Un figlio diventato ultraortodosso e il padre si rincontrano grazie alla docu-serie 'Ci rincontrerermo

“Ci rincontreremo”, la nuova docu-serie che fa commuovere gli israeliani

di David Zebuloni
Tra le nuove e vecchie consapevolezze che ci ha regalato questo tormentato 2020 all’insegna del Covid, troviamo alcuni cliché ed altri importanti promemoria. Scopriamo per esempio che nulla va dato per scontato, che le mura di casa non sono nemiche dell’uomo, che un abbraccio vale più di mille parole e, soprattutto, capiamo finalmente che nulla è più importante della famiglia.

Costretti al distanziamento sociale, i nipoti hanno riscoperto il valore dei nonni, i genitori hanno imparato a conoscere più a fondo i propri figli e i coniugi hanno trovato il tempo di guardarsi negli occhi e chiedersi a vicenda come stiano realmente. Con un timing assolutamente perfetto, la nuova docu-serie “Ci rincontreremo” ha saputo toccare il punto più sensibile della società israeliana.

“Si tratta di un formato assolutamente inedito e innovativo”, spiega il regista e ideatore Ori Gruder, in un’intervista al settimanale Olam Katan. “L’obiettivo era quello di avvicinare, unire, riconciliare i nostri partecipanti e permettere loro di ricominciare la vita da dove l’avevano interrotta”. Di cosa tratta dunque la docu-serie in questione? Cinque persone sono state scelte per intraprendere un percorso toccante e difficile, che ha come unico scopo quello di ricongiungerli ai loro famigliari perduti nel tempo. La peculiarità comune a tutti i famigliari perduti è il motivo stesso della sparizione.

Un amore che supera l’ideale

“Mi sono ispirato alla mia stessa storia”, racconta Gruder. “Dopo essermi avvicinato alla religione ed essere entrato a far parte della comunità ultraortodossa, mi sono allontanato moltissimo dalla mia famiglia, così convintamente laica. Mi sembrava di parlare lingue diverse, di vivere in mondi diversi. Poi ho capito che non volevo rinunciare a loro e abbiamo cominciato un lungo percorso comune. Abbiamo lavorato sodo per capirci meglio, per venirci incontro. Non è stato facile, ma alla fine ce l’abbiamo fatta, perché non volevamo in alcun modo rinunciare all’affetto che ci legava in nome di un ideale”. Simile alla storia del regista è la storia di Shosh, una madre che per più di dieci anni non ha ricevuto notizie del figlio diventato ortodosso. O la storia di Yakov, che per trent’anni non ha incontrato il fratello maggiore. O quella della giovane Bela, che rimpiange un padre che non ha mai conosciuto e che non l’ha mai accettata perché non abbastanza religiosa.

Le regole del gioco

L’epopea dei cinque partecipanti dura in tutto una settimana. Ad ognuno di loro viene assegnato un tutore, anch’esso rigorosamente ortodosso, che ha il compito di accompagnarli lungo tutto il percorso e aiutarli a ritrovare i loro cari. Secondo le regole del formato, nelle prime 36 ore trascorse con i tutor, i partecipanti non potevano proferire parola, potevano solamente ascoltare. “Ciò che volevamo trasmettere con questo silenzio è che quando si ha accesso ad un mondo sconosciuto, bisogna innanzitutto ascoltare. Non attaccare, non provocare, non discutere. Solo ascoltare”.

Diversamente l’ha vissuta Yakov, che ha visto nel silenzio forzato una violenza, un tentativo di indottrinamento. Come a dire: “se volete avere indietro i vostri cari, dovete diventare come loro”. A tranquillizzarlo è stato il suo tutore, il rabbino Ofir Gal, che ha confessato davanti alle telecamere che anche lui in realtà proviene da una famiglia laica, anche lui è diventato ortodosso in età avanzata, ma che a differenza sua, lui non ha rinunciato ai suoi fratelli e alle sue sorelle. Che a differenza sua, lui crede nell’unione tra laici e ortodossi, senza che una delle due parti debba necessariamente rinunciare al proprio stile di vita o alla propria fede. Anche la tutor Yael Misrahi, un’ultraortodossa di 48 anni che dichiara orgogliosa di essere madre di 11 figli e nonna di altrettanti nipoti, si ritrova a discutere con Shosh molto più di quanto avrebbe voluto. “Quando rincontrerai finalmente tuo figlio, non osare sgridarlo”, la ammonisce severamente. “Tutto ciò che devi fare è abbracciarlo, abbracciarlo fortissimo e dirgli di non lasciarti mai più.”

L'incontro fra Shosh e Yael

L’incontro fra Shosh e Yael

L’incontro

Nel decimo e ultimo episodio, il viaggio culmina e giunge al suo termine. Dopo una settimana estenuante di ricerca, di studio, di preparativi, di lacrime e di sorrisi, i cinque coraggiosi partecipanti sono pronti a rincontrare i loro cari. Terrorizzati all’idea di essere rifiutati, non chiudono occhio la notte precedente all’incontro. Poi scoprono che tutte le loro preoccupazioni erano vane, che dieci o trent’anni di rancore possono sfumare in un solo abbraccio. Così accade a tutti e cinque i partecipanti, ma ad emozionare in particolar modo gli spettatori sono state proprio Shosh e Bela. Sono state la madre e la figlia a ricordare agli israeliani che tutti i legami famigliari sono preziosi e importanti, ma nessuno è speciale quanto il rapporto tra genitori e figli. Un rapporto talvolta sofferto e complicato, ma impregnato d’amore profondo e incondizionato. Shosh e Bela hanno riabbracciato i loro cari e in cambio hanno ricevuto delle scuse sincere e un desiderio altrettanto sincero di rinnovare il legame perduto. Di costruire un futuro comune: madre e figlio, padre e figlia.

La seconda stagione

“Ci rincontreremo” ha riscosso un successo straordinario, conquistando proprio tutti: laici e ortodossi. Le polemiche, tuttavia, non sono mancate. “Perché sono sempre i laici a dover rincorrere i religiosi?”, si è letto sui social. E ancora: “ma dobbiamo sacrificarci sempre noi per loro?”. La risposta di Gruder ha sorpreso tutti. “Stiamo lavorando già ad una seconda stagione, che vedrà un percorso inverso. Questa volta saranno gli ortodossi a cercare di riallacciare i rapporti con i loro cari, usciti dalla comunità conservativa per abbracciare il mondo laico”. Per i più scettici, il formato potrebbe risultare un po’ forzato e artificiale, ma il desiderio di raccontare questi frammenti di vita non è fine a se stesso. Lo scopo non è solo quello di permettere a Shosh di riabbracciare suo figlio, ma anche quello di dimostrare alla società israeliana che laici e ortodossi possono vivere insieme in pace e in armonia.

Menu