Il cinema della Shoah, un dibattito

Feste/Eventi

di Nathan Greppi
Quello tra la Shoah e il mondo del cinema è un rapporto dibattuto e spesso controverso: come si può rappresentare l’orrore senza banalizzarlo o spettacolarizzarlo? Quali film arricchiscono la conoscenza storica, e in che modo? Se ne è parlato domenica 17 dicembre nel corso del dibattito su Zoom La cinematografia dell’Olocausto, organizzato da Kesher in collaborazione con la Fondazione CDEC.

Dopo l’introduzione di Pia Jarach, vice-assessore alla cultura della Comunità Ebraica di Milano e moderatrice dell’incontro, il primo relatore a parlare è stata la giornalista Sabina Fedeli, che è partita raccontando la sua esperienza come autrice di due documentari sulla Shoah: Hitler contro Picasso e gli altri, di cui è co-sceneggiatrice, e #Anne Frank. Vite parallele, di cui è anche regista. “Quando ho affrontato questi due film, molte persone mi hanno fatto questa domanda: Ma perché ritornare su vicende di cui si è già tanto parlato? Io ed Anna Migotto, co-regista del film su Anne Frank, ci siamo dette che il passato è una sorta di terra straniera, nel senso che nonostante le apparenze vi è ancora molto da esplorare, tanto da riservare nuove sorprese ad anni di distanza.”

Ha aggiunto che “la Shoah è un tema non esaurito, che non smette di lavorare sulla realtà attuale.” Ha citato come esempio un fatto avvenuto nel 2010 quando, a Monaco di Baviera, dei poliziotti perquisirono la casa di un uomo trovato in treno senza documenti, e trovarono numerosi quadri di Chagall, Monet, Picasso e altri grandi pittori, che i nazisti avevano rubato agli ebrei, scoprendo che l’uomo senza documenti era il figlio di uno dei mercanti di fiducia di Hitler.

Ad affrontare il tema più su un piano storico è stato Mino Chamla, docente della Scuola Ebraica di Milano, il quale ha spiegato che il cinema, al quale si aggiungono anche le serie tv, è importante perché “è l’arte popolare per definizione: non per il linguaggio, ma perché è ostensivo, cioè ‘mostra’, attraverso l’immagine.” Ha citato come esempio il fatto che sono molti di più coloro che hanno visto Schindler’s List di chi ha studiato la Shoah su saggi storici. Ha fatto tuttavia notare che, paradossalmente, “il cinema non è rappresentazione; la realtà viene ricomposta, narrata e pensata.” Il cinema, anche quello documentario, non riporta un’esperienza completa di un dato evento, ma soprattutto l’immagine, e “rappresentare la Shoah è un’impresa impossibile.”

Ha citato vari quesiti che si pone chi studia l’argomento: “È cinema della Shoah quello antisemita uscito negli anni ’30 nella Germania nazista o in altri paesi europei? Lo sono i film usciti prima ancora che sia effettivamente avvenuta, come Il Grande dittatore di Charlie Chaplin? Per non parlare di Vogliamo vivere di Ernst Lubitsch, il quale disse che, se avesse saputo ciò che stava succedendo in Europa, forse non avrebbe girato quel film.” Ha poi citato vari film che hanno trattato l’Olocausto in maniera molto dibattuta, affermando che per lui il vero capolavoro è il documentario Shoah di Claude Lanzmann, del 1985.

Ricollegandosi all’intervento di Chamla, lo storico Marcello Pezzetti ha fatto notare come non abbia distinto i 3 generi di film emersi nel dibattito: documentario, fiction e testimonianze. “Anche da un punto di vista scientifico, non si può pensare che il documentario rappresenti la realtà, perché il cinema ‘narra’ la realtà, e anche quando vorrebbe rappresentarla in realtà fa una scelta, ad esempio nelle immagini: il montaggio è opera dell’uomo. Il cinema crea una coscienza su determinati temi, e la conoscenza che abbiamo della Shoah è data in primo luogo da un’immagine.”

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