Le pietre parlano dell’antica comunità di Reggio Emilia

di Anna Lesnevskaya

Un vero e proprio museo cittadino a cielo aperto da far conoscere e valorizzare. Così definisce il cimitero ebraico nuovo di Reggio Emilia Matthias Durchfeld, direttore dell’istituto storico Istoreco e autore del libro Gli ebrei a Reggio Emilia (Giuntina, 2020). Il programma reggiano della Giornata europea della cultura ebraica 2020, organizzata dalla Comunità ebraica di Modena e Reggio in collaborazione con Istoreco, si è aperto proprio con la visita al cimitero. Si tratta di un luogo che ci regala una fotografia di un pezzo di storia della comunità ebraica reggiana scomparsa dopo quasi 600 anni di esistenza, erosa prima dalle migrazioni nelle grandi città a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento e poi spazzata via dalla Shoah.

Il monumento funebre del Sen. Ulderico Levi

Il cimitero nuovo della Canalina fu creato nel 1808 a seguito dell’editto napoleonico che ordinava il trasferimento delle sepolture fuori città. Un secolo dopo in questo luogo furono portati i resti riesumati da un antico cimitero, tra cui probabilmente quelli di Shimshon Haim Nachmani (?1706-1779), famoso rabbino e cabalista attivo a Reggio nella seconda metà del Settecento. Figura quasi dimenticata, da alcuni anni ha nuovamente raccolto seguaci in Israele e in America che vengono annualmente a pregare al cimitero reggiano ed hanno fatto apporre la targa in onore del loro maestro.

La storia che ci racconta il cimitero è in qualche modo universale per tutto l’ebraismo italiano. Parte dall’emancipazione degli ebrei italiani che diventano patrioti e cittadini distinti e arriva alle leggi razziali ed alla catastrofe dello sterminio. Troviamo la tomba del rabbino maggiore Jacob Israel Carmi, delegato al Sinedrio di Parigi degli anni 1806-1807; la sepoltura del giovane Leopoldo Ravà, che partecipò come volontario alle guerre d’indipendenza e fu ucciso nel 1867; e il suntuoso monumento funerario del senatore Ulderico Levi (1842-1922), uno dei più illustri reggiani dell’Ottocento. Dopo essersi distinto nelle campagne risorgimentali Levi scese in politica e fu anche un grande mecenate per la sua città. Promosse tra l’altro la costruzione del Teatro Ariosto e finanziò la realizzazione dell’acquedotto.

Sono solo alcuni esempi di come gli ebrei reggiani lasciarono tracce significative e riconoscibili nel paesaggio urbano di Reggio e dei suoi dintorni. Per citarne un altro, la sede attuale dell’Archivio di Stato, Palazzo Carmi, porta il nome dell’importante famiglia della borghesia ebraica che lo fece costruire nel 1849. Oggi Palazzo Carmi ospita anche l’archivio della Comunità ebraica reggiana, preziosissimo, perché il più antico tra i tre archivi delle comunità ebraiche italiane confluiti negli Archivi di Stato (gli altri sono quelli di Venezia e  Firenze) e salvati così dalla distruzione durante la seconda guerra mondiale, come spiega Durchfeld nella sua opera.

L’occhio di chi passa per la campagna reggiana viene subito catturato da un edificio di bellezza singolare, Villa Levi a Coviolo, purtroppo oggi abbandonata al degrado e in attesa di un compratore. Di recente è stata creata una pagina Facebook “Salviamo insieme Villa Levi”  che propone di votarla sul sito del FAI.
Alla fine dell’Ottocento fu residenza di un erede della famiglia Levi, Margherita e di suo marito il compositore Alberto Franchetti, rappresentate della “Giovane scuola”, stimato da Verdi stesso. I Franchetti furono un’altra famiglia ebraica illustre, non originaria di Reggio, ma che legò il suo nome alla città con il padre di Alberto, Raimondo, importante imprenditore agricolo di suo tempo. Il figlio di Alberto e Margherita, Raimondo jr., diventerà un famoso esploratore e donerà ai Musei Civici di Reggio i trofei portati dalle sue spedizioni in Africa.

La tomba di Giorgio Melli

Con la morte del senatore Ulderico Levi il 14 giugno 1922, a pochi mesi dall’avvento del fascismo, si chiude simbolicamente una pagina gloriosa dell’ebraismo reggiano e si apre un altro capitolo terribile. Al cimitero ebraico nuovo troviamo la tomba dell’avvocato Carlo Segré, padre di sette figli, spinto al suicidio nel 1939 dall’umiliazione delle leggi razziali promulgate un anno prima. La sepoltura di Giorgio Melli ci racconta un’altra tragedia delle persecuzioni razziali: lui si salvò in Svizzera, ma passò tutta la restante parte della vita in manicomio perché impazzì dopo la perdita dei genitori che furono catturati mentre cercavano di raggiungerlo. Erano tra i dieci ebrei reggiani deportati ad Auschwitz, di cui nessuno fece ritorno.

Le lapidi di Salomone Ottolenghi e di Lazzaro Padoa ci parlano della fine della presenza ebraica a Reggio. Nel dopoguerra il vecchio hazan Ottolenghi, tutto curvo su sé stesso, riunì attorno a sé per un breve periodo i pochi ebrei rimasti per celebrare lo Shabbat in una casa di preghiera nell’antico Ghetto, finché non venne meno il minian. Lazzaro Padoa (1915-1991) si laureò in lettere classiche nell’anno di promulgazione delle leggi razziali e non fu ammesso all’insegnamento nelle scuole statali. Nella Shoah perse il padre Dante, morto per un colpo di cuore durante un rastrellamento mentre la famiglia si nascondeva sull’Appennino. Dopo la guerra e fino alla pensione Padoa insegnò greco e latino al liceo Ariosto e fece tanto per salvare l’eredità dell’ebraismo reggiano. Fu uno dei protagonisti del salvataggio dell’Aròn ha-Kodesh della sinagoga di Reggio, vicenda ricostruita dettagliatamente nel libro di Matthias Durchfeld.

L’ottocentesca sinagoga di via dell’Aquila fu costruita a misura del bellissimo Aròn settecentesco in marmo, alto 6,5 metri. Durante la guerra fu danneggiata da un bombardamento e versava in stato di abbandono e solo negli anni 2000 è stato possibile ultimare il suo restauro e riaprirla al pubblico, non più come edificio sacro, ma come spazio per eventi culturali. Ma non si può non scorgere il grande vuoto al posto del suo Aròn. Nel 1957 l’armadio sacro che pesava 15 tonnellate fu smontato e mandato a Haifa dove un anno dopo fu rimontato presso la sinagoga del quartiere di Kiryat Shmuel. È stato il più complesso tra i 38 trasferimenti degli Arònoth italiani in Israele. “L’Aliyah degli Arònoth” era un progetto di vita dell’ebreo livornese Umberto Nahon, inviato dell’Agenzia ebraica in Italia nel dopoguerra, ed è stato reso possibile, tra l’altro, grazie alla generosità di Astorre Mayer, industriale e filantrope milanese.

“L’impresa di Nahon è stato un atto di resistenza allo sterminio nel dopoguerra, – ha detto alla presentazione del suo libro Gli ebrei a Reggio Emilia l’autore Matthias Durchfeld. – Sono riusciti nello sterminio fisico degli ebrei, ma non nello sterminio dei libri, della storia e del passato”. Gli Arònoth italiani ora sono ospitati dai luoghi più prestigiosi di Israele, come il seicentesco Aron di Soragna collocato presso la sinagoga della Knesset. Questi “angoli dell’Italia ebraica in terra d’Israele” (come recita il titolo di un articolo di Umberto Nahon) ora si trovano, secondo Durchfeld, nel posto più giusto, a collegare il passato col presente e ad affermare il valore più grande, quello della vita.

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