Il regista e sceneggiatore Billy Wilder

Riscoprire il cinema di Billy Wilder

di Nathan Greppi
Billy Wilder (pseudonimo di Samuel Wilder, 1906 – 2002) è il regista che ha vinto il maggior numero di Oscar nella sua carriera (7, di cui 3 per la sceneggiatura, 2 come regista, uno per il Miglior Film e uno alla memoria). Dopo aver iniziato a lavorare prima come giornalista sportivo e poi come sceneggiatore in Austria e in Germania, fuggì a causa del nazismo prima in Francia, e poi negli Stati Uniti, dove si sarebbe rivelato un artista trasversale, capace di eccellere sia nelle commedie romantiche che nei thriller più cupi.

Alla carriera di Wilder è stato dedicato, dal 24 novembre al 9 dicembre, un workshop in tre lezioni organizzato dall’associazione LongTake e tenuto da Andrea Chimento, critico di cinema del Sole 24 Ore e docente universitario. Il workshop, organizzato in collaborazione con il Cinema Teatro San Giuseppe di Brugherio (MB), si è svolto parallelamente ai festeggiamenti per i 5 anni dalla fondazione di LongTake.

Giunto negli Stati Uniti, Wilder si fece notare nel 1939 come sceneggiatore del film Ninotchka di Ernst Lubitsch, che come lui era un ebreo di madrelingua tedesca. La carriera da regista inizia più tardi, e in maniera graduale: i primi film ebbero scarso successo, ma tutto cambia nel 1944 con La fiamma del peccato, un noir cupo capace di cambiare le regole stesse del genere.

Sebbene oggi sia ricordato soprattutto per le sue commedie, in origine ottenne successo grazie a pellicole molto drammatiche: Giorni perduti, che gli è valso il primo Oscar, è un film che tratta il tema dell’alcolismo mettendo in scena le allucinazioni del protagonista; mentre in Viale del tramonto vi è la voce narrante di un morto che racconta in una sorta di flashback gli eventi che hanno portato al suo omicidio.

Il passato da giornalista di Wilder non deve avergli lasciato un’opinione positiva del mestiere, perché in L’asso nella manica compare un giovane Kirk Douglas nei panni di un personaggio talmente cinico e spregiudicato che il film fece scandalo quando uscì nelle sale. Caso vagamente simile è quello di Prima pagina, dove il direttore del giornale interpretato da Walter Matthau è un personaggio cinico che pur di ottenere uno scoop non si pone alcun dilemma morale.

Forse fu anche per la brutalità dei suoi noir, ritenuta eccessiva per l’epoca, che iniziò a occuparsi anche di commedie, dove comunque continuò a fare scandalo: Quando la moglie va in vacanza, suo primo film con Marylin Monroe, fece discutere per le allusioni sessuali presenti e le scene in cui la diva era seminuda. In altri casi c’era un filo conduttore tra i suoi film, come in Sabrina e Arianna, due commedie romantiche con Audrey Hepburn. Anche nelle commedie spesso è riuscito a fare una satira pungente di temi politici e sociali molto sentiti ai suoi tempi: Uno, due, tre! è ambientato nella Germania Ovest dei primi anni ‘60, e tramite la storia d’amore tra la figlia di un industriale e un giovane comunista dell’Est parla del clima della Guerra Fredda; mentre Baciami, stupido, basato su un’opera teatrale italiana, critica quella che lui riteneva essere l’ipocrisia della famiglia borghese americana.

Nel corso del workshop lo stile di Wilder non è stato analizzato solo sul piano narrativo, ma anche su quello tecnico: in Testimone d’accusa, thriller giudiziario tratto da un’opera di Agatha Christie, la luce riflessa dal monocolo del protagonista Charles Laughton simboleggia la luca che fa emergere elementi chiave dell’indagine. Mentre in A qualcuno piace caldo, il cui finale è ritenuto uno dei più belli della storia del cinema, vi è un montaggio alternato detto “panoramica a schiaffo” che mette in luce le due situazioni opposte dei due protagonisti, uno con la bella Marylin e l’altro con un vecchietto che lo crede una donna.

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