Un incontro di Kesher: “Totalitarismo e false fratellanze”

Ebraismo

di Ester Moscati

Che cos’è il Totalitarismo? Nel Novecento ne abbiamo avuto tragici, macroscopici esempi; ma il concetto è più ampio, si allarga oltre la storia e la politica e se ne può parlare in senso filosofico, sociologico e perfino biologico. È un tema sempre attuale e, anzi, sempre più dovremo confrontarci con la sfida che l’idea totalitaria lancia alla coscienza individuale, alla memoria collettiva e all’impegno di uomini contemporanei, in un mondo che sembra sempre più piccolo eppure in qualche modo difficile da decifrare, in cui nuovi rapporti di forza, nel quadro geopolitico, mettono in discussione la centralità dell’Occidente e dei suoi valori.

Di questo si è parlato nel corso dell’incontro organizzato da Kesher, il 23 gennaio: relatori Dario Fertilio, giornalista e scrittore (Il virus totalitario è il suo ultimo saggio), Paolo Sciunnach, docente di storia e filosofia ebraica, David Assael, filosofo e docente universitario.

Rav Roberto Della Rocca, direttore di Kesher e moderatore della serata, ha così sintetizzato il tema del dibattito: «L’ebraismo è stato per secoli una identità minoritaria subalterna, facente parte dei “culti ammessi”, tollerato. Oggi per molti aspetti parificato pur restando identità di minoranza. Noi non dobbiamo opporre a questa identità il mito di una uguaglianza astratta, che non esiste. Sono le differenze che generano progresso e cultura. Faccio l’esempio dell’episodio biblico della Torre di Babele, modello di società omologata. Tutti, dice la Genesi, “parlavano la stessa lingua e usavano le stesse espressioni”. Sappiamo com’è finita. Non va bene, il pensiero divergente è una ricchezza. Avraham è colui che sta “dall’altra parte” in senso non solo geografico ma di testa, di idee; si oppone alla società totalitaria. Diffonde il valore della diversità; è il primo monoteista e riconosce la diversità dell’altro».

Dario Fertilio ha ricordato come il tema del totalitarismo è da tempo un suo campo di riflessione «Mi è sempre stato a cuore, – ha detto – come il tema della disinformazione, che ho trattato nel libro Le notizie del diavolo. Il saggio Il virus totalitario mi ha portato a una tesi secondo cui il totalitarismo è un “ideal-tipo”, come la prima Torre di Babele, ma anche i totalitarismi plurali gemelli nel Novecento, comunismo e nazi-fascismo e oggi, nel terzo millennio, l’islamismo radicale. Virus perché? Il virus è un essere parassitario, presente sulla terra da tempi immemorabili; la sua caratteristica è di agire infettando una cellula ospite per replicarsi e sopravvivere. È un fenomeno noto in medicina e biologia, ma c’è affinità con il metodo di espansione del totalitarismo, privo di ideologia e morale, predatorio e indifferente allo strumento che usa per diffondersi e provocare la sua distruzione virale. Altri libri di diverso orientamento hanno in qualche modo corroborato la mia tesi, come la ricerca sui Neuroni specchio di Giacomo Rizzolatti, vincitore nel 2017 del Premio Lombardia. Si parla della tendenza a ripetere un determinato comportamento. C’è dunque una grande varietà di interpretazione riguardo al totalitarismo; è un tema vastissimo. Il virus può prendere come “cellula bersaglio” qualunque cosa, anche il Corano; ma nemmeno la Bibbia ebraica e cristiana può essere immune dalla predazione virale. È come una bestia che entra in un territorio di caccia; il fine è la replicazione di se stesso e la conquista di nuovi territori. Lager o gulag sovietici, oppure  oggi gli stermini dell’islam radicale, sono una manifestazione di diffusione virale. Il virus totalitario non conosce tregua, deve continuare al diffondersi. Quello che colpisce è il fatto che impiega una quantità di energia sproporzionata al suo stesso fine. Gli eccidi del Novecento palesano un eccesso di forza, un eccesso di crudeltà. Possiamo immaginare che questa diffusione ha bisogno di replicare se stessa con sempre nuovo materiale. L’aspetto più virulento tende a entrare poi in una fase di declino; il totalitarismo entra in stallo e si rivolge contro se stesso, provocando alla fine il crollo dei grandi movimenti ideologici, facendo la guerra contro gli stessi suoi membri e gli stessi capi. È questa forse l’unica speranza: che il forno infusorio si spenga. Noi dobbiamo “affamare” il più possibile il virus stesso, togliere la possibilità che si propaghi».

 

Prendendo la parola, Paolo Sciunnach ha sottolineato come gli spunti riguardo al tema proposto “Totalitarismo e false fratellanze” siano parecchi e molto interessanti: «Partendo dalla definizione del fenomeno del totalitarismo mi preme sottolineare due aspetti:  è vero che qualunque testo può esserne infettato. L’Ebraismo però ha degli antidoti: il vaccino è il l’uso dell’interpretazione. Il testo biblico non può essere usato senza interpretazione. L’interpretazione attraversa tutti gli aspetti della vita di un individuo». Diversi Maestri propongono diverse interpretazioni; nel Talmud, anche l’opinione di minoranza ha spazio e dignità. Nulla di più lontano dal totalitarismo, quindi. Ma c’è di più.
«Da un punto di vista tradizionale, prendo spunto dalla parashà della settimana. Che cosa può essere l’antidoto al totalitarismo? La figura dello Tzaddik. Moshé Rabbenu è il prototipo del Giusto. Il Giusto, il singolo individuo, è l’antidoto. Le attività del singolo fanno la differenza; egli costruisce le relazioni tra le persone, è umile ma capace di opporsi al potere per salvare il suo popolo. Anche al potere di Dio. Moshé ha scagliato parole anche contro Dio per salvare il popolo, con un atteggiamento conflittuale ma con il fine di fare da paciere verso il prossimo e anche verso Dio. È così che Moshé diventa un leader. Perché l’uscita dall’Egitto è anche uscita da una forma di totalitarismo, il dominio del Faraone. Mitzraim, l’Egitto, è una forma di prigionia fisica e mentale; c’era l’annullamento della persona in quanto schiavo, come il totalitarismo contemporaneo». Il modello dell’antidoto è quindi il “Giusto nelle generazioni”, il singolo capace di “fare la differenza” perché “è differente”. «L’antidoto al totalitarismo – continua Sciunnach – è trasmettere l’identità e la libertà di pensiero che si concretizza a Pesach, durante il Seder. Quando si parla di libertà nell’ebraismo, quasi mai è fisica e politica, ma soprattutto spirituale ed etica. Moshé non è un grande condottiero politico o militare , ma “Rabbenu, nostro maestro”. Per sconfiggere il virus non serve la forza della guerra ma del rabbenu, dell’insegnante, del maestro. Chi è il “custode della città” contro il totalitarismo? I chachamim, gli insegnanti. Dopo la distruzione del Secondo Tempio di Yerushalaim, l’Ebraismo si è salvato, ed è rimasto vivo, grazie alle Scuole e agli insegnanti, in ogni luogo. Gli insegnanti e le Scuole sono il vaccino contro le cause, non contro i sintomi del totalitarismo. È vero che la libertà non si può imporre ma si può trasmettere con l’insegnamento identitario, grazie alla forza intellettuale, all’autorevolezza dei maestri. Quando il popolo ebraico riceve la Torà sul Monte Sinai, in un certo senso è costretto ad accettarla; più difficile è ricevere la Torà orale. Quella del pensiero, di più voci, dell’interpretazione.

Il primo passo verso il totalitarismo è, all’opposto, una identità configurata, costretta, tra due individualismi: particolarismo e universalismo. La spinta filosofica alla ricerca di una “verità ultima” può portare al totalitarismo. Invece l’antidoto è Noè, i precetti noachici universali ma che convivono con quelli particolari del popolo ebraico, le mitzvot. La mente umana ci porta a cercare un senso, ma non può essere lo stesso per tutti.  Così abbiamo i 7 precetti noachici, le 613 mitzvot».

 

La “fratellanza falsa” e il suo collegamento all’idea totalitaria è invece il tema del discorso di  David Assael, autore tra l’altro di L’ideale della fratellanza nella tradizione biblica. Giacobbe Esaù: «Le coppie di fratelli nella Torà e i due modelli differenti, ebraico e cristiano, ci aiutano in questa riflessione. La fratellanza è un ideale ambiguo, un concetto che chiede di essere ripensato, insieme al suo valore etico. Chi posso riconoscere come mio fratello? Chi è che consideriamo fratello? Colui che appartiene alla nostra comunità politica, di nazione, di religione, nei confini dello spazio politico. Il valore politico della fratellanza oggi ci costringe a ripensare questo concetto. In Occidente, abbiamo sviluppato un concetto di “confine” considerato un fattore negativo, come i muri, le separazioni… Il modello di riferimento vede il confine come una divisione e una discriminazione potenziale, che alimenta i conflitti. Il modello di fratellanza è in Occidente “universale”. Fratellanza senza confini. Questo è il modello elaborato in Occidente. Io credo che sia un modello nobile, che riconosce il valore di tutte le persone e gli stessi diritti universali. Siamo mossi da empatia, adottando questo modello ideale.

Però, inconsapevolmente, emergono problemi. C’è una fortissima carica di violenza totalitaria in questo modello di fratellanza, perché è un modello assimilazionista che non tiene conto delle differenze culturali, che chiede di omologarsi ai parametri politici, etici, culturali dell’Occidente. Faccio un esempio: in India c’è l’eredità delle caste; un missionario cristiano portava lì il modello culturale cristiano nel tentativo di sottrarre le persone deboli alla logica castale. I più deboli, le donne senza diritti sociali, spesso costrette a fare le prostitute. Questo prete “faceva carità” ma è stato accusato di costituire un conflitto enorme e di voler imporre il proprio parametro etico e morale. Ma non poteva disinteressarsi della povertà delle persone; in quanto prete, non poteva farlo, ma si rendeva conto di avere una logica “totalitaria”. Nella volontà di “esportare il bene”, si nasconde una logica violenta e totalitaria, integralista, la “violenza del bene”. È tanto più vero nella volontà, che abbiamo visto, di “esportare la democrazia”.

Si capisce, da questo, come vada messo in discussione l‘ideale universale perché è comunque totalitario. Il valore politico dell’ideale di fratellanza ci costringe a ripensare i confini della nostra identità. Siamo obbligati a ripensarlo perché sono cambiati i rapporti di forza. Per esempio la Cina. Non permette ingerenze, nemmeno la Chiesa cinese da parte della Chiesa di Roma. Sono Paesi molto diversi dall’Occidente ma con un fortissimo orgoglio culturale, che oggi, dato il loro peso geopolitico, possono e vogliono far valere nelle relazioni culturali ed economiche.  Oggi anche il bene è totalitario e quindi negativo.

Occorre quindi ripensare l’ideale di fratellanza. E allora entra in gioco la soluzione ebraica, logica che mi appartiene.

Il contributo dell’etica ebraica è che non è totalitaria, ma pluralista; ammette la contraddizione, l’opposizione etica e il pensiero del contrasto.

Ha gli ideali di fratellanza universale, perché riconosce la comune radice Adamitica, ma poi Avraham  lascia la sua tribù per una nuova esperienza etica. È quindi universalistico per la comune origine dell’Umanità, però riconosce le specificità e il confine. L’etica ebraica è ben cosciente del germe del totalitarismo. “Ricordati che sei stato straniero in terra d’Egitto…”. Ma l’Ebraismo riconosce e afferma che non c’è relazione senza limite, senza differenza. Altrimenti è reductio ad unum. Cioè, totalitarismo».

 

Altre riflessioni sono state portate, infine, da un secondo giro di tavolo tra i relatori: «Gli approfondimenti che ho ascoltato – ha detto Dario Fertilio – vanno molto al di là del tema che ho trattato. Il mio concetto di totalitarismo va pensato soprattutto in relazione alla storia del Novecento, quando vive una fase di grande salto perché si afferma la società di massa e l’ideologia entra anche nella vita privata del cittadino.

Nella società contemporanea il totalitarismo si afferma con una fusione virale tra l’elemento arcaico e quello della modernità. In Unione Sovietica, tra soviet – elemento tradizionale – e elettrificazione. Il nazismo fonde il darwinismo e i miti germanici arcaico-pagani. L’islam, una interpretazione antiquata e letterale del Corano con la modalità mediatica del web. Occorre poi distinguere il totalitarismo di massa dalle forme pre-totalitarie, che non hanno costituito una intromissione nella vita del cittadino.

C’è poi l’elemento dell’Universalismo come prospettiva futura e finale.
Per i bolscevichi, esisteva la rabbia proletaria e la liberazione dal capitalismo, che sarebbe stata il “meglio di tutti”.
Il nazionalsocialismo prevedeva, dopo l’eliminazione dei “non adatti”, un futuro in cui tutta l’umanità avrebbe goduto del mondo perfetto creato dalla purezza della razza vincente. Per l’islamismo, l’applicazione finale della shaaria e la sottomissione universale nella Umma.

In Occidente c’è sì l’appello cristiano alla fratellanza universale. Ma il pericolo viene semmai dal demo-totalitarismo occidentale volto a migliorare il mondo a propria immagine e somiglianza; in questo senso è inquietante il tentativo di controllare la vita dal momento di nascere a quello di morire, la dimensione sociale in cui la soggettività è l’arbitro assoluto, il trionfo del soggettivismo e la moltiplicazione dei diritti. Ci sta contagiando una nuova lingua orwelliana del politicamente corretto, una revisione culturale e morale».

«La differenza tra cattolicesimo ed ebraismo – conclude Paolo Sciunnach – è questa: per il cristiano, “l’altro è mio fratello, ma deve essere come me”; per l’ebraismo, è mio fratello e può credere a quello che vuole. Ci sono solo tre vincoli: no alla violenza, sì al monoteismo, darsi la Giustizia attraverso i tribunali. Sono il fulcro delle Leggi noachiche, una sorta di “religione naturale”».

 

E Davide Assael: «Il conflitto rende viva la relazione. Lo insegnano Esav e Ya’akov; dopo la riconciliazione, Esav offre doni al fratello, che dice “no grazie”. Bisogna resistere alle lusinghe della tentazione assimilatrice. È nella contraddizione che dobbiamo abitare».

 

Tirando le fila dei discorsi e delle posizioni espresse dai relatori, Rav Roberto Della Rocca, citando il Talmud (Sanherin 37a), ha concluso: «Tutti siamo discendenti da un solo uomo, Adam, per rendere gli uomini tutti figli dello stesso padre; perché non sia possibile dire “mio padre era migliore del tuo”. Ma sul modello di Adam furono creati gli altri uomini, non come monete di conio, ma tutti diversi. Fratellanza, alterità, responsabilità, sono i principi cardine ai quali ispirarsi».

 

Anche il pubblico, purtroppo non numeroso ma attento e partecipe, ha voluto intervenire con qualche domanda: «L’antidoto è diventare ebreo?» «No, sarebbe totalitarismo! Ma ci può dare una indicazione di metodo, ripensare il concetto di universale. Nell’Ebraismo ci sono contributi per ripensare a come rispondere al virus totalitario. È il paradigma noachide, smontare il totalitarismo universalista con pochi principi cardine. L’Etica ebraica è sintetizzata nell’espressione “rispetto per la diversità”».
«L’ebraismo è dunque la quintessenza del rispetto?» «L’Etica orizzontale si basa sul rispetto del prossimo. Ma non occorre diventare ebrei per essere delle brave persone. Tutti i popoli saliranno nel monte del Signore, ciascuno percorrendo la propria strada».

 

 

 

 

 

 

 

 

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