“In Between”, primo film palestinese di denuncia sui malesseri della società araba

Taccuino

di Roberto Zadik

 

Normalmente in questo blog mi soffermo sul mondo dello spettacolo ebraico e israeliano ma qui farò un’ eccezione molto grande. Questo perché sono stato molto colpito dal  film palestinese “In between-Libere, disobbedienti e innamorate”, opera molto forte che uscita da un mese nelle sale italiane è arrivata nel cartellone di proiezioni del festival del cinema israeliane allo Spazio Oberdan.

Accolto positivamente da critica e pubblico internazionale, questo esordio della regista 35enne Maysaloun Hamoud,  nata a Budapest da famiglia arabo-israeliana, sta scatenando un coro di polemiche nel mondo arabo, specialmente fra gli integralisti, tanto da provocarle una Fatwa, una scomunica a carico dell’autrice visti i contenuti espliciti e “ribelli” della sua opera che tratta con insolita sincerità per il cinema arabo, solitamente molto “casto”,  di alcol, sesso, droga, veri tabù ancora oggi, e non risparmia battute e affondi alla società araba, anche se come ha specificato la regista, “non è un’accusa contro l’Islam o le religioni”.

Molto simile per la sua schiettezza a “La sposa turca” di Fatih Akim, l’opera è decisamente anomala e a tratti spiazzante da vari punti di vista. Infatti non ci sono quasi mai stati da parte palestinese i film di denuncia sociale mentre in  Israele, da Gitai a Riklis sono all’ordine del giorno, a parte il notevole “Paradise Now” accusa verticale contro il terrorismo e i kamikaze uscito una decina di anni fa e che aveva costretto il regista a nascondersi in Olanda.

“In between” è estremamente realistico e a parte qualche lentezza scorre piacevolmente e efficacemente e sia nel nostro Paese che all’estero ne hanno parlato una serie di media e di testate online attirate dall’efficacia di questa pellicola che però sfuma in un finale senza soluzione o consolatorio “happy ending” all’americana. Forse qualcosa nel mondo arabo sta cambiando o film come questi sono solo eccezioni? Questa è una domanda troppo complessa. Torniamo al film che ho deciso di approfondire in questo mio blog, esso è un esempio di originalità e di autocritica davvero rara nel mondo palestinese, sempre stato molto acre e fazioso verso Israele, si pensi alle poesie di Mahmoud Darwish o ai racconti di Suad Amiry ma che mostra inaspettati spiragli  con questo film o i libri dello scrittore e giornalista Sayed Kashua, notevole “Arabi danzanti”.

Ma di cosa si parla e quali sono i suoi punti di forza?

La trama è semplice e ben raccontata con mano sicura e lampi di ironia dalla Hamoud, che tratteggia abilmente non solo le vicende ma la psicologia delle tre protagoniste Salma, Sana Jammelieh, una ribelle barista deejay precaria irrequieta, omosessuale e innamorata della sua coetanea Dounia, Laila interpretata dalla brava Mouna Hawa, brillante e acidula avvocatessa delusa dall’amore che incontra tanti uomini ma in fondo non vuole nessuno e rappresenta tante single del mondo di oggi,  e la timida Noor, nella parte Shaden Kamboura, religiosa islamica con tanto di velo e promessa sposa a Wissam, un uomo apparentemente molto pio ma violento e dispotico che arriva a violentarla perché lei rifiuta di concedersi ai suoi desideri. Affresco mediorientale che dosa bene serietà e umorismo è tutto al femminile e girato in interni, ambientato nella scatenata e liberale Tel Aviv, che risucchia con musica e divertimenti le tre protagoniste e prodotto dalla Francia e da Israele, dal regista Shlomi Elkabetz.

L’intreccio si focalizza sugli arabi, musulmani e cristiani e  tralascia volutamente qualsiasi riferimento agli israeliani e agli ebrei che appaiono solo marginalmente, anche se si avverte chiaramente la tensione e l’incomunicabilità fra israeliani e arabi, come quando l’amico di Laila, Jonathan a cui lei afferma con sarcasmo “Tua madre la signora Halevy non vorrebbe mai una come me, ma una ebrea kasher”. Nel film ci sono diversi elementi che ne dimostrano la buona riuscita e la vena anticonformista e provocatoria.

Gustosi i dialoghi fra le protagoniste, spassose le scene dove Noor si mette a ballare di nascosto da Wissam e quando Salma scappa di casa dopo aver litigato col padre che ha scoperto la sua omosessualità, romantiche le conversazioni fra Laila e la sua “fiamma” Zayed, mentre molto drammatici diversi momenti. Nell’opera della Hamoud vengono sviluppati diversi temi: dalla femminilità e dalla difficoltà di essere “in mezzo”  – da qui il titolo del film – fra valori religiosi che le giovani Salma, cristiana, e Laila, musulmana ma laica e preda di droghe e inibizioni sentimentali,  sentono come oppressivi e soffocanti e la modernità, la vitalità di Tel Aviv e la confusione di questa epoca basata sull’immagine e un’illusione della disinibizione e della libertà di atteggiamenti e di costumi. Elemento portante della pellicola, oltre alla regia, anche la brillante recitazione delle protagoniste, molto espressive, in particolare Mouna Hawa, nella parte di Laila, e la descrizione essenziale ma molto efficace dei villaggi palestinesi, degli ambienti famigliari e delle tante nevrosi della società araba di oggi, che secondo la Hamoud “è spesso priva di affettività e di romanticismo”.

Vincitore del Premio Haifa e di vari premi internazionali, la regista ha dichiarato di essere stata influenzata da grandi cineasti come Pedro Almodovar, Ken Loach e la sua collega libanese Nadine Labaki che aveva realizzato un altro ritratto femminile di grande intensità come “Caramel” anche se come ha detto in una intervista al sito BestMovie “lei cerca di addolcire le sue storie, io no”.

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