Dante Alighieri

Dante e l’ebraismo: nel VII centenario della morte, un evento con Vittorio Robiati Bendaud

Feste/Eventi

di Michael Soncin
“Dante Alighieri, il divino poeta, era chiamato dai critici il Mosè della letteratura italiana”: così esordisce lo studioso Vittorio Robiati Bendaud, durante la conferenza del 6 dicembre ‘Dante e l’ebraismo’, che ricorda i 700 anni dalla scomparsa del grande genio italiano. L’evento organizzato da Paola Hazan Boccia per Kesher, nel ciclo di conferenze ‘Incontri in Guastalla’ ha visto la partecipazione di Milo Hasbani, presidente della Comunità Ebraica di Milano e dell’assessore alla cultura Gadi Schoenheit.

Dante era un antisemita?

Nel canto V del Paradiso sono noti due versetti in cui Dante scrive: “…uomini siate, e non pecore matte, / sì che ‘l Giudeo di voi tra voi non rida!. Vittorio Robiati Bendaud racconta che nel 1921, Giovanni Preziosi nel pubblicare la traduzione italiana di quell’opera deleteria che furono I protocolli dei savi di Sion, inserì i due celebri endecasillabi, nell’apertura nella sua prefazione all’edizione italiana, propalando l’idea di una tradizione di antisemitismo nella letteratura italiana. Nulla di più falso. “Tesi smontata da Joseph Baruch Sermoneta e da tanti altri studiosi; il famoso versetto fu citato anche da Yehuda Romano, commentatore, teologo e mistico della Roma ebraica del trecento, che s’interessò all’operato di Dante”, spiega Bendaud.

Prima di proseguire con l’analisi dei versetti danteschi, il relatore puntualizza che bisogna ricordarsi del contesto storico in cui visse il sommo poeta. “Dante – continua Bendaud – è un uomo del duecento/trecento, nutrito dal pensiero cristiano dell’epoca. Quando nella Divina Commedia parla del popolo ebraico prima dell’avvento di Gesù, fa uscire dal regno dei morti dell’inferno tutti i patriarchi di Israele e l’intero popolo, portandolo in paradiso; facendo così denotare un apprezzamento positivo di Dante dell’ebraismo a livello collettivo, nell’era precristiana”.

“Egli – continua ancora Bendaud – non mette all’inferno categorie umane intere, ma premia o punisce singoli individui, questa è la prima cosa notevole, se avessimo avuto un antisemita, troveremo l’intero popolo ebraico condannato nel più infernale dei gironi, cosa che faceva la teologia cristiana dell’epoca”.

La pena ‘equa’ di Giuda

«Dante, si perita di mettere all’inferno Giuda Iscariota – conoscendo secondo la tradizione cristiana, cosa dicono i vangeli di costui – nella bocca di Lucifero che lo mastica, assieme ad altri due traditori, Bruto e Cassio. Giuda – sebbene il verso dica che soffre di più – è punito secondo il diritto romano, quindi, equamente ed assieme agli altri traditori. Si tratta di un fatto notevole e di questo ne parla anche un interprete contemporaneo, il professor Giorgio Battistoni, autore con Giuntina di Dante, Verona e la Cultura Ebraica», illustra Bendaud.

Ribadendo che abbiamo a che fare con un uomo cristiano, medievale, fedele alla parola dei Vangeli, Bendaud chiarisce che egli non mette il Sinedrio nei peggior angoli dell’inferno, ma nel girone dove sono puniti gli ipocriti, dove vi sono anche le autorità ecclesiastiche. Un elemento negativo di natura comparativa c’è e lo troviamo nel canto 28 dell’Inferno, dove colloca Papa Bonifacio VIII a capo della setta dei nuovi farisei, per denunciare la cattiva condotta del pontefice romano e delle altre autorità spirituali, utilizzando la cultura farisaica come equivalenza d’ipocrisia e corruzione.

Nella sua magistrale lezione, Bendaud, dopo aver parlato del cattivo accostamento dantesco, permeato di uno stereotipo duro a morir ancor oggi, spiega che pone nell’inferno anche persone verso cui ha una predisposizione benevola ed empatica. “Pensiamo – cita Bendaud – a quel canto struggente e commovente di Pier Delle Vigne, nella selva dei suicidi, a Paolo e Francesca, alle anime degli spiriti magni, dell’antichità classica, dove lui entrerà a far parte di tanta compagnia, in cui appaiono Lucano, Ovidio, Virgilio, Omero”.

Dante nella Verona ebraica

Proseguendo nell’esplicare il legame tra Dante e l’ebraismo, Bendaud non poteva non parlare del soggiorno veronese del grande letterato. Durante la lunga permanenza a Verona, relativamente databile tra il 1312 e il 1318, Alighieri sarà a contatto con una città immersa da una realtà culturale particolarmente effervescente. Una Verona ghibellina, per cui antipapale, che accoglie come già faceva da vari decenni le varie personalità in problematicità con il mondo dello stato pontificio. Ed è proprio la corte veronese di Cangrande della Scala che egli magnificherà nel paradiso. La città dei Montecchi e dei Capuleti è in quel periodo un ragguardevole centro di letterati e studiosi in cui arriveranno anche molti rabbini.

«Infatti, alla corte di Cangrande, Dante, trova una serie di traduttori di opere che vanno dall’arabo all’ebraico, dall’ebraico al latino, dove gli ebrei giocano un ruolo fondamentale di mediatori e traduttori. Su questo vi è un’opera del professor Mauro Zonta, orientalista italiano, esperto di lingue semitiche, che riguarda gli ebrei come traduttori, nelle traduzioni medievali, portate avanti dagli ebrei, come ponti del sapere; il testo è La filosofia antica nel Medioevo ebraico – Le traduzioni medievali ebraiche dei testi filosofici antichi», riporta lo studioso.

Un altro importante aneddoto che descrive Bendaud, riguarda il Rabbino Immanuel Romano, poiché si mormora fosse una delle personalità del mondo ebraico, con cui Dante venne a contatto, ma non sappiamo con certezza se questo avvenne realmente. Quel che sappiamo invece è che lui scrisse un sonetto in cui pianse la morte di Dante in risposta dell’amico poeta Bosone da Gubbio che era amico sia di Dante sia di Immanuel. L’Inferno e il Paradiso è il testo celebrativo rivolto a Dante, scritto da Immanuel Romano in ebraico e pubblicato dal professore Giorgio Battistoni da Giuntina.

Per il sommo poeta era l’ebraico, la lingua perfetta?

“Un punto di contatto fondamentale tra Dante e l’Ebraismo compare in un passo del Paradiso (Canto XXVI, versetti 124/138) e nel De vulgari eloquentia, di cui ne parlò anche Umberto Eco nel famoso libro La ricerca della lingua perfetta nella cultura Europea, dove lo scrittore racconta di uno scontro/incontro – molto probabile – di Dante col pensiero di Abulafia”.

Dante nel De vulgari eloquentia, si pone il problema della lingua volgare, che deve aver secondo lui una serie di caratteristiche: esser cardinale, curiale, legale e deve esser in grado di illuminare, chiarire, quindi illustre.

“Nel porsi una serie di domande sull’origine della lingua, ad esempio se sia una ed universale e se sia persa, il riferimento è chiaramente alla Torre di Babele; Dante nel rispondere, afferma che la prima parola pronunciata da un esser umano, sia stata la parola El (אל), che significa D-o”, afferma Bendaud.

“Essendo Dante cristiano, si premurerà di dire che Gesù è nato esattamente in coloro che hanno mantenuto questa lingua, poiché è la lingua della grazia e come tale è giusto – secondo la prospettiva cristiana – che Gesù nascesse in quel contesto linguistico”.

Di conseguenza si può chiaramente denotare che per lui la perfezione e l’universalità risiedono nella lingua ebraica.

«Se nel De vulgari la prima parola pronunciata fu El, nel Paradiso fu I, che rappresenterebbe qualcosa precedente ad El. Non è il caso di entrare in disputa complicatissima, che prevede che ci sia una specie di ebraico, precedente all’ebraico, una sorta di lingua universale, (che per i cabalisti è l’ebraico), precedente a Babele, che è la lingua universale con cui Adamo diede i nomi alle cose e con cui parlò con D-o. Un dibattito che riguarda il problema della convenzionalità della lingua e della sua universalità, come correttamente rispondente alle cose che nomina», conclude Bendaud.

Dettaglio di Mosaico di Coppo di Marcovaldo, mosaico, credit Carocci

Le immagini che ispirarono la Comedìa di Alighieri

Quali immagini vide o può aver visto Dante, per ispirarsi nel comporre la Commedia? Quali, tra le differenti raffigurazioni artistiche di Lucifero che divora Giuda Iscariota, lo segnarono? L’affresco di Giotto degli Scrovegni a Padova? Il Mosaico di Coppo Marcovaldo a Firenze, o un particolare di qualche miniatura, oggi blindata in qualche biblioteca d’Europa?

Laura Pasquini, storica dell’arte presso l’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna, affronta attraverso una prospettiva del tutto inedita, un viaggio ideale che si snoda tra Firenze e Roma, tra Padova e Ravenna, passando per Venezia, alla ricerca delle opere, sulle quali il sommo poeta rifletté per trasformare in endecasillabi quel famoso componimento conosciuto dal mondo intero. Pitture e sculture “di cui Dante non parla direttamente, ma che di certo hanno catturato la sua attenzione, finendo per concorrere in vario modo alla costruzione dell’immagine poetica”. Un libro non di mera divulgazione, ma un saggio dallo studio serio e documentato, corredato da un ampio apparato iconografico.

Laura Pasquini, « Pigliare occhi, per aver la mente ». Dante, la Commedia e le arti figurative. Carocci editore, Saggi, pp. 288, € 24,00

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