di Nathan Greppi
Nel febbraio 1938, mentre era a Monaco di Baviera per prendere un treno diretto a Budapest, Max Fridman vide un ebreo venire arrestato e portato via da soldati nazisti. Verso la fine di quell’anno, lo stesso Fridman si ritrovò a Vienna per aiutare alcuni suoi cugini a fuggire all’estero, dopo che l’Anschluss aveva portato gli ebrei austriaci a subire le stesse discriminazioni razziali degli ebrei tedeschi. Questi due episodi, quello di Monaco e quello di Vienna, si trovano rispettivamente nelle graphic novel Rapsodia ungherese del 1982 e I cugini Meyer del 2025, che assieme a La Porta d’Oriente e No pasarán compongono la saga dell’agente segreto ebreo francese Max Fridman, realizzata dal fumettista Vittorio Giardino: bolognese classe 1946, dopo aver lavorato come ingegnere ha iniziato a scrivere e disegnare fumetti alla fine degli anni ’70, diventando uno dei maestri del fumetto d’autore italiano. Oltre a Fridman, negli anni ’90 ha creato anche il personaggio di Jonas Fink, un ebreo di Praga che durante la Guerra fredda deve affrontare le ingiustizie del regime comunista in Cecoslovacchia. In un’intervista a Bet Magazine, Giardino racconta il suo percorso e ciò che lo ha avvicinato, da non ebreo, alla storia e la cultura ebraica.
Come è nato il personaggio di Max Fridman?
Se Max Fridman, Jonas Fink e in generale i protagonisti delle mie storie sono ebrei, le ragioni sono più di una: probabilmente, quella più importante è che mia moglie è ebrea, e di conseguenza lo sono le mie figlie e tutti i miei nipoti. Oltre a questo, c’è il fatto che, purtroppo, gli ebrei sono una minoranza che è sempre stata vittima di discriminazione. Se c’è da connotare un personaggio che viene discriminato indipendentemente da quello che può avere fatto, l’ebreo è la persona ideale.
Nelle prime storie di Fridman la sua identità ebraica era marginale per la trama, mentre ne I cugini Meyer diventa centrale. Perché questo cambio di registro, a distanza di quarant’anni?
In realtà, ad occupare il posto principale ne I cugini Meyer non è tanto l’identità ebraica in sé, quanto l’identità ebraica come esempio di estraneità rifiutata. All’origine c’è la scoperta che il rifiuto del diverso non è una novità assoluta. Oggi, siamo in presenza di un rifiuto verso il diverso notevole, ma non è che un tempo vi fosse una vita meravigliosa in cui tutti erano uguali.

Le storie di Fridman sono ambientate nel 1938, l’anno che ha preceduto lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Quali analogie e differenze vede tra la situazione di allora e quella attuale?
Oggi come ieri, coloro che cercano rifugio da una situazione difficile fanno molta fatica a trovarlo, perché nessuno li vuole. In questo momento in cui stiamo parlando, probabilmente ci sono decine di persone che affogano nel Mediterraneo nel tentativo di sbarcare sulle nostre coste, e a nessuno importa. Per parlarne, mi sono rivolto appositamente ad un passato che è subito prima della Seconda guerra mondiale, qualcosa di familiare e non troppo lontano; ho voluto mostrare che anche allora la situazione era all’incirca come oggi. Non è mai esistita un’età meravigliosa in cui eravamo tutti fratelli. Quando si imposero le Leggi razziali, tutti si voltarono dall’altra parte, come a dire “ma di cosa vi lamentate, alla fine sono poche piccole proibizioni”. Ho voluto mostrare come anche “poche piccole proibizioni”, se lasciate crescere, possono portare al disastro più totale.
Nelle sue storie traspare una certa ammirazione per i generi noir e di spionaggio. Quali sono le opere e gli autori che l’hanno ispirata?
Come disse un grande scrittore, “i grandi scrittori rubano dagli altri”, nel senso che si lasciano influenzare da tante fonti diverse. Naturalmente, ci sono autori che sono più vicini al mio modo di raccontare e di sentire. Come scrittori di romanzi di spionaggio, al primo posto metterei sicuramente Graham Greene e diversi suoi romanzi, i quali hanno il sapore della persona che ha vissuto da vicino queste cose: durante la Seconda guerra mondiale, lui ha lavorato per i servizi d’informazione inglesi.
Un po’ come John le Carré, che fu una spia britannica durante la Guerra fredda…
John le Carré è un altro grande autore a cui ho “rubato” spesso qualche cosa qua e là. E forse non tutti hanno presente che anche un grande scrittore come Joseph Conrad scrisse un romanzo intitolato L’agente segreto. E restando nello spionaggio, pur non avendo letto i romanzi di Ian Fleming ho visto tutti i film con protagonista 007, che è un personaggio molto diverso dai miei ma che apprezzo perché è in chiave ironica.
In che senso ironica?
Io credo che Fleming abbia scritto una vicenda esagerata per prendere in giro un certo modo di salvare il mondo. Oggi, purtroppo, siamo in presenza di qualcuno che vuole davvero salvare il mondo secondo i suoi criteri, che sono però tremendi. In sostanza, io temo tutti quelli che prendono sul serio 007 e vogliono seguire il suo esempio nella realtà, come in questo momento sembrerebbero fare gli Stati Uniti.
Lei ha iniziato a fare il fumettista negli anni ‘70. Rispetto ad allora, come è cambiata la percezione del fumetto?
Intanto occorre distinguere tra le varie forme di fumetto, perché è cambiata molto la percezione del cosiddetto fumetto d’autore, o quella che oggi viene chiamata graphic novel. Fin dagli anni ’30 del ‘900, il fumetto ha sempre conosciuto una grande popolarità, ma prima era considerato qualcosa per bambini o semianalfabeti.
Quando hanno iniziato a cambiare le cose?
Il cambiamento è avvenuto verso la metà degli anni ’60, con l’iniziativa di un gruppo di intellettuali di cui faceva parte Umberto Eco, che scrisse diversi saggi rivendicando la possibilità per il fumetto di trattare anche argomenti alti. Con la nascita di una storica rivista, che esiste ancora e si chiama Linus, il fumetto fece un salto di qualità nell’opinione corrente, e anche nella mia: da bambino, si può dire che ho imparato a leggere sui fumetti, ma da adolescente ho smesso. Improvvisamente, ho trovato un intellettuale che diceva che leggere fumetti non era da ignoranti, e quindi in un primo momento mi sono rimesso a leggerli, e dopo una decina d’anni ho cominciato a farli. Da quel momento in poi, il fumetto non era più qualcosa che si doveva nascondere.
Com’era la situazione quando ha iniziato a fare il fumettista?
Per fare un esempio, quando ho deciso di cambiare mestiere e ho tentato di diventare un autore professionista di fumetti, avevo già due figlie piccole. La maggiore, quando andava a scuola, alla domanda su che mestiere facesse il suo papà rispondeva l’ingegnere, si vergognava a dire che “il mio papa disegna fumetti”. Questo ancora nella metà degli anni ’70, mentre oggi non è più così. Al contrario, oggi mia nipote si vanta che suo nonno fa fumetti. E si è capito che è un lavoro duro, non un gioco: perché la vera materia prima di cui sono fatti i fumetti non è la carta, la matita o il computer, ma il tempo dell’autore. Dietro a un fumetto, ci sono mesi o talvolta anni di lavoro continuo.
Nel 2023, diversi artisti hanno boicottato Lucca Comics & Games a causa del patrocinio d’Israele, dovuto al fatto che la locandina era stata realizzata da due illustratori israeliani, i gemelli Hanuka. Che cosa pensa dei tentativi di boicottare la cultura israeliana?
Non bisogna censurare le opinioni di nessuno, qualunque esse siano. Se sono voci e basta, e non incitano all’azione, vanno lasciate esprimersi. Se non sono d’accordo con qualcuno, espongo le ragioni per cui non lo sono, si deve combattere sul piano delle idee.
Dopo il 7 ottobre 2023, abbiamo assistito ad una rinascita dell’antisemitismo. Rispetto agli anni in cui ha creato i personaggi di Fink e Fridman, oggi come pensa che vengano percepiti gli ebrei nel mondo della cultura?
Io temo che una certa prevenzione nei confronti degli ebrei non sia mai scomparsa. In passato la gente si vergognava di pensare male degli ebrei. In questo senso, credo che far diventare gli ebrei quasi “sacri” e dire che sono tutti buoni è un’altra forma di razzismo. Gli ebrei, dal punto di vista umano, sono come tutti. Negli anni ’70 c’era molta violenza per le strade, ma era una violenza politica tra giovani fascisti e comunisti, non c’era un atteggiamento dichiaratamente antisemita. Tuttavia, molti giovani della destra dichiaravano che tutti gli ebrei erano comunisti, il che aveva un fondo di verità: quando un popolo occidentale lotta per la propria libertà, storicamente è da quella parte che stanno gli ebrei.
In un’epoca segnata dalle immagini create con l’intelligenza artificiale, come vede il futuro del fumetto in Italia?
Io non sono la persona più adatta per parlarne perché per i miei fumetti, da sempre, uso matita, gomma, carta e penna. Nel mio studio non c’è nessun computer, lo uso per queste occasioni (la videochiamata per l’intervista, ndr) o per le mail, e mai per lavorare. Tuttavia, riconosco che il computer è uno strumento in grado di creare capolavori, e come tutti gli strumenti dipende da chi lo usa. Ma per come si sta profilando adesso, l’intelligenza artificiale fornisce uno strumento molto potente per creare facilmente un falso.
Che implicazioni vede in tutto ciò?
Io potrei immaginare di creare un nuovo fumetto di Dylan Dog usando delle immagini elaborate e ricombinate da un Dylan Dog comprato in edicola, ma facendogli fare delle cose che non farebbe mai. Questo è sempre stato possibile, ma oggi questa possibilità è a disposizione di tutti, anche di chi non sa disegnare, il che comporta un problema di tipo economico-legale per il diritto d’autore. Prevedo che ci sarà molto lavoro per gli avvocati nel prossimo futuro.
Un consiglio che darebbe oggi a un giovane fumettista esordiente?
Di ascoltare qualunque consiglio, ma di non prenderne nessuno per buono e ragionare sempre con la propria testa. E se nel disegnare una storia a fumetti, uno si diverte e lo fa volentieri appena si alza la mattina, allora che lo faccia. Le difficoltà che può incontrare, e le incontrerà sicuramente, sono solo iniziali, ma prima o poi, con un po’ di pazienza, diventerà un autore professionista, e potrà fare tutti i giorni un lavoro che è anche un divertimento.



