Dall’America First a Gaza: la nuova destra e la distanza da Israele

Mondo

di Davide Cucciati

Il consenso della destra occidentale verso Israele, ritenuto per anni un pilastro ideologico automatico, mostra oggi crepe evidenti. Negli Stati Uniti, la base MAGA sta scavando un solco profondo in nome della discontinuità con i Neocon che dominarono la scena mondiale all’inizio di questo millennio.

Ad esempio, secondo il Los Angeles Times del 31 luglio 2025, la deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene ha affermato che “È la cosa più veritiera e più facile dire che il 7 ottobre in Israele è stato orribile e che tutti gli ostaggi devono essere restituiti, ma lo è anche il genocidio, la crisi umanitaria e la fame che stanno accadendo a Gaza”. Inoltre, Greene sta portando avanti una campagna contro l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ben rappresentata da un suo post su X dell’8 agosto 2025: “Buongiorno a tutti coloro che sono stanchi dell’AIPAC, degli aiuti esteri e del finanziamento di guerre all’estero”.

Non siamo di fronte a un afflato progressista di una deputata repubblicana; al contrario, Greene è sostenitrice del nuovo corso della destra americana che ha invertito rotta rispetto alle amministrazioni Bush, in nome dell’isolazionismo, della lotta alle élite e al cosiddetto “deep state”. A tal proposito, è necessario evidenziare anche che in data 19 gennaio del 2023, l’Independent ha riportato che un sopravvissuto agli attacchi terroristici dell’11 settembre ha condannato la nomina di Marjorie Taylor Greene in una commissione chiave per la sicurezza della Camera, sottolineando che la deputata repubblicana ha a lungo diffuso teorie complottiste proprio sull’11 settembre, come il dubbio che un aereo avesse colpito il Pentagono, poi in parte ritrattate.

L’esempio più estremo dell’isolazionismo tra i repubblicani è rappresentato da Thomas Massie che, secondo quanto pubblicato da Il Corriere della Sera, ha condannato l’intervento militare statunitense contro il regime iraniano, suscitando l’ira del presidente Trump. Ma non solo: come riportato da Newsweek il 29 maggio 2025, Thomas Massie ha più volte espresso posizioni critiche verso Israele. Il 30 maggio 2025 ha scritto su X che “nulla può giustificare le decine di migliaia di vittime civili a Gaza” e ha chiesto l’immediata fine degli aiuti militari USA a Israele. Negli anni, Massie è stato l’unico repubblicano a votare contro una legge che condannava l’antisemitismo (2022), motivando la sua scelta con la difesa del Primo Emendamento e l’opposizione alla censura su Internet. Nel 2024 ha votato contro una legge per aumentare il supporto militare a Israele e ha criticato la campagna militare israeliana in Libano, affermando che gli Stati Uniti non dovrebbero finanziare la distruzione di obiettivi civili.

Queste posizioni sono una legittimazione inedita di idee che esistevano da tempo. Già negli anni ’80-’90, frasi attribuite a Pat Buchanan (come “Israeli-occupied territory” riferito al Congresso) anticiparono in parte il pensiero MAGA. Allo stesso modo, Ron Paul si oppose sistematicamente agli aiuti esteri, sostenendo che l’America non dovrebbe finanziare nessun alleato.  Nel nuovo scenario conservatore, figure come John Bolton o Nikki Haley, che fino a pochi anni fa incarnavano la linea dura e lealtà a Israele, sono ora relegati a ruoli secondari. La visione MAGA, senza i correttivi improvvisi e circostanziali di Donald Trump, ha sostituito l’ideologia neoconservatrice con una visione più ristretta e identitaria. La destra americana sembra rifarsi più a Charles Lindbergh che a George W. Bush. L’eroe dell’aviazione divenuto portavoce dell’“America First” negli anni ’30, e sospettato di antisemitismo, è evocato anche nel romanzo Il complotto contro l’America di Philip Roth, in cui una sua presidenza immaginaria porta l’America a voltare le spalle agli ebrei.

Questa svolta trova riscontro anche nel campo mediatico. Come ha segnalato il Jerusalem Post il 29 agosto 2025, giornalisti conservatori quali Tucker Carlson, Piers Morgan e Megyn Kelly stanno cavalcando una nuova linea editoriale in cui il sostegno automatico a Israele è messo in discussione. Lo fanno evocando la “propaganda israeliana”, definendo i media mainstream troppo schierati con Gerusalemme, o insistendo sui “crimini” commessi a Gaza. Secondo il Jerusalem Post, queste figure parlano senza esperienza diretta del conflitto e con una superficialità che danneggia la comprensione della realtà, contrapponendole a reporter come Douglas Murray che hanno documentato sul campo le atrocità di Hamas.

A questo cambio di paradigma si affianca una riflessione teorica che trova radici nel libro La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti, scritto nel 2007 da John Mearsheimer (University of Chicago) e Stephen Walt (Harvard University), due studiosi affatto vicini al mondo conservatore. Gli autori sottolineano l’influenza della lobby pro-israeliana che avrebbe indotto gli Stati Uniti a sostenere lo Stato ebraico anche a discapito della stabilità in Medio Oriente. Questa visione trovò l’avallo, secondo Tablet, anche di Osama Bin Laden, che raccomandò espressamente di leggere il libro di Mearsheimer e Walt. Quando Greene o Massie denunciano AIPAC, citano (senza dirlo) la stessa struttura analitica: solo che, mentre Mearsheimer e Walt agivano sul piano metodologico, i MAGA traducono tutto in linguaggio populista anti-élite. Ma la traiettoria concettuale si intreccia. È qui che si apre la frattura più profonda. Con George W. Bush alla Casa Bianca, Donald Rumsfeld, Dick Cheney e Condoleezza Rice, gli Stati Uniti si concepivano come forza guida del mondo. Israele era l’avamposto democratico in un Medio Oriente da rifondare con la “guerra al terrore” e parte di un disegno più ampio.

In questa cornice, si colloca J.D. Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti. Vance ha sempre espresso un forte scetticismo verso gli interventi esteri, denunciando l’abbandono delle classi popolari americane da parte delle “élite belliciste”. Anche se oggi il Vicepresidente statunitense appare favorevole a Israele, è lecito domandarsi quanto di ciò sia dettato da convinzione personale e quanto da lealtà tattica a Trump. Nel 2016, Vance era contrario alla candidatura di Trump; solo in seguito si è convertito alla sua visione. Resta un punto interrogativo: se in una sorta di distopia futura lo stesso Vance dovesse correre per la Casa Bianca contro una figura come Alexandria Ocasio-Cortez, il sostegno bipartisan a Israele potrebbe non essere più garantito.

La Storia ha spesso dimostrato che movimenti rivoluzionari tendono a moderarsi una volta al potere ma il quesito è se stia cambiando la concezione del mondo e della vita negli USA, la weltanschauung.

In questo contesto, l’amicizia verso Israele non è più scontata: è subordinata a considerazioni di mera convenienza e non più fondata su affinità valoriali.