The Last Day, le prime recensioni sul film di Gitai su Rabin

Taccuino

di Roberto Zadik

A ridosso dell’uscita di “The last day”, il nuovo lungometraggio di Amos Gitai che racconta il clima circostante all’omicidio di Rabin – e che non è solo una biografia del Primo Ministro -, fioccano le recensioni e le critiche. A questo proposito il sito Ynet news ne descrive tematiche, elementi e peculiarità.

Definito “un film importante” nonostante alcuni difetti nella narrazione “disorganizzata” della vicenda, il lungometraggio diretto dall’ acclamato ma polemico Gitai, autore di pellicole pungenti come “Kadosh” sul mondo ortodosso, il film fornisce un quadro dettagliato dell’atmosfera che si respirava, vent’anni fa, nel 1995. Un resoconto accorato e rigoroso del clima politico e sociale dopo gli accordi di Oslo  e di quanto accadde prima e dopo l’omicidio di Rabin da parte dell’estremista Yigal Amir in quel tragico 4 novembre 1995,  Gitai, secondo il sito, sembra attenersi rigorosamente ai fatti e alla storia, come un bravo cronista o uno storico, senza innovare, aggiungere o togliere nulla alla vicenda, diversamente da opere come il monumentale e un po’ noioso “JFK-un caso ancora aperto” filmone di Oliver Stone con un bravo Kevin Costner che ipotizzava cospirazioni e tesi complottiste contro il presidente Kennedy.

Ma cosa caratterizza questo film? Si tratta di un lavoro emozionante che però, a quanto pare, non brilla per originalità ma che è stato recensito come un’opera di grande forza emotiva che intende essere “un riassunto definitivo e approfondito su uno dei più tremendi traumi passati da Israele nella sua storia recente”. Secondo Ynet l’approfondimento e la precisione, viene confermato non solo dal titolo ma anche dalla lunghezza di questo film, più di due ore, 153 minuti, il più lavoro più lungo mai realizzato nel cinema israeliano e uno dei più incisivi assieme al film “La vita secondo Afga”. Ma questo lavoro di Gitai è anche una stimolante riflessione su come affrontare un trauma, argomento già affrontato dal regista israeliano nel documentario “La scena dell’omicidio”.  Come si articola questo film su Rabin e quali sono i suoi elementi distintivi? “Last day” alterna immagini di fiction a spezzoni di materiale d’archivio (telegiornali dell’assassinio, interviste a politici, dimostrazioni nelle strade di attivisti dell’estrema destra israeliana).  Pellicola dura, realista e in alcuni accenti provocatoria, come tanti film di Gitai del resto, uno degli aspetti più interessanti è che nel film manca qualsiasi visione consolatoria o spiraglio ottimistico e che nessun attore interpreta Rabin mentre invece il braco Motaleh Spiegler , ex calciatore, espressivo e atletico è impegnato nel complesso ruolo Yigal Amir, l’assassino  del Primo Ministro. Il fatto che il personaggio di Rabin non sia stato interpretato da nessun attore, secondo Ynet, non è un caso ma un brillante stratagemma di Gitai per evitare qualsiasi errata interpretazione della personalità del Primo Ministro. L’attenzione del suo obbiettivo si concentra invece sul fatto, l’omicidio, nello scenario precedente e successivo ad esso, l’angosciosa ricerca del colpevole e il senso di confusione, paura e smarrimento che ha travolto la società. Il film non cerca la verità o soluzioni facili, non offre consolazione ma mostra una ferita ancora aperta e analizza sensazioni e stati d’animo fornendo una rigorosa e appassionante fotografia storica e cinematografica.

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