I Giusti dell’Islam

Personaggi e Storie

Una mostra a Milano sulle storie poco note di alcuni musulmani che durante la Shoah salvarono la vita ad alcuni ebrei.

Tra i circa 22.000 Giusti tra le Nazioni censiti da Yad Vashem, il memoriale della Shoah di Gerusalemme, figurano settanta musulmani. Persone che – in nome di valori umani e identitari islamici – si presero la cura di salvare la vita ad alcuni ebrei durante la persecuzione nazi-fascista. Giusti scomodi, politicamente scorretti rispetto alle generalizzazioni stereotipate che impongono che ebrei e musulmani siano per eccellenza nemici tra loro. L’espressione “Chi salva una vita salva il mondo intero” appartiene sia al Talmud che al Corano.
La mostra “Giusti dell’Islam”, prodotta dal Centro di Cultura e Attività Missionarie del Pime di Milano, racconta, coi testi di Giorgio Bernardelli, giornalista esperto di culture e religioni del Medio Oriente, alcune di queste storie: due bosniaci, tre albanesi, due diplomatici turchi e uno iraniano che, seguendo le direttive del suo governo e dello Shoah, che, islamici, salvarono alcune decine di ebrei.
Essa rende anche conto dell’opera dello storico americano ebreo Robert Satloff, che ha proposto allo Yad Vashem di includere tra i “Giusti tra le Nazioni” anche alcuni musulmani arabi che, in Tunisia, Marocco, Algeria e Libia, sotto il controllo francese di Vichy, tedesco-nazista e italiano-fascista, si sono adoperati per aiutare ebrei che in quei paesi risiedevano dai tempi più lontani fianco a fianco con gli arabi.

Il negazionismo arabo della Shoah, dal ’67 in avanti sempre più accanito, nasce dall’opposizione al riconoscimento dello Stato di Israele: cancellare la Shoah è il modo per cancellare le ragioni di esistere di quello stato. Oggi l’estremismo religioso islamico utilizza gli argomenti utilizzati in Europa nel passato, compresi quelli del nazismo.
Ma il coro è discorde: al convegno negazionista di Beirut del 2001 tutta una serie di intellettuali arabi si oppose, definendole insensate, alle tesi che vi venivano presentate: tra gli altri, c’erano i nomi di Adonis, poeta libanese, Muhammad Dawish, poeta palestinese, lo storico Muhammad Arabi, algerino, lo scrittore algerino Jamed ben Sheik, il marocchino Mohammed Barda, il siriano Farouk Bey, Edward Said, il palestinese Eliah Sambar, il palestinese israeliano Emil Habibi, che già dal 1988 aveva scritto sulla “Tel Aviv Review” del fondamentale bisogno degli arabi palestinesi di conoscere a fondo la realtà della Shoah, e molti altri.

Per Abdallah Kabakebbji, giovane musulmano italiano di origine siriana, che è intervenuto insieme ad altri all’inaugurazione della mostra, l’adesione alla Giornata della Memoria è un gesto profondo e sincero, ed è motivo di orgoglio che anche musulmani abbiano compiuto gesti eroici in aiuto degli ebrei. “Tra i caratteri fondanti, pur se brutali, dell’identità europea, a prescindere dalle appartenenze religiose di ognuno, è l’Olocausto. Ogni gesto di discriminazione provoca ferite, e qualsiasi sforzo deve essere fatto per evitarne il ripetersi”, ha puntualizzato Abdallah.

E’ però diffusa nel mondo arabo-islamico, e non solo in quello, l’opinione che la Shoah sia stata un fatto esclusivamente europeo, a parte la figura del gran muftì di Gerusalemme Haj Amin el Husseini, noto amico di Hitler e di Mussolini, e convinto sostenitore del nazismo in Palestina. Un capitolo importante dell’applicazione delle norme vessatorie antiebraiche e della Shoah ebbe luogo nell’Africa settentrionale. Se in quei territori non vennero istituiti veri e propri campi di sterminio, parecchi migliaia di ebrei vennero reclusi in oltre cento campi di lavoro dove il lavoro forzato, la tortura, la deportazione e le esecuzioni erano la regola. Nel Nord Africa nazi-fascista, fra il ‘40 e il ’43, trovarono la morte tra 4 e 5.000 ebrei. E la situazione si sarebbe molto certamente aggravata assumendo dimensioni europee, se gli eserciti alleati non avessero sconfitto scacciandole le forze dell’Asse, nel maggio del ‘43.

Dal recente libro di Robert Satloff, Among the Righteous, Lost stories from the Holocaust’s long reach into Arab lands, Public Affairs, New York 2007, che ha raccolto le storie dei Giusti arabi convinto così di dare anche un contribuito alla pace in Medio Oriente, e dal più recente lavoro di Eric Salerno, Uccideteli tutti, Il Saggiatore, 2008, sui campi fascisti di concentramento per gli ebrei in Libia, emerge che il comportamento generale delle popolazioni arabo-musulmane nei confronti degli ebrei non fu diverso da quello delle popolazioni europee dei paesi soggiogati al nazi-fascismo.

Tra gli arabi ci fu soprattutto indifferenza, spesso delazione, in qualche caso collaborazione con i persecutori. Ma altri compirono gesti di solidarietà mettendo a rischio la propria vita.
A questi ultimi la mostra “Giusti dell’Islam” meritoriamente dà luce e visibilità. Costoro misero a disposizione degli ebrei le case ove potessero rifugiarsi, nascondersi, custodirono i loro oggetti perché non fossero confiscati, divisero il poco cibo, preavvertirono gli ebrei delle razzie delle SS di cui venivano a sapere; predicatori musulmani vietarono ai loro fedeli di fungere da ricettatori di beni ebraici confiscati o rubati; nutrici arabe crebbero bambini ebrei; fornai arabi sfornarono clandestinamente pagnotte per sfamare gli ebrei cui le razioni alimentari erano ridotte a niente; pastori arabi accolsero e nutrirono ebrei nelle loro capanne isolate.
Erano per lo più gente comune, ma anche personaggi di spicco entrarono in quelle belle schiere: il sultano Muhammad V del Marocco, il bey Mohamad al Moncef di Tunisi, lo sceicco algerino Taieb al Okbi, il primo ministro tunisino Mohamed Chenik, l’imam Si Kaddour Benghabrit della Grande Moschea di Parigi, il proprietario terriero tunisino Khaled Abdelwahhab, offrirono agli ebrei solidarietà morale e aiuti concreti.

Yad Vashem non si è occupato di essi per tutto il lungo sessantennio dalla sua esistenza, in qualche modo, e paradossalmente, alimentando il negazionismo della Shoah nordafricana: Yad Vashem ha riconosciuto come Giusti musulmani turchi, albanesi, bosniaci, iraniani, ma fino alla pubblicazione del libro di Satloff nessun arabo maghrebino vi trovò spazio. In reciprocità, oggi nel mondo arabo, sotto il peso di sessant’anni di belligeranza con Israele, la memoria di queste persone è difficile da celebrare: coloro che hanno salvato gli ebrei rischiano di essere considerati con disonore.
Oggi Yad Vashem ha riconosciuto come Giusto Khaled Abdelwahhab, difensore di una donna ebrea minacciata di violenza da un ufficiale nazista. E la candidatura a Giusto del sultano Muhammad V del Marocco è caldeggiata dal Presidente della Repubblica Shimon Peres e da Serge Berdugo, presidente delle comunità ebraiche del Marocco.

Intento della mostra, ha precisato il curatore della mostra Giorgio Bernardelli, che ha citato anche l’opera del nuovo museo arabo della Shoah di Nazareth, è anche quello di esprimere un forte dissenso nei confronti dell’ondata di negazionismo della Shoah che si sviluppa oggi nelle società arabe, quando invece sono assai frequenti i gesti reciproci di soccorso e di solidarietà tra israeliani e palestinesi nel corso dell’attuale conflitto.

Dello stesso avviso si è dichiarato anche Lorenzo Cremonesi, che ha trascorso vent’anni a Gerusalemme come inviato del Corriere della Sera: “La nostra stampa spesso alimenta i pregiudizi. Essa non si è mai soffermata sui numerosi casi di solidarietà di arabi nei confronti di ebrei in Palestina, a partire dal pogrom antiebraico di Hebron del ’29, che costò la vita a più di sessanta degli ebrei della antica comunità che lì risiedeva: 425 ebrei furono allora salvati da 28 famiglie musulmane”.

Daniele Nahum, presidente dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, ricordando che la peculiarità della Shoah fu l’annientamento delle anime, ha ribadito che conservarne la memoria, e riconoscere il ruolo dei Giusti, è dovere di chiunque. Solo per questa via è possibile intervenire contro la violenza dei nuovi genocidi, Sebrenica, Rwanda, Darfur, … di cui poco ci si occupa, o ci si è occupati, come di quello del popolo armeno. Se la Shoah è un unicum per dimensioni e premeditazione, anche degli altri genocidi bisogna diffondere la conoscenza, per impedirli e per opporsi con consapevolezza a quei progetti di distruzione dell’umanità.

Paolo Branca, docente di Islamistica all’Università Cattolica di Milano, ha spiegato che i casi di solidarietà reciproche tra ebrei e musulmani sono stati, e continuano ad essere, numerosissimi. Ma essi vengono nella maggior parte dei casi colpevolmente taciuti: “La mostra, che dovrà avere quanta più visibilità possibile, è un investimento in rispetto e in speranza. E’ questo il suo grande valore”.

Parte della mostra è stata quindi presentata alla cerimonia che si è tenuta per la Giornata della Memoria alla stazione centrale di Milano al Binario 21, da cui partirono i treni della deportazione.

La mostra itinerante è a disposizione delle scuole e delle amministrazioni locali per attività culturali legate al tema del rapporto tra religioni e identità diverse. Per informazioni: Mondo e Missione, Centro cultura e attività missionaria Pime – via Mosè Bianchi, 94; 02.438201, mondoemissione@pimemilano.com.

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