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La filosofa ungherese Agnes Heller

Un altro aspetto in cui è stato declinato il tema del ponte in questa giornata della cultura ebraica è quello di dialogo fra generazioni, fra tempi storici diversi. In questo senso, molto emblematico è il film intervista di Raphael Tobia Vogel ad Agnes Heller, famosa filosofa ungherese, oggi 87enne, massimo esponente della «Scuola di Budapest», corrente filosofica del marxismo facente parte del cosiddetto “dissenso dei paesi dell’est europeo”, (da non confondere con il dissenso di figure quali Aleksandr Solženicyn) prima del crollo definitivo dei regimi dell’est europeo.

Nel film, proiettato al Memoriale della Shoah domenica 6 settembre (e realizzato in collaborazione con Amici del Museo d’Arte di Tel Aviv) la filosofa si racconta: la vita da ebrea a Budapest, il nazismo e la Shoah, e poi l’avvicinamento a  G. Lukács, sintetizzando in poche ma efficaci parole il proprio pensiero critico nei confronti del comunismo sovietico. Nell’intervista si vede anche il Memoriale della Shoah di Budapest, dove il regista si è recato con la Heller, oltre a scorci affascinanti della splendida città ungherese. Un documento, insomma, unico, in cui passato e presente si intrecciano, guardando con speranza al futuro.

A seguire, si è svolto il dibattito intitolato “Ponti fuori e dentro di noi”, a cura del CDEC. Sono intervenuti Laura Boella, docente di Filosofia Morale all’Università Statale di Milano, grande conoscitrice di Agnez Heller e del suo pensiero, Haim Baharier, ermeneuta e Michele Sarfatti, storico della Fondazione CDEC. Coordinatore degli interventi David Bidussa.

In un’interessante carrellata storica, Boella ha ripercorso le prinicipali tappe del penisero helleriano, che, ha spiegato “rimane inclassificabile, anche se ogni volta viene classificata in modo diverso”. Resta il fatto che la Heller è un tipico esempio di ebreo cosmopolita, che “estende lo sguardo al contenuto universale dell’ebraismo, con un atteggiamento di apertura e continuo scambio con il mondo”. Interessante, poi, è sapere che la filosofa, profondamente amante della sua Ungheria, abbia costruito la sua filosofia negli anni invece in cui era all’estero, in Australia e poi negli Usa (dal 1977 al 1986). “E poi c’è ovviamente tutto il discorso dell’etica dopo la Shoah, considerata impossibile da molti filosofi contemporanei alla Heller – continua Boella –. Lei invece propone un’etica fondata sulla ‘persona buona’, tutti quegli individui che hanno fatto una scelta esistenziale di assumersi la responsbailità degli altri, nella convinzione di una necessari alterità.

Baharier esprimendo il suo giudizio ha dichiarato: “Un video in inglese sottotitolato in inglese. Abbiamo l’oralità e dall’altra parte lo scritto che descrive l’oralità. Sono stato impressionato dall’introduzione. Si è parlato di un ponte ma questo ponte bisogna attraversarlo. Risalta il passaggio generazionale tra il regista e la “giovane” filosofa che non vuole convincere nessuno, nemmeno il suo intervistatore. Sono stato toccato profondamente anche nel vedere una città (Budapest) fatta di ponti come Venezia. Questa giornata è dedicata ai ponti. È anche un omaggio inaspettato all’Europa dell’est. Agnes Heller ha ripetuto di essere atea e di credere nell’essenza giusta del comunismo: è una testimonianza di passaggio. Comunica con noi. Si è anche autodefinita arrogante rivolgendosi ad un ragazzino e non gli ha parlato di filosofia. Sorprendente sentirla ripetere la frase: “Siamo Ebrei”.

Per la filosofa non vi è posto per la religione e l’intolleranza. La Heller è una comunista convinta ed ebrea contro gli ebrei. Ci trasmette una grande lectio: una contrapposizione tra l’ebreo diasporico, che io chiamo di cultura, l’israeliano e quello dell’etica. Il regista è riuscito a trasmettere un coinvolgimento che ci ha toccato direttamente il cuore”. Baharier ha terminato con una frase scherzosa il suo intervento: “Una grande religione l’ateismo”.

Ha preso poi la parola Michele Sarfatti: ” Sono stato sorpreso dall’intervistata e dall’intervistatore. Il regista, Raphael Tobia Vogel, ha ricreato una voce intelligente che descrive la capacità di elaborazione di una persona in 15 minuti. Si comprende sia la vita privata che le idee di Agnes Heller. La distanza generazionale è anche funzionale al racconto”. Dopo il giudizio personale lo storico ha voluto esporre brevemente alla platea cinque esempi di ponti materiali con valore metaforico.

“Voglio raccontare 5 vicende di ponti. 1 Il primo ponte è rappresentato dalle navi che nel XIX secolo traportarono i cittadini italiani all’estero. Nel ‘800 dunque emigrarono un cattolico di Cerignola ed una ebrea di Trieste e il loro figlio fu un console che fece una carriera militare nella Vienna bombardata dai nemici e poi nel 1933 diventò anche sindaco di New York: era Fiorello La Guardia. Un ponte tra due culture.

2 In questo museo dell’Olocausto ci sono vagoni merci degli anni ’30, non sappiamo se siano proprio i vagoni utilizzati per il trasporto degli ebrei nei campi, ma siamo sicuri che fossero dello stesso tipo. In questo memoriale osservarli fa parte della visita infatti c’è una passerella che consente la visita, un piccolo ponte, che rappresenta uno strumento di completezza e di rispetto.

3 Parliamo del ponte stradale sull’Eneo che collega Fiume a Susak. Tra il ’41 e il ’43, gli ebrei croati scappavano per poter trovare rifugio a Fiume. Molti di loro non venivano lasciati passare. La gran parte di questi ingressi venne intercettata dai carabinieri. Era insomma un ponte che divideva.

4 Nel luglio del 1944, i tedeschi invasero Fossoli. il 10 agosto alcuni ebrei vennero caricati su un camion, non andarono a Carpi, ma vennero traghettati a nord. Gli alleati nel frattempo resero inagibili i ponti. Nello scendere e nel salire alcuni ebrei hanno avuto salva la vita grazie ai ponti bombardati. Ponti distrutti che hanno avuto una funzione di salvezza.

5 Intorno al 1937 fu costruito il ponte sul fiume Stura di Demonte caratterizzato da due grandi fasci littori. Il 28 aprile del 1945 il ponte fu minato per la ritirata delle truppe nemiche. La sera prima della liberazione, i fascisti prelevarono 6 ebrei stranieri e li fucilarono il 25 aprile. Furono forse tra gli ultimi ebrei uccisi in Europa. Perché vennero uccisi? Alcuni di certo per la militanza nella resistenza, altri per rabbia e per odio antisemita. Fu un eccidio vergognoso celato sotto un ponte innocente”.

Lo storico ha chiuso l’incontro sottolineando che: “Come abbiamo visto ci sono anche ponti con diverse funzioni. I ponti materiali sono dunque strumenti per la nostra capacità ed incapacità”.

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