L’arte di Hugo Bettauer, il genio profetico che aveva “visto” tutto

Scrittore, sceneggiatore, giornalista brillante e anticonformista. Già
nel 1922 aveva intuito la tragedia della persecuzione.
Un nazista gli sparò nel 1925. Nei suoi film e romanzi visionari, la premonizione dell’Olocausto. Finalmente, oggi, la riscoperta di un personaggio troppo a lungo dimenticato e di una sconvolgente modernità

 

Betthauer

Quella che state per leggere è una storia che ha dell’incredibile e che la maggior parte dei media ha finora ignorato o minimizzato; una storia che grazie al ritrovamento casuale di una pellicola censurata durante il nazismo, ritorna alla ribalta consegnandoci un documento unico e prezioso, ma soprattutto premonitore di quello che sarebbe accaduto da lì a poco: l’ascesa del nazismo e lo sterminio di sei milioni di ebrei nel cuore dell’Europa. La notizia, apparsa di recente sul Guardian e ripresa dal quotidiano Haaretz, apre vecchie ferite ma soprattutto serve da monito per rileggere i tempi attuali in cui i veleni del razzismo, dell’intolleranza e della discriminazione continuano a serpeggiare indisturbati.
La Prima guerra mondiale è appena finita. L’Europa ne è uscita sconvolta e in condizioni di instabilità politica ed economica. Gli abitanti di una fantomatica città di lingua tedesca, chiamata Utopia (una versione della Vienna dell’epoca), strepitano e chiedono risposte ai politici i quali si affrettano a trovare un capro espiatorio: la colpa è degli ebrei che vanno subito stipati sui treni ed espulsi.

 

BettauerÈ la sintesi del film muto La città senza ebrei, realizzato da Hans Karl Breslauer nel 1924, tratto dal romanzo omonimo di Hugo Bettauer, tra i libri più letti in Austria negli Anni Venti. Il film, con delle variazioni discutibili rispetto al libro, fu proiettato a Vienna nel 1924 e scomparve dopo il 1933, quando i nazisti salirono al potere in Germania. In verità, una versione danneggiata e incompleta della pellicola (forse censurata) era già stata scoperta dagli archivisti al Museo del cinema olandese nel 1991, anche se furono in pochi a considerarla come profetica. Caso vuole che poco tempo fa, in un mercatino delle pulci di Parigi, un collezionista ne abbia ritrovato una copia con inclusa la preziosa scena finale. Rovinata e a rischio di deperimento, la copia è stata quindi trasferita al Film Archiv Austria (FAA), la cineteca di Vienna che continua a lanciare appelli ai privati per raccogliere i fondi necessari al restauro in digitale. Finora, -specie alla vigilia delle ultime elezioni austriache -, sono stati raccolti 75.500 euro per questo filmato dal valore inestimabile.
Ma qual è la fabula che ha ispirato il film? È il romanzo che uscì nel 1922, La città senza ebrei. Un romanzo di dopodomani (titolo originale, Die Stadt ohne Juden), e che vendette nel giro di qualche anno oltre 250mila copie. In America, tradotto con il titolo A novel of our time, ebbe un clamoroso successo tanto da essere definito un «universal novel, transcending the geographical boundaries of Austria», eleggendolo già allora a manifesto di contenuto universale, nonostante furono in pochi a capirne il potente messaggio premonitore.

 

È importante tenere a mente la data di uscita, il 1922, per capirne l’importanza. Nel suo romanzo, Bettauer immagina un giorno X in cui il Parlamento austriaco promulga un editto per scacciare gli ebrei dall’Austria, nel rispetto formale della legalità. Aizzata da funzionari solerti, la popolazione aderisce entusiasta al piano di epurazione, convinta che una volta «ripulita dai giudei» la città possa rinascere a miglior vita. E comiche sono – pur nella drammaticità dei fatti -, le situazioni assurde e i malintesi: se è vero che ogni buon viennese annovera nella propria genealogia un qualche antenato di origine ebraica, ecco allora emergere i dubbi, gli errori e le identità confuse… Chi è che deve andarsene? Chi può restare? Ministri che hanno un trisnonno ebreo, giornalisti cristiani con genitori dalle origini «dubbie»… Ed è così che nella Vienna immaginata da Bettauer si vaporizza in un baleno quel clima dinamico e vitale che aveva donato non solo all’Austria ma a tutta l’Europa un sapore unico e inconfondibile.  Una volta espulsi gli ebrei, tutto precipita. Le banche, le industrie, i teatri e le boutique chiudono; nei caffè ebraici non si sente più quel brusio allegro e quel vociare concitato degli avventori che parlano d’affari. Spariscono sarti, medici, avvocati, scrittori, giornalisti e artisti. Vienna piomba gradualmente in una mortale e igienica noia, e nel profondo dei loro cuori i viennesi rimpiangono la loro bella città fiorente, allegra e lussuosa, «anche se con una leggera sfumatura orientale». Ai cristiano-sociali e pantedeschi rimangono fedeli solo gli abitanti della campagna. Ed è così, con l’apoteosi del ritorno in una festosa ed entusiasta cornice di riconciliazione che si chiude questa favola profetica. L’abbraccio fra il sindaco Karl Laberl (un esplicito riferimento a Karl Lueger, primo cittadino di Vienna e notoriamente antisemita), e il primo ebreo che ritorna in città dopo il forzato esilio concludono questo romanzo di dopodomani: «Il bel municipio era di nuovo illuminato, sembrava di nuovo una fiaccola ardente […] fanfare, trombe, il Borgomastro di Vienna, signor Karl Maria Laberl, uscì sul balcone, sospinse in avanti un braccio benedicente e tenne un’allocuzione che cominciava con le parole: «Mio caro ebreo!…».
Ma chi era Hugo Bettauer? Un intellettuale scomodo. Alla luce dei fatti, potremmo tranquillamente asserire che si tratta di un uomo dalla personalità fortissima con una vita a dir poco rocambolesca e non riassumibile in poche righe; ma soprattutto un uomo geniale che non ha ancora ricevuto oggi il riconoscimento che merita: nato a Baden presso Vienna nel 1872 da Samuel Aron Arnold Betthauer, un agente di borsa originario di Leopoli, e da Anna Wecker, fin da giovane si aggiudicò la fama di giornalista, scrittore e intellettuale controcorrente per le sue inchieste spregiudicate (nella divulgazione sessuale fu, nel suo genere, un pioniere). Convertito al cristianesimo, giramondo caustico e irriverente, oggetto di attacchi da parte di perbenisti e conformisti, fu estradato dal Reich per le sue spettacolari provocazioni. Bersaglio preferito della propaganda reazionaria e nazista, venne iscritto nelle liste di proscrizione. Una campagna d’odio che si concluse con l’omicidio: Bettauer fu ucciso da un giovane nazista nel 1925 mentre si trovava nella redazione della sua rivista. Morì il 26 marzo all’età di 52 anni e il suo assassino fu presto prosciolto e rilasciato.
Nel descrivere un momento storico in apparenza paradossale e con i toni grotteschi della satira, Bettauer anticipa dunque quello che realmente sarebbe accaduto pochi anni da lì a venire. La Entjudung – ossia la «pulizia etnica» da parte degli ariani – era una prospettiva tutt’altro che peregrina in quel clima di antisemitismo incalzante. Certo, anche negli Ebrei erranti di Joseph Roth, altro illuminante saggio apparso nel 1927 per la casa editrice Die Schmiede a Berlino, traspira già la (in)consapevole celebrazione di una grande civiltà alla vigilia della sua scomparsa; una riflessione che Roth avrebbe rielaborato nella premessa di una nuova edizione dello stesso libro presso l’editore Allert Lange a Amsterdam nel 1937, dove scrive che «niente nuocerebbe di più al regime nazionalista di un pronto e ben organizzato esodo dalla Germania di tutti gli ebrei e di tutta la popolazione di origine ebraica». Ma mentre per Roth si tratta di un’amara e realistica osservazione basata sulla realtà dei fatti, la fabula moderna e paradossale di Bettauer, scritta una dozzina di anni prima, è un piccolo capolavoro premonitore di fatto. Bettauer aveva probabilmente capito tutto, ma ha scelto di chiudere la sua novella con un happy end, dove il Bene supera il Male e gli uomini si riappacificano in un clima di pace e fratellanza. Purtroppo, non è andata così.
Il film sarà presentato nella nuova versione restaurata e digitale a Vienna nel settembre del 2017. È oggi in corso la campagna di raccolta fondi per ultimarne il restauro.

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