Israele: nuova chiave contro il cancro, col trapianto del microbiota

Salute

di Michael Soncin

Secondo uno studio clinico presso lo Sheba Medical Center in Israele, la modifica della flora intestinale può indurre il sistema immunitario a riprogrammarsi per attaccare i tumori maligni.

Come riporta Israel21C, i risultati dello studio, sottoposti a peer review, sono stati pubblicati sulla rivista Science dal gruppo di ricerca con a capo il dottor Ben Boursi, l’oncologo Gal Markel, assieme al dottorando Erez Baruch.

“Per la prima volta al mondo, abbiamo combattuto con successo i tumori maligni modificando il microbiota intestinale. Attualmente, l’immunoterapia funziona solo per il 40-50% dei pazienti e si spera che il numero di quelli con esito positivo possa aumentare grazie all’aiuto di questo trattamento rivoluzionario”, ha affermato Boursi.

“I ricercatori – riporta il sito – hanno eseguito il trapianto di microbiota fecale (FMT Fecal Microbiota Transplantation) su dieci malati terminali affetti da melanoma metastatico precedentemente non rispondenti all’immunoterapia e a tutte le alternative di trattamento esistenti”.

“Nella prima fase, abbiamo sradicato il microbiota preesistente dal paziente, dopo di che abbiamo trapiantato il microbiota intestinale dai sopravvissuti al melanoma, che avevano risposto positivamente all’immunoterapia e che non avevano contratto il cancro per almeno un anno”, ha spiegato l’oncologo Boursi.

Una terapia, sicura semplice dai costi contenuti

I pazienti hanno ripreso l’immunoterapia, due settimane dopo l’introduzione tramite colonscopia del microbiota del donatore, completamente assorbito dai pazienti. Essi hanno continuato in seguito a ricevere per tre mesi i microrganismi attraverso la somministrazione di pillole inodore e insapore.

È stato riscontrato un buon esito nel 30% dei partecipanti. Per il professor Boursi si tratta di un ottimo risultato, in particolare se teniamo conto delle condizioni terminali dei pazienti e degli esiti negativi delle precedenti terapie. In ben due di essi il tumore si è notevolmente ridotto e in un soggetto la malattia è scomparsa, senza ripresentarsi per oltre 24 mesi. Egli specifica che il microbiota non è l’unico fattore che può influenzare la risposta al trattamento, ma ipotizza che alcuni dei pazienti trapiantati non abbiano risposto alla terapia immunologica a causa dei cambiamenti genetici nei tumori da loro affetti.

È una procedura semplice, sicura e poco costosa in fase di test dal gruppo di Boursi, condotta anche su soggetti affetti da tumore polmonare. Le neoplasie polmonari sono una delle prime cause di morte nei paesi industrializzati ed in Italia è stato classificato come il primo fattore di morte per tumore negli uomini e il secondo nelle donne.

Una scoperta matrioska: la scomparsa degli effetti collaterali

Sappiamo che molto spesso, nella scienza, una scoperta, a breve o lunga distanza, genera in seguito altre scoperte inattese.
A prescindere che il trapianto abbia o meno influenzato il successo dell’immunoterapia, da precedenti trattamenti immunologici, tra l’altro senza alcun successo, diversi pazienti avevano subito effetti collaterali gravi, mentre la nuova cura dello Sheba non ha procurato alcun effetto collaterale significativo.

Per il biologo, si tratta di un “risultato straordinario”. Il gruppo di ricerca sta cercando di capire se il trapianto potrebbe essere utile nell’alleviare gli effetti collaterali di alcuni tipi di immunoterapia oncologica.

Un altro passo è quello d’identificare il donatore di microbiota più specifico ad ogni singolo paziente e di meglio definire la chiave che sta alla base del cambiamento della risposta immunitaria. “Il microbioma intestinale – ha dichiarato Boursi – ha molteplici ruoli nella salute umana, e uno concerne lo sviluppo del sistema immunitario, ad esempio nei topi privi di tali batteri il sistema immunitario non si sviluppa correttamente”.

Uno degli obiettivi principali era di verificare se la procedura pensata era sicura e fattibile. Non è certamente la risposta finale alla cura contro il cancro, ma un piccolo prezioso tassello che si aggiunge alle innumerevoli innovazioni nel campo della scienza che ha migliorato e prolungato la vita dell’essere umano nell’ultimo decennio.

L’argomento è oggetto di studio nelle università di tutto il mondo e sempre più negli ultimi anni si sta parlando delle correlazioni che vi sono tra la salute e il corretto funzionamento della flora intestinale.

Microbiota o microbioma?

Il termine flora intestinale, utilizzato spesso anche dalle case farmaceutiche e alimentari per pubblicizzare i loro prodotti, allude all’insieme dei batteri presenti nell’intestino umano. Come riporta il sito dell’ISS (Istituto Superiore Sanità) : “La scelta del termine flora si deve alla classificazione dei batteri nel regno vegetale quando gli esseri viventi erano suddivisi in animali e vegetali. Oggi i regni sono sei e uno di essi è costituito dai batteri”.

Microbiota intestinale è invece il termine propriamente scientifico per descrivere l’insieme dei microrganismi che popolano l’intestino e il tratto digerente. “Si tratta di oltre mille miliardi di batteri, virus, funghi e protozoi, che comunicando tra loro, agiscono come se fossero un unico organismo e svolgono funzioni importanti per la salute dell’uomo”.
Infatti, si parla di microrganismi simbionti, poiché vivono obbligatoriamente e in sinergia con un altro organismo, che in questo caso è l’essere umano.

Il microbioma indica il patrimonio genetico del microbiota, cioè i geni che egli è in grado di esprimere.

Oggi il crescente interesse generale – al di là dell’aspetto di natura oncologica – per la flora intestinale, cosiddetta in gergo, si è spostato anche verso la flora cutanea, chiamata anch’essa nel linguaggio dotto, microbiota. Sempre più case cosmetiche stanno producendo prodotti che preservino e curino i microrganismi che vivono in simbiosi sulla nostra cute, poiché si è capito essere tra i principali responsabili di una pelle più bella e più sana.

 

Ben Boursi, dello Sheba Medical Center. (Photo courtesy of Sheba Medical Center)

 

 

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