Milton Glaser: il suo pensiero, le sue celebri grafiche e “Together”, l’ultimo progetto

di Michael Soncin

“Il problema del nostro tempo è la mancanza di comunità e il fatto che le persone si sentano isolate, sole; il senso tribale di lavorare con gli altri, per produrre qualcosa che è benefico per gli altri, è sfuggito a favore della ricchezza e della fama”.
Così si esprimeva Milton Glaser, graphic designer di fama internazionale che fino all’ultimo era pieno di progetti da sviluppare. Together è uno di questi, ed è nato come risposta alla pandemia da coronavirus che sta segnando indelebilmente il 2020. Conosciuto nel mondo per il logo I NY, nel corso della sua lunga carriera, ha realizzato numerosissime grafiche, comprendenti anche immagini a sfondo ebraico.

Un uomo dalla creatività incontenibile

Dopo la laurea presso la Cooper Union ed un’esperienza da Vogue, nel 1951 andò a studiare in Italia all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove fu allievo di Giorgio Morandi, uno tra i più importanti artisti del Novecento, conosciuto per le sue nature morte.
Sotto la guida di Morandi apprese la tecnica dell’incisione e in quel momento capì, secondo la sua veduta, quanto il disegno, come atto in sé, fosse un processo importante per un creativo nel lavoro di progettazione, a differenza del modo del progettare a collage – accozzaglia in certi casi – frutto d’immagini ritrovate, giudicate da lui come un nemico, un guaio per chi fa un lavoro come il suo. Un modus operandi che ovviamente non ha nulla a che vedere e non è da confondere con l’ispirazione e la rielaborazione delle fonti.

“Il suo lavoro – riporta Domestika – negli ultimi 50 anni ha plasmato l’arte visiva nell’editoria, nel branding e nell’interior design”, com’è stato per suo lavoro nella rivista New York, fondata nel 1968 con l’editore Clay Felker. “Le riviste sono opere collettive, dipendi da una comunità di partecipanti”, affermò.

“Ho sempre pensato che la specializzazione fosse la morte prematura, e lo stile è sempre stato qualcosa che ho sia abbracciato che deplorato”. In effetti viviamo in un mondo iperspecializzato, questo grazie al progressivo aumento della conoscenza nei vari campi del sapere, ma a volte può essere un danno perché porta a perder di vista l’insieme delle cose. Affiancata alla specializzazione, sarebbe fondamentale adottare un approccio interdisciplinare.
Fantasia, arguzia, narrativa, sono le caratteristiche che l’hanno reso un rivoluzionario, in un momento in cui con i suoi abili disegni dalle mille influenze e stili, ha dato una scossa al modo di fare pubblicità in periodo in cui realismo e modernismo sovrastavano.

Manifesti, riviste, copertine e copertine di libri, che vanno a costituire un visual presente nell’immaginario collettivo, non solo di chi ha vissuto gli anni ’60 e ’70 ma anche nelle nuove generazioni, dalla Y, i millenials, alla Z, i post millenials. Da ricordare è la copertina del 1967 di Bob Dylan, caratterizzata come tutti i suoi lavori da una vivace e dinamica cromaticità. In Italia fu autore dei manifesti pubblicitari per Campari e per l’azienda informatica Olivetti, lavorando anche per l’esposizione della Biennale di Venezia.

Together, la risposta di Glaser al Covid-19

La pandemia del coronavirus ci ha costretto a rimanere tutti separati, motivo per il quale tutti noi insieme (Together), “abbiamo qualcosa in comune”. Era questo il messaggio portante di Glaser contenuto in Together, il suo progetto, come si legge in quella che è stata praticamente l’ultima intervista, pubblicata il 3 luglio sull’edizione internazionale del New York Times. L’idea nata per rispondere al covid-19 come si legge dall’articolo di Jeremy Elias non aveva nessun scopo in termini di business, “si trattava di connettere le persone attraverso l’arte”, ha affermato Ignacio Serrano, graphic designer e direttore dello studio di Glaser. Lo stesso Glaser affermò: “Nulla sarà più lo stesso” dopo questo disastro umanitario.
“We’re all in this together – dichiarò il creativo – (che detto all’italiana equivale a “Siamo tutti sulla stessa barca”) è stato ripetuto mille volte, ma puoi creare l’equivalente simbolico di quella frase semplicemente usando la parola “insieme” (together) e quindi facendo apparire quelle lettere come se fossero tutte diverse, ma tutte correlate”. “Se esiste una coscienza collettiva, se ci rendiamo conto che siamo tutti imparentati e abbiamo bisogno l’uno dell’altro, questa, sarebbe la cosa migliore che potrebbe accadere”.

La nascita di un logo conosciuto ovunque

Nella sua recente intervista a Domestika, Glaser racconta che furono gli Usa dopo aver istituito la campagna dal nome I Love New York e a chiedergli di idearne un logo. Era il 1977 e la città era reduce da una grave crisi fiscale. “Ero preoccupato per quello che stava succedendo in città, come lo erano tutti, è la città nella quale sono nato, l’adoro, e così ho fatto un logo”. E che logo! Dopo oltre quarant’anni la notorietà di questa semplice e intuibile grafica non sembra voler spegnersi. Un’idea che è stata riproposta per altre città da cui sono nati gadget di ogni tipo: magliette, portachiavi, tazze, orologi. Praticamente è presente in ogni angolo del globo.
Un simbolo che “parla” al singolare, perché è la voce d’ognuno di noi e assieme va a comporre una moltitudine, come le tessere di un mosaico. Una sorta di dialogo indiretto. Lettere in grassetto in stampatello maiuscolo nero con accanto il simbolo di un cuore rosso, definito da Glaser come “la risoluzione di un semplice puzzle”.

Quel simbolo per certi versi si potrebbe dire, che ricorda il geroglifico presente nell’arte egiziana, che secondo alcuni studiosi furono gli stessi ebrei a raffigurare, duranti gli anni della schiavitù in Egitto. Si dice che dentro di noi portiamo impresso quel momento in cui uscimmo dalla prigionia per raggiungere Eretz Yisrael. Infatti, per la festività di Pesach durante il Seder quel momento viene ricordato anche con la funzione di esser tramandato nelle generazioni. Chissà magari la nascita di questa forma ha legami e imprimiture che risalgono per un motivo o per un altro ai tempi antichi.
“Tutto è connesso, nell’esperienza dell’essere umano non ci sono eventi che non sono connessi, ma scoprirlo è ciò che definiamo creatività”.

Un logo che nel 2001 cambiò, rafforzandone il messaggio originario, in seguito all’attentato terroristico che colpi New York facendo crollare le Torri Gemelle. Diventò così I NY MORE THAN NEVER (amo New York più che mai), con un livido scuro sul cuore.
Mentre la bozza originaria di quella che fu la prima versione venne fatta con un pastello rosso sul retro di una busta durante una corsa in taxi. “Il logo divenne quasi immediatamente, – scrive il New York Times – un simbolo di New York, riconoscibile al pari dell’Empire State Building o della Statua della Libertà”.

Tutto iniziò a 5 anni con un cavallo “inesistente”

Il segno premonitore di una passione che sarebbe diventato poi il suo lavoro avvenne durante i primi anni di vita. “Una notte, quando avevo cinque anni, mio cugino venne a casa per fare da babysitter. E disse: Ti piacerebbe vedere un cavallo? Allungò la mano nella borsa e pensai che avrebbe tirato fuori il cavallo ma tirò fuori una matita. E sul lato di una borsa, ha disegnato un cavallo. L’idea che da questi semplici strumenti, si possa creare qualcosa che non è mai esistito prima, tranne che nella mente, è stato così travolgente, che fino ad oggi non l’ho dimenticato”.

Background ebraico

Milton Glaser è nato il 26 giugno 1929 a New York, nel Bronx, da Eugene ed Eleanor (Bergman) Glaser, ebrei immigrati dall’Ungheria. Suo padre possedeva un negozio di sartoria e lavaggio a secco, sua madre era una casalinga. “Crebbe in un condominio chiamato United Workers Cooperative Colony, conosciuto come “Coops”: una specie di roccaforte comunista, dove gli anziani insegnavano la politica ai giovani in Yiddish”, si legge dal Post. Erano per lo più ebrei provenienti dall’Europa orientale. “Senza essere troppo esibizionisti, il carattere di New York è così intrinsecamente ebraico. Quell’attitudine verso la vita, verso il cibo, verso la musica, verso la ricerca intellettuale, affermò Glaser”. E se il padre era alquanto dubbioso che il figlio potesse mantenersi facendo l’artista, ebbe dalla madre il pieno appoggio e sostegno.
“Parte delle mie idee provengono più dal mio background ebraico rispetto che da quello americano” rivelò ad Hadassah Magazine. Ed in fatto d’altruismo ribadì che “l’idea di generosità verso il prossimo proviene dalla mia eredità ebraica”.
Non parlava molto del suo lato ebraico, ma quando in quell’occasione decise di farlo disse apertamente che la sua educazione ebraica ha definito la sua sensibilità artistica.

Glaser è scomparso il 26 giugno scorso, il giorno del suo compleanno. Shirley Glaser, la moglie di Milton, ha dichiarato al New York Times che la causa della morte è stata un ictus e un’insufficienza renale.

 

 

 

Il complotto contro l’America di Philip Roth è una della diverse copertine disegnate da Glaser. (MiltonGlaser.com)

 

 

 

 

Altre immagini a sfondo ebraico create da Glaser sono disponibili sul sito del Jewish Telegraphic Agengy.

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