I relatori della serata Kesher sul Bund

Il Bund e la politica verso gli ebrei sotto l’impero zarista al centro di un dibattito di Kesher

Ebraismo

di Paolo Castellano

Fu un interessante movimento politico con esponenti di origini ebraiche fondato a Vilnius il 7 ottobre 1897. Questa corrente politica è nota anche col nome di Bund, ovvero l’Unione generale dei lavoratori ebrei della Lituania, Polonia e Russia. La complessa storia del Bund è stata al centro della serata del 28 novembre organizzata da Kesher presso la Residenza Anziani Arzaga. All’evento intitolato Gli ebrei del Bund nella rivoluzione russa hanno preso parte Claudio Vercelli e lo studioso Avram Hason, con la moderazione di Rav Roberto Della Rocca.

Storia del Bund

Il discorso di Vercelli ha preso spunto da alcune immagini che sono state proiettate in sala. Nelle istantanee infatti erano immortalati gli ebrei del Bund con grosse bandiere mentre sfilavano in corteo nelle piazze. «Una parte della società delle comunità ebraiche – verso la fine dell’Ottocento – decise di assumere un carattere fortemente politico. Non parteciparono tutti gli ebrei. Ma quelli che lo fecero rivendicavano due cose: l’internazionalismo e l’ugualitarismo». 

Lo storico ha spiegato che i lavoratori avevano in mente un movimento politico operaio che potesse abbracciare i proletari di tutto il mondo. Il fine di questa unione era innanzitutto l’emancipazione sociale che poteva avvenire attraverso una forma di auto-organizzazione. Il Bund nacque dunque sotto questa stella e si sviluppò tra le varie rivoluzioni russe – quella del 1905 e quelle di febbraio e ottobre del 1917 – passando anche per la Grande guerra. «È un’epoca in cui la politica conta molto. Le persone si univano in questi grandi partiti che rappresentavano una sorta di società in cui si parlava un po’ di tutto. In particolare il Bund è un elemento che fa notare come l’identità ebraica fosse in evoluzione. Il rischio dell’assimilazione era molto alto. Tale unione politica venne creata anche per non perdere l’antico retaggio e difendersi dal dilagante antisemitismo dell’epoca».

Vercelli ha poi sostenuto che il Bund nella sua battaglia contro l’assimilazione abbia rilanciato la cultura ebraica dell’est, come l’yiddish. La nuova struttura politica e culturale del Bund però creò degli attriti con il movimento sionista. Tra i due gruppi si crearono molte divergenze soprattutto sui temi della lingua e del nuovo stato ebraico. Con l’avvento del clima rivoluzionario, il Bund incominciò ad avere diversi problemi: venne infatti accusato di essere un partito internazionalista e nazionalista allo stesso tempo poiché voleva conservare la sua matrice ebraica.

Il Bund allora si dividerà in due tronconi: coloro che volevano mantenere questa specificità e chi invece premeva verso l’assimilazione. «Inizialmente il Bund era un’entità politica molto forte. Contava 33mila aderenti ed era espressione di 5 milioni di ebrei viventi della zona Est d’Europa. Poco prima della rivoluzione russa il movimento politico dovette entrare in un sistema di politica condivisa. Doveva unirsi dunque coi bolscevichi e menscevichi che insieme non arrivavano nemmeno alle 30mila unità».

Con la presa del potere da parte dei bolscevichi e l’avvento del Comunismo, il Bund scomparì in tutto il territorio russo tranne che in Polonia. «Nella Polonia ricostruita il Bund continuerà le sue attività sia di ordine politico che culturale. Questo territorio era considerato una sede adatta in cui l’ebraismo poteva vivere in maniera accettabile», ha affermato Vercelli, aggiungendo che le attuali nostalgie di ritorno a questa forma politica non hanno più senso perché è finita un’epoca, non solo per gli ebrei, ma anche per la storia.

I due Bund

Avram Hason ha invece articolato il suo discorso su due concetti principali legati alla nascita e sviluppo del Bund: «Temporalmente ci sono due Bund: uno è quello che troviamo dall’Ottocento fino al 1917; l’altro è quello sovietico. Entrambi sono alla ricerca della dignità del loro popolo. Come abbiamo detto, gli ebrei che vivevano nello Yiddishland sotto l’impero russo erano all’incirca 5 milioni di persone ed erano costituiti da proletari, gente povera e oppressa».

Arrivarono le idee della modernità occidentale e si sviluppò una interazione tra intellettuali e operai, i primi insegnavano ai secondi le più recenti dottrine socialiste. Hason ha spiegato che finché fu vivo Alessandro II non ci furono grossi problemi per gli ebrei per quanto riguarda la politica.

Con il figlio, Alessandro III, invece le cose cambiarono, lo zar era dispotico, e vide gli ebrei come “portatori sani di malattie ideologiche”. Incominciarono i pogrom e le fustigazioni degli ebrei in piazza. «L’autodifesa è uno dei temi più delicati per il Bund. I giovani socialisti, nemici della religione, si armano e si mettono davanti alle sinagoghe per difenderle. Non si protegge una religione ma un diritto all’identità. Gli ebrei vogliono avere più tutele e difendersi dal dilagante antisemitismo», ha spiegato Hason ripercorrendo i problemi accennati da Vercelli precedentemente sul rapporto con il gruppo sionista: «I bundisti e i sionisti erano propriamente nemici. I sionisti sono per l’ebraico e il trasferimento in Palestina; i bundisti vogliono lo yiddish e vogliono vivere nel loro territorio come nazione».

Hason nella parte finale del suo discorso ha poi parlato della concezione politica dell’ebraismo sviluppata da Marx, Engels, Lenin e Stalin. Il minimo comune denominatore dei quattro pensatori è il fatto che gli ebrei dovessero assimilarsi per costituire un’unica collettività senza differenze interne. Per il Comunismo infatti l’assimilazione sarà una delle trovate per sconfiggere in apparenza l’antisemitismo: se gli ebrei avessero perso gli elementi per cui erano discriminati, si sarebbero liberati dai pregiudizi. Come ha ricordato lo studioso, il bundismo non è stato però eliminato dai suoi nemici politici, ma “è stato sconfitto dalla storia”.

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