Quei tesori (e ricordi) confiscati agli ebrei e mai più restituiti

di Paolo Castellano

Agli ebrei in Italia furono sottratte dai nazisti ingenti ricchezze, valutate oggi attorno ai 150 milioni di euro.
La Commissione presieduta da Tina Anselmi ha indagato queste storie di espropri a partire dal 1998. Una serata
alla Fondazione Corriere della Sera ne ricostruisce la vicenda. Grazie agli archivi di Banca Intesa San Paolo

 

Che fine fecero i beni sequestrati agli ebrei italiani? È il titolo dell’incontro che si è svolto martedì 27 novembre presso la Sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera; un dibattito ricco di spunti moderato da Piergaetano Marchetti, presidente della Fondazione, con gli interventi di Germano Maifreda (Università degli Studi di Milano), dell’archivista Barbara Costa (Intesa SanPaolo) e del giornalista e scrittore Fabio Isman.
Storicamente, com’è noto, il sequestro dei beni agli ebrei italiani ebbe inizio nel 1938, con la promulgazione delle famigerate Leggi Razziali di Mussolini. La confisca divenne tuttavia più estrema e radicale durante gli anni della Repubblica di Salò.
La domanda che si pone è la seguente: come vennero requisiti, dal 1938, e poi restituiti i patrimoni ebraici una volta finita la guerra?
Dal 1938, oltre 400 provvedimenti sempre più gravi hanno afflitto e penalizzato gli ebrei che non potevano possedere una casa, un’impresa, un lavoro e neppure degli oggetti. Una storia tristemente nota di spoliazioni sistematiche e capillari con confische di inestimabile valore. Davanti a una sala gremita, il professor Maifreda e Fabio Isman sono entrati nello specifico e hanno espresso la loro opinione al riguardo.
«I provvedimenti contro gli ebrei iniziarono nell’agosto del 1938, prima della promulgazione delle leggi di novembre. Il fascismo fece infatti un censimento degli ebrei italiani», ha sottolineato Maifreda, aggiungendo che il regime littorio voleva acquisire più dati possibili per eventuali confische, avvenute in seguito con tre provvedimenti.

I FAMIGERATI PROVVEDIMENTI
Il primo fu quello della legge del settembre 1938: si vietò agli ebrei di sposare cittadini ariani, di lavorare nel settore pubblico o para-pubblico e di accedere o insegnare nelle scuole statali. Gli ebrei non poterono possedere e dirigere aziende dichiarate «interessanti alla difesa della nazione» o aziende di qualsiasi altra natura con 100 o più persone. Non solo: agli ebrei fu vietato di possedere terreni di valore d’estimo superiore alle 5mila lire e fabbricati urbani che avessero un imponibile superiore alle 20mila lire.
Il secondo provvedimento fu il regio decreto del 1939 che prevedeva l’incameramento da parte dello Stato della quota eccedente, ovvero tutto ciò che superava una soglia minima, calcolata moltiplicando per un coefficiente fisso le rendite catastali previste dalla legge. Inoltre i proprietari dovevano autodenunciare le proprie sostanze che venivano valutate in un secondo momento da un tecnico erariale – specializzato in valutazioni del patrimonio – e poi l’intendenza di finanza trasferiva le quote d’eccedenza alla Egeli (Ente gestione e liquidazione immobiliare). Queste ultime gestivano l’incamerato. In breve, una serie di clausole, cavilli e tecnicismi spesso criptici che complicavano e rendevano impossibile la vita e il quotidiano degli ebrei.
Non ultimo il terzo provvedimento, adottato nel gennaio del 1944: i cittadini italiani di “razza ebraica” non potevano essere proprietari di aziende, di terreni e la quota eccedente fu espropriata.

150 MILIONI DI EURO SOTTRATTI
Cosa si è fatto in definitiva di concreto per le restituzioni dopo la guerra? Fabio Isman, autore di 1938, l’Italia razzista (il Mulino), racconta vicende spesso ancora ignorate o troppo poco esplorate che ci restituiscono lo spaccato di un’Italia non sempre composta da «brava gente».
Isman ha ricordato, tra l’altro, che da Trieste sparirono ben 3 tonnellate di merci preziose verso la Germania, portate in seguito in Carinzia. «La stessa Commissione Anselmi lo dice. Mancano tante cose. Degli atti delle confische in Toscana non sappiamo nulla, i documenti non sono confluiti nella Egeli». Di fatto il nostro Paese ha indagato queste storie di espropri soltanto dal 1998, dalla Commissione sopra citata presieduta da Tina Anselmi. Ma troppo resta ancora sconosciuto. Le stesse restituzioni agli originari proprietari sono state tardive e soltanto parziali. Come gli indennizzi e i riconoscimenti a chi è stato perseguitato.
Con una ricerca minuziosa tra i dati e gli allegati al Rapporto Anselmi e in numerosi archivi, Isman sottolinea che agli ebrei furono sottratte ingenti ricchezze rivalutate oggi attorno ai 150 milioni di euro. Almeno queste le stime sugli espropri attestati dagli archivi.
Esiste tuttavia una realtà sommersa, costituita da confische illegali di cui in realtà non si ha alcuna traccia. Inoltre, molti beni non sono stati restituiti anche perché per riaverli era necessario avviare procedimenti assai complessi che a volte duravano anni, tanto che alcuni ebrei alla fine hanno preferito lasciar perdere.
«L’attività di rastrellamento dei beni è stata certosina: vennero prelevati addirittura i conti correnti di una lira e mezza, i titoli, le azioni, i diritti d’autore di Stefan Zweig e di Margherita Sarfatti dalla Mondadori, vetture fuori uso, gioielli, pellicce e piccoli ma cari ricordi di famiglia», ha raccontato il giornalista.
Certo, la restituzione è una questione complicata. Il più delle volte è stata concordata una cifra comprendente le spese legali, inadeguata al valore reale dei beni confiscati.
Per portare a termine la sua indagine storica, Isman si è avvalso dell’Archivio Intesa San Paolo, gestito da Barbara Costa. L’archivista ha ribadito a sua volta l’importanza della conservazione degli archivi bancari, dei veri e propri patrimoni collettivi che restituiscono le vicende di questa grande razzia e tante altre storie, spesso ignote, di vita e, purtroppo, anche di morte.

UN KLIMT FRA LE OPERE SOTTRATTE
Ma non solo gli ebrei italiani hanno subito gravi confische: tra le migliaia di opere d’arte appartenute a famiglie ebraiche trafugate dai nazisti negli anni Trenta-Quaranta, figurano opere come l’Adele Bloch-Bauer, capolavoro di Gustav Klimt Dopo essere stato rubato dai nazisti alla famiglia Bloch-Bauer, il dipinto fu rivendicato decenni dopo dalla nipote di Adele, scampata alla persecuzioni, che riuscì infine a tornare in possesso. E non va dimenticata l’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (ERR), la “Task Force speciale” guidata dal principale ideologo di Adolf Hitler, Alfred Rosenberg, che fu una delle principali agenzie naziste impegnate nella razzia di oggetti di valore culturale: noto il saccheggio dell’arte dell’ebraismo francese e un certo numero di collezioni ebraiche belghe dal 1940 al 1944, portate all’edificio Jeu de Paume nei Giardini delle Tuileries a Parigi per essere elaborate dall’ERR Sonderstab Bildende Kunst. Un prezioso database online riunisce oggi le carte di registrazione e le fotografie, con oltre 30.000 oggetti d’arte sottratti agli ebrei nella Francia occupata dalla Germania nazista e, in misura minore, in Belgio (vedi il sito: www.errproject.org).

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