di Ilaria Myr
La Memoria in ostaggio dell’attualità. I viaggi scolastici ad Auschwitz messi in discussione dalla guerra a Gaza. La banalizzazione dell’Olocausto che finisce nel calderone dei massacri genocidari, veri o presunti che siano. La Shoah percepita come un monopolio del dolore a cui gli ebrei non hanno più diritto. Come continuare a ricordare oggi cercando di non cadere nella retorica celebrativa? Come rinnovare il Giorno della Memoria? Ne parliamo con Daniela Dana, presidente dei Figli della Shoah
«L’errore è stato quello di credere che la memoria della Shoah costituisse un antidoto all’antisemitismo. Ma l’odio contro gli ebrei è continuato anche dopo la Shoah, persino negli stessi Paesi dove si era consumata la tragedia (vedi il pogrom di Kielce del 1946), ed è ancora presente in molte parti del mondo. Urge dunque un ripensamento delle celebrazioni del 27 gennaio». Sono parole amare quelle che Daniela Dana, presidente dell’Associazione Figli della Shoah, confessa a Bet Magazine-Mosaico, a poco più di un mese dal Giorno della Memoria: una ricorrenza che dal 2000 invita la società a ricordare la Shoah e le vittime del nazifascismo, dopo decenni di quasi silenzio sulle atrocità commesse in Europa e in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale, ma che si è trasformata frequentemente in un’occasione retorica, dove agli approfondimenti storici e alla comprensione della progressione dell’odio antiebraico fino al genocidio si sono sostituite commemorazioni e attività scolastiche basate spesso sull’emotività e non sullo studio della storia. Da anni ormai in tanti criticano il comportamento di ragazzi poco rispettosi in visita ad Auschwitz, che fra un selfie e l’altro ridono e si fanno i dispetti. Come se non sapessero dove si trovano – e allora sorge spontaneo chiedersi se siano stati preparati a questa esperienza e come – o, peggio, non fossero affatto interessati, come se quel luogo non li riguardasse.
Ma soprattutto negli ultimi due anni, in cui la parola “genocidio” è stata usata e abusata, nel contesto della guerra a Gaza, fare memoria oggi non è più sentito come un dovere morale, ma qualcosa da cui ci si può anche astenere, perché “le vittime di ieri fanno oggi ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto loro”. Ecco allora che le pietre d’inciampo – installazione artistica nata per commemorare le vittime del nazifascismo – diventano uno strumento per ricordare le vittime di Gaza, e gli ebrei di oggi sono attaccati all’urlo di “assassini”, “sionisti”, “uccisori di bambini”. Non solo: i ragazzi ebrei – ma anche alcuni docenti – nelle università e nelle scuole sono un bersaglio per l’aggressività di chi si dice “propal”.
«L’antisemitismo ha trovato nell’ultima fase del conflitto israelo-palestinese una giustificazione per riemergere ed essere rilegittimato. Il gusto con cui si usa la parola ‘genocidio’, ributtandola in faccia a chi del genocidio ha un’esperienza molto documentata e precisa, è davvero sconvolgente». Così aveva parlato il Ministro per le pari opportunità Eugenia Roccella al Convegno “La storia stravolta e il futuro da costruire”, organizzato al Cnel a Roma dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) ai primi di ottobre. Un discorso, il suo, che aveva fatto scalpore quando aveva definito, infelicemente, “gite” i viaggi della Memoria nel campo di concentramento e sterminio, ma che aveva posto sotto i riflettori un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti: siamo, infatti, davanti a una riscrittura della Storia, dove la Shoah non è più considerata il “Male assoluto”, ma una pagina che si può relativizzare “piegandola” all’attualità, e in cui l’antisemitismo, mascherato da antisionismo, è legittimato in tutti gli ambienti.
Ha allora ancora senso ricordare la Shoah? Come si può continuare a celebrare il Giorno della Memoria?
Fare memoria oggi a scuola è possibile?
«Da anni l’invecchiamento delle modalità di veicolazione del messaggio alle nuove generazioni, ormai lontane nel tempo da quei fatti, e le nuove composizioni di classi sempre più multiculturali avevano reso necessario, a livello globale, un ripensamento del Giorno della Memoria così come era stato fin qui commemorato – spiega Daniela Dana -. Il massacro del 7 ottobre e la recrudescenza dell’antisemitismo che ne è seguita hanno portato, per molti, ad un vero e proprio rifiuto del Giorno della Memoria. Lo sdoganamento e la banalizzazione del termine genocidio nel dibattito pubblico nazionale e internazionale hanno avuto, tra gli altri, l’effetto di rinfacciare alle comunità ebraiche la perdita di quella presunta superiorità morale che l’essere stati vittime della Shoah comportava e di non meritarsi più il momento di ricordo nazionale. Come se questa ricorrenza annuale non fosse una conquista della società civile democratica, ma un riconoscimento per il quale noi ebrei dobbiamo far vedere di essere all’altezza e mostrare gratitudine».
Il messaggio che deriva dall’insegnamento della Shoah viene dunque trasformato e adattato, soprattutto dalla propaganda islamista, alle sofferenze del popolo palestinese, e le specificità storiche vengono annacquate in un calderone di semplificazioni, fake news e distorsione del significato dei termini.
Tutto ciò si riflette nel mondo della scuola, vera cartina di tornasole di ciò che sta accadendo, una realtà che i Figli della Shoah conoscono bene grazie ai corsi di formazione che organizzano per i docenti e agli interventi che fanno nelle scuole.
«Ci troviamo davanti a tre atteggiamenti differenti fra gli insegnanti – continua Dana -. Il primo è di sostanziale rifiuto del Giorno della Memoria alla luce di quello che succede a Gaza: una sorta di sciopero della memoria come strumento per ‘punire’ gli ebrei, non facendo distinzione alcuna fra Israele e comunità ebraiche nel mondo. All’opposto c’è chi è convinto che sia importante continuare a celebrarlo, senza mettere in discussione alcunché, ma trovando così l’opposizione degli studenti o quelle dei loro genitori (molto spesso musulmani), e a volte anche l’ostilità di colleghi e dirigenti scolastici. Rimane la maggioranza spaesata di quei docenti che sono combattuti fra la convinzione che sia giusto proseguire a parlare di Shoah e l’emotività e la solidarietà che provano verso la popolazione sofferente di Gaza».
Dopo il 7 ottobre, però, sono profondamente cambiate anche le relazioni con le istituzioni con cui chi si occupa di Shoah ha sempre collaborato – prime fra tutte quelle più politiche che hanno sposato la narrativa del “genocidio” a Gaza -, e si teme sempre che altre realtà o istituzioni si tirino indietro quando si parla di ebrei.
«Il 7 ottobre è stato davvero un punto di non ritorno per il Giorno della Memoria – commenta -. Una parte del mondo non ebraico si rifiuta di celebrarlo, e anche all’interno delle comunità c’è chi rifiuta che gli ebrei vengano ricordati solo da morti, mentre sono dileggiati e isolati da vivi. È dunque una sfida enorme quella che ci troviamo ad affrontare oggi».
La formazione agli insegnanti
Per fornire al personale docente degli strumenti utili per uscire da questa impasse, l’Associazione Figli della Shoah ha di recente proposto un corso di aggiornamento sul significato delle parole, tenuto da Marcello Flores (autore del libro Le parole hanno una storia, vedi pag. 26), riscuotendo un successo mai registrato prima per un corso: 600 iscrizioni, e più di 400 partecipanti finali. «Si è parlato di espressioni come ‘crimini di guerra’, ‘crimini di massa’, ‘apartheid’, ‘genocidio’, spesso strumentalizzate per riferirsi al conflitto in Medio Oriente. Mai però abbiamo avuto atteggiamenti polemici o accuse da parte dei partecipanti: tutto si è svolto nel migliore dei modi, e abbiamo ricevuto moltissimi complimenti e ringraziamenti per l’iniziativa».
Il rinnovamento della trasmissione della Memoria dovrà creare nuovi strumenti, secondo la presidente dei Figli della Shoah, che oltre alla comprensione della storia del nazismo e del fascismo raccontino la nascita dell’Yshuv (da cui è nato lo Stato di Israele, ndr) e la sua storia, prima, durante e dopo la Shoah: per questo l’Associazione intende proporre approfondimenti su questi temi.
«Il modo in cui viene trattata la storia degli ebrei nelle scuole è frammentario e incompleto – spiega -. Gli ebrei scompaiono dalle pagine dei libri di storia dopo la liberazione di Auschwitz per tornare come ‘invasori’ e ‘coloni’ in Palestina».
Un futuro senza Giorno della memoria?
Ma come fare? Smettere come ebrei di collaborare con le istituzioni in segno di “protesta”, con il rischio che in un prossimo futuro siano loro a scegliere di non fare più nulla? Ricordare solo la ricorrenza di Yom haShoah nelle comunità ebraiche, già oggi purtroppo non molto partecipata? «Nessuno ha risposte definitive, dobbiamo prenderci il tempo di riflettere: come tutti i cambiamenti epocali anche questo avrà bisogno di elaborazione. Personalmente penso – conclude Daniela Dana – che nel futuro il Giorno della Memoria sarà forse meno partecipato, ma sicuramente commemorato senza la retorica che ha caratterizzato questi decenni. Sono certa che verrà portato avanti nelle scuole dagli insegnanti ancora convinti della sua importanza, mentre i grandi poli museali e i memoriali proseguiranno a fare ricerca e divulgazione. Cosa faremo noi? Proseguiremo nella nostra missione: fornire contenuti di qualità nelle scuole e alla cittadinanza, per mantenere viva la fiamma della Memoria».
Foto in alto: Memoriale della Shoah di Milano. L’Osservatorio (© Nicolò Piuzzi)



