Addio a Jerry Lewis, l’uomo dietro la risata

Taccuino

di Roberto Zadik

 

Il 20 agosto 2017, come un temporale estivo, anzi uno tsunami,è arrivata la notizia della scomparsa a 91 anni di una leggenda dell’umorismo ebraico americano demenziale come Joseph Levitch, conosciuto internazionalmente come Jerry Lewis. Ne hanno parlato tutti e mancavo solo io così in questo mio blog ho deciso di ricordare questo carismatico e tormentato personaggio in maniera del tutto diversa dal solito, come mi propongo di fare nella mia passione per gli omaggi biografici e caratteriali dei grandi dello spettacolo.

Cantante, attore, imitatore, fra i primi assieme al nostrano Totò che inaugurarono una comicità mimica, facciale, istintiva e irresistibile che spopolò negli Usa fra gli anni ’60 e gli anni ’70 e che poi finì per affievolirsi rinascendo negli anni ’90 con la verve del comico canadese Jim Carrey. Campione dell’umorismo demenziale, Jerry Lewis, nacque il 16 marzo 1926 – Pesci ascendente Cancro -, a Newark, cittadina del New Jersey in cui nacquero altri talenti ebraici come Neil Diamond o Philip Roth, da una famiglia di ebrei russi laici e fuggiti dai pogrom e dalla dittatura comunista. Carattere difficile, permaloso, lunatico, riservato, l’attore era molto generoso e dedito a varie cause benefiche e umanitarie, fra cui quella a favore della Distrofia Muscolare.

Burbero, scontroso ma altruista e compassionevole, Lewis non era un uomo facile e tendeva a passare dalla brillantezza alla depressione e scoramento come molti comici e intrattenitori. Anticonformista e dissacrante, nella sua comicità abbondavano gag esilaranti, piroette e acrobazie, a causa delle quali il comico collezionò diverse fratture e incidenti, e una vasta gamma di espressioni,di facce e di smorfie che ne caratterizzarono la lunga e discontinua carriera durata quasi mezzo secolo. Amico di un altro grande intrattenitore come Dean Martin (Gemelli ascendente Pesci) assieme iniziarono a metà degli anni ’50 una folgorante carriera cabarettistica nei locali e girarono qualche pellicola ma si lasciarono nel 1956  prendendo strade diverse. Insicuro e autoironico, Lewis si scherniva dicendo “sono diventato famoso recitando la parte dell’idiota” ma nella sua comicità c’erano trovate geniali, acume e intuito e una sottile insicurezza che non lo abbandonò mai nonostante il grande successo ottenuto.

Fra i suoi film più riusciti ci furono capolavori come “Il professore matto” del 1963 rifatto trent’anni dopo dal bravo Eddie Murphy e pellicole in cui, come Woody Allen, spiccò come attore e regista, come “Le folli notti del Dottor Jekyll” , “Ragazzo tuttofare” e “3 sul divano”. Dagli anni ’70 la sua popolarità, dopo i vivacissimi anni ’60 in cui sfornava quasi un film ogni due anni, subì un brusco calo, anche se arrivò a girare una cinquantina di lungometraggi, arrivando a livelli planetari di popolarità e ottenendo una serie di premi e riconoscimenti europei, specialmente in Francia dove era molto apprezzato.

Sornione, testardo e tenace ma anche molto sensibile e emotivo, Lewis non era per niente religioso o ideologizzato, la nonna raccontava che “marinava le lezioni di ebraico per il suo bar mitzva” ma mantenne una forte identità ebraica e un solido legame con Israele. A partire dagli anni ’80, dopo dieci anni di oblio, la sua carriera riprese a decollare non solo nel genere comico col suo personaggio sgangherato di “Picchiatello” ma anche con notevoli interpretazioni drammatiche come nel bellissimo “Re per una notte” del 1983 assieme a due icone come De Niro e Martin Scorsese alla regia. Una vita piena di trionfi ma anche di amarezze e di momenti molto cupi, dove l’attore soffrì di diverse malattie, infarti, diabete, fratture sul set e depressione e i suoi film spesso venivano demoliti dalla critica e accolti calorosamente dal pubblico amante della sua vivace comicità apparentemente disimpegnata e leggermente infantile. A questo proposito, Lewis disse in una sua intervista” citata dal Jerusalem Post “guardo il mondo con gli occhi di un bambino, perché in realtà ho nove anni!”.

Dotato di carisma, magnetismo e di un certo fascino,  l’attore ebbe diverse donne (fra cui un flirt con Marylin Monroe), sposandosi due volte, una con la cantante Patty Palmer – il cui vero nome era Pasqualina Calonico, di origine abruzzese -, dalla quale ebbe sei figli in 40 anni di matrimonio e nel 1983 con Sandee Pitnick anche se a quanto pare dai vari gossip non fu certo un marito modello e ci furono varie infedeltà e tradimenti.

Le malattie, fra cui una dolorosa meningite virale che lo portò a tentare il suicidio, e gli amori, non riuscirono a tenerlo lontano dal grande schermo e dalla filantropia, fondò fra le varie iniziative, la “Casa della risata” un centro dove curare con la comicità i bambini in situazioni difficili. Negli anni ’90 tornò alla ribalta per la terza volta con film come “Mr sabato sera” girato nel 1993 con l’amico e correligionario Billy Crystal, protagonista del bellissimo “Harry ti presento Sally” e “Arizona Dream” di Emir Kusturica, regista bosniaco famoso per “Underground” o “Gatto nero Gatto Bianco” e apparendo come doppiatore di cartoni animati come “I simpson” o i serie televisive come “Law and order”.

Con Jerry Lewis se ne va un’altra icona del mondo dello spettacolo in un periodo in cui una vasta schiera di talenti stanno morendo, da David Bowie a Paolo Villaggio, da George Michael a Prince, a pochi mesi dalla morte dell’attore drammatico Martin Landau, a un anno di distanza da Gene Wilder scomparso l’anno scorso il 29 agosto e a 40 anni dalla scomparsa di un altro grande umorista ebraico come Groucho Marx.

Quando muore un comico il mondo perde di brio e di colore…

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