Rabbini con il lulav per Sukkot

Hosha’anà Rabbà, la notte del grande sigillo

Ebraismo

di Rav Roberto Della Rocca
L’ultimo e settimo giorno della festa di Sukkòt (che quest’anno domenica 20 ottobre) è conosciuto con il nome di Hosha’anà Rabbà, una ricorrenza piena di significati soprattutto per la Qabbalà. Si usa in questo giorno fare sette giri con i Sifre Toràh, accompagnati dal suono dello Shofar, in ricordo di quanto avveniva nel Santuario, mentre si girava intorno all’altare. Secondo la tradizione mistica con il giorno di Hosha’anà Rabbà si chiude anche definitivamente il periodo penitenziale successivo a Yom Kippùr. Non a caso questo giorno è chiamato anche Yom Kippùr Qatan, il piccolo Kippur. È in verità un po’ curioso che in Hosha’ana Rabbà, settimo ed ultimo giorno di Sukkot, -momento della nostra gioia e Chag, festa per antonomasia-, ci sia un ritorno penitenziale di Teshuvah! Una grande esultanza che però termina con un piccolo Kippur? Ebbene sì. Ma questo non deve meravigliarci se solo pensiamo alla consuetudine di leggere a Sukkot il libro del Qohelet (Ecclesiaste), un testo notoriamente denso di riflessioni pessimistiche e profonde sul senso della vita.

Quando esisteva il Santuario, nel giorno di Hosha’anà Rabbà si completavano i 70 sacrifici (di tori), offerti in olocausto per tutte le nazioni del mondo; diversamente dai primi 6 giorni della festa si facevano 7 giri intorno all’altare in ricordo dei 7 giri fatti intorno alle mura di Gerico che, cadendo, permisero agli ebrei l’ingresso in Eretz Israel. Per questo motivo in molte comunità si usa portare in corteo tutti i Rotoli della Torà compiendo i riti delle Hosha’anòt, e si termina prendendo 5 rametti di arava, di salice, legati da una foglia di palma e li si sbatte sul pavimento per 5 volte consecutive.

L’aravà, il salice, la pianta che cresce presso i fiumi, simboleggia quegli ebrei che non hanno né Torà né buone azioni, e che solo se mescolati e integrati nel mazzetto con le altre tre piante odorose -o che danno frutti-, possono modificarsi ed elevarsi. È questo il senso del tanto richiamato concetto di agudà achat, un unico “agglomerato”; un po’ come il ketoret, l’incenso, che doveva contenere dentro di sé, tra le sue 11 spezie miscelate, anche una pianta maleodorante. Stesso destino per la parola tzibbùr, il pubblico, acronimo di tre parole: tzaddikim, giusti, benonim, mediocri e reshaim, malvagi; come se una pubblica collettività, tzibbur, non potesse essere concepita senza la partecipazione di tutti i questi tre stereotipi, l’insieme di giusti, mediocri e malvagi.

Hosha’anà Rabbà si chiama anche Yom Ha aravà perché è come se tutti noi diventassimo soltanto un po’ aravà, il salice, di fronte ad Ha-Shem. Della festa di Hosha’anà Rabbà non si fa cenno nella Torà scritta. Lo troviamo nella tradizione orale, ovvero nella Torà shebeal pe, la Torà che fiorisce nel discorso tramandato di bocca in bocca, nella discussione e nel discorso verbale. Non a caso, ciascuna delle 7 sere di Sukkot ha un ospite particolare che rappresenta una dimensione divina; e l’ultima sera appartiene a David haMelech, colui che ha sempre innalzato lodi a D-o attraverso il canto e i Salmi, colui che con la bocca ha elevato la parola poetico-religiosa alla dimensione più alta e che i Maestri chiamano “Vaani Tefillà…” , io stesso sono una tefillà”, una preghiera. Non a caso la aravà il salice, rappresenta proprio la bocca (come l’hadas, il mirto gli occhi, il lulav la spina dorsale, e l’etrog il cuore).

Fare i conti con l’ombra

Il fatto di prendere l’aravà, ci dice che nella ricorrenza di Hosha’anà Rabbà espiamo i peccati commessi con la bocca -menzogna, maldicenza, calunnia, insulti…-, ed ecco perché abbondiamo nella recitazione di tefillot, Salmi e lettura del libro Devarim, parole!! D-o creò il mondo con 10 parole e secondo il Midrash ha creato e distrutto 10 mondi prima di questo e lo ha fatto con la parola. Questo solo per insegnarci la potenza creativa e distruttrice della parola, davar. Le lettere di davar sono le stesse di dever, peste e devir, la parte più intima e nascosta del Santuario. Quindi la parola può condurci ed elevarci alla parte più intima del Miqdash ma può anche distruggerci come la peste, malattia che uccide pian piano coloro che ne sono colpiti. Una lenta forma di omicidio, perché la parola può uccidere, come ciascuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. Nel Salmo 120, la maldicenza è paragonata ad una freccia: chi tira fuori una spada per uccidere può fermarsi in tempo e rinfoderarla, vuoi per compassione, vuoi perché ci ripensa. Ma chi scaglia una freccia con un arco compie un atto irreversibile, perché non potrà più fermarla!! In alcuni testi di Halakhà -tra cui lo stesso Shulchan Arukh-, viene riportato un uso diffuso anticamente: quello di uscire alla luce della luna la notte di Hosha’anà Rabbà e vedere se la propria ombra si riflette in uno specchio di acqua. Se questo avveniva, era una indicazione attraverso la quale si poteva capire come si sarebbe stati giudicati da Ha-Shem per l’anno a venire. Per questo motivo la notte di Hosha’anà Rabbà è chiamata Lel Hachotam hagadol, la notte del grande sigillo, nella quale il Giudice Supremo prende una decisione definitiva sul nostro futuro. Da notare che in ebraico le parola chomot, mura (… quelle di Gerico) e chotam, sigillo, hanno le stesse lettere. Come se il giudizio venisse emanato quando riusciamo ad abbattere quei muri e quelle barriere e pregiudizi che non ci consentono di vedere la nostra ombra. Rabbenu Bechajè nel suo commento alla Torà tenta di spiegare questo rito con un approccio psicologico. L’ombra è l’immagine stessa di noi. È ciò che determina la collocazione e la proiezione di ogni soggetto e di ogni oggetto nel mondo. E il Signore è la Grande Ombra “Bavà Debavuà” e non volendo che nessun essere umano prevaricasse la dimensione e il dominio del suo prossimo ha ceduto una parte della Sua Ombra ad ogni cosa e a ogni individuo nel mondo. “…Il Signore è la tua Ombra …”, recita il Salmo 121. Da notare la quasi identità di Tzèl ombra e di Tzelem, l’immagine di Dio, con cui ogni uomo è stato creato.

troppo sole acceca

L’assenza di ombra quindi rappresenta la perdita di identità; non vi è più ombra perché non vi è più essere. Una delle regole principali della Sukkà, per essere kesherà, adatta alla mitzwà, è quella per cui la sua ombra deve essere maggiore della sua luce. Quindi l’ombra non è solamente l’opposto della luce ma serve a darci piuttosto la giusta dimensione della nostra immagine riflessa, sia individuale che collettiva, troppo spesso accecata e aggredita dal sole.

Il settimo giorno di Sukkot è tra l’altro il 26° giorno della Creazione del mondo, iniziata il 25 di Elul. Non può sfuggirci che il 26 è il numero che equivale alla somma delle 4 lettere che compongono il Nome di Dio, il Tetragramma. È questa una delle spiegazioni del nome di Hosha’anà Rabbà dove l’aggettivo Rabbà sarebbe riferito al Grande Nome di D-o. Il 26 è anche un numero di completezza, ci sono 26 generazioni da Adamo a Moshè, dal primo uomo fino al dono della Torà, dalla caduta di Adamo alla dimostrazione della compiuta Teshuvàh. Hosha’anà Rabbà è quindi la fine di un ciclo, è la dimostrazione di saper fare Teshuvàh, anche nell’apice della nostra gioia, simcha.

la felicità dell’acqua

Ma l’elemento che caratterizza il giudizio di Sukkot che si chiude appunto con Hosha’anà Rabbà è il giudizio sull’acqua. “Uvachag niddonim al hamaim”. Il rituale più originale della festa di Sukkot è proprio quello della libagione dell’acqua; e la sua festosità era tale che secondo la Mishnà “chi non ha visto la gioia dell’attingere l’acqua, simchat bet hashoevà, non ha mai conosciuto gioia in vita sua”. Il rito si svolgeva così: i Sacerdoti per tutta la notte trasportavano l’acqua in ampolle dorate dalla fonte dello Shiloach (un fiumiciattolo), a Yerushalajm, fino all’atrio del Tempio accompagnati dalla popolazione in festa, con torce, danze e canti (l’Hallel), con strumenti musicali. L’acqua veniva poi utilizzata la mattina come cibo e libagione, durante il culto del sacrificio mattutino. Questo rito serviva ad invocare e propiziare, all’inizio della stagione delle piogge, il dono di un’acqua abbondante.

Scomparso questo rito con la distruzione del Tempio, è rimasta una traccia nelle Hosha’anòt e nelle Hakkafòt, i giri che facciamo intorno al Sefer Torà e nella Tefillat Hagheshem, la preghiera per la pioggia che si recita la mattina di Shemini Atzeret durante il Musaf.

acque di sotto e di sopra

Il Nissuach Hamaim fa parte di quelle regole “Midivrè Chachamim” che ha la sua origine nel verso di Isaia 12,3 Ushavtem maim besason mimaine aieshuà” “E attingerete acqua con gioia da fonti di salvezza”. Da ciò deriva che l’acqua non deve essere solamente un’acqua attinta dall’uomo, cioè un’acqua artificiale, ma attinta da fonte di acqua viva, elemento primordiale della creazione di Dio. “All’inizio del mondo non fu che acqua nell’acqua e il soffio di Dio si librava sulle acque”. In questo verso noi incontriamo per la prima volta la parola acqua e la parola ruach, lo Spirito di Dio. Ma successivamente si legge ancora: “Sia una distesa in mezzo alle acque che separi le une dalle altre. Dio fece la distesa e separò” le acque che sono al di sotto della distesa, da quelle che sono al di sopra di esse, così fu sera e fu mattina, un secondo giorno”.

Il secondo giorno è il giorno della separazione, rakia dalla parola rak eccezione, unico giorno per il quale non viene detto tov buono (“…e il Signore. vide che era cosa buona…!”). Tutta la creazione è all’insegna dell’unione ma nel terzo giorno c’è divisione!

Nel terzo giorno inoltre, dalle acque di sotto vennero creati la terra e i mari. Ora se noi leggiamo attentamente questo passo ci colpisce un fatto, dove sono andate a finire le acque al di sopra della distesa? Non ne sappiamo più nulla, non se ne parla più, perché il nostro cielo, Shamaim, è la distesa che è fra le acque -maim-, e al di sopra di questa distesa vi è il mistero. Le acque di sotto cioè quella parte delle acque originarie che noi conosciamo sono, stando al racconto della Torà, un riflesso ed un completamento, potremo dire un’ombra delle acque di sopra.

penombra divina

I Maestri hanno detto che il rito della libagione dell’acqua evoca proprio questo rapporto primordiale che aiuta a riunire le acque di sotto con quelle di sopra proprio aspergendole sull’altare dei sacrifici. Il ruach di Dio aleggiò all’inizio dei tempi su tutte le acque e per questo vi fu la Creazione, perché le acque di sopra e quelle di sotto allora furono insieme.

Con il rituale del Nissuach ed oggi del Tikkun (una restaurazione, riparazione), noi provochiamo una risposta, stabiliamo un contatto, creiamo una compartecipazione nelle sfere superiori, quasi un chiamarsi ed un rispondersi fra questo mondo in cui noi viviamo che è fatto di terra ma anche di cielo e di acqua, ed un altro mondo che è solo Malchùt Hashem, il regno della regalità divina.

Le acque di sopra e quelle di sotto si uniscono allora di nuovo, questo è ciò che conduce ad una nuova dimensione che è quella dell’ombra della Sukkà, il simbolo per eccellenza dell’incontro con Dio.

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