Anne Frank: contro l’uso strumentale di un’icona della Shoah

di Marina Gersony

Mistificata e manipolata. Trasformata in una icona pop, buona per tutte le stagioni,
dal pacifismo, alla new age, dal negazionismo alla politica, allo sport. Sfruttata da razzisti
e antisemiti. La sua immagine tutto sembra essere meno quella di una ragazzina vera,
uccisa in un lager nazista. Contro l’abuso del suo volto, un’inchiesta-denuncia

«Anna Frank con la maglia della Roma. Razzismo, choc nella curva. Adesivi e scritte antisemite opera dei tifosi della Lazio. Interviene la Digos». Così titolava La Stampa il 24 ottobre del 2017. La notizia rimbalzò sui media suscitando sdegno e indignazione. Per insultare gli odiati romanisti, i tifosi della Lazio non si fecero il minimo scrupolo a usare l’immagine dell’adolescente morta di tifo a 15 anni a Bergen-Belsen nel ’45, infangando la memoria di milioni di vittime. Non era certo la prima volta: già nel 2013 gli stessi adesivi circolavano nel rione Monti e in altre zone della Capitale. Così come nell’aprile del 2018, il copione della vergogna si è ripetuto: alcuni tifosi biancocelesti hanno insultato Anne Frank facendo il saluto romano mentre camminavano su Ponte Milvio. Il tutto ripreso dai cellulari e condiviso sui social. Anche all’estero si contano simili fatti incresciosi, come quando a Tokyo, nel febbraio 2014, alcuni attivisti neonazisti hanno strappato le pagine da numerose copie del Diario di Anne Frank e da altri libri sulla Shoah in una serie di blitz nelle biblioteche.

Anne Frank non conosce pace
Di fatto l’immagine di Anne Frank e del suo Diario continuano a essere ciclicamente bersaglio dell’odio antisemita e di strumentalizzazione. Non ultimo, nel 2013, il fotomontaggio della giovane ebrea olandese con la scritta «Anna Frank oggi voterebbe Movimento 5 Stelle e tu?», postato da un attivista di San Benedetto del Tronto in occasione della Giornata della Memoria. Nonostante un sollevamento di polemiche e di proteste in rete con la conseguente rimozione del post oltraggioso, il fotomontaggio è tornato a galla lo scorso gennaio dopo anni dalla sua pubblicazione: e poco importa se il messaggio sia stato inventato e se il suo ideatore si sia poi pubblicamente scusato. L’immagine ha fatto in tempo a essere condivisa e a circolare impunita tra gli ambienti grillini e non solo. Chi ha pensato che il messaggio sarebbe stato circoscritto ha peccato di ingenuità o di malafede: come ignorare che i social amplifichino e moltiplichino ogni notizia una volta pubblicata?

Anne Frank non conosce pace e la sua immagine continua a fluttuare tra il diritto universale alla memoria, la banalizzazione, l’edulcorazione fino a un inqualificabile negazionismo sulla sua reale esistenza e sulla veridicità del suo famoso Diario. Già, il suo Diario, bene collettivo, imperituro, e al tempo stesso – in quanto simbolo della Shoah -, oggetto di costanti reinterpretazioni, manipolazioni, contenziosi sui diritti concernenti l’opera e tutte le possibili estensioni della proprietà intellettuale. Così come il suo volto-icona è stato (e continua a essere) trasformato in prodotto tout-court; un prodotto che si riproduce all’infinito nei media, al cinema, in televisione o al teatro in una potente narrazione collettivo-soggettiva priva di argini e senza tempo. Il volto di Anne Frank diventa così un multiplo warholiano svuotato della sua più intima essenza; un volto-marketing su cui riversare nuovi significati, simboli e rappresentazioni. Il celebre sorriso narra la nuova mistica della contemporaneità che oscilla tra memoria e oblìo; orrore e seduzione, realtà e finzione, tutto mirato a suscitare rapide emozioni. Anne Frank diventa così un culto da maneggiare, modellare, consumare, sfruttare e usare in una società che ama mischiare e confondere i linguaggi. Video game, fumetti, canzoni (I Camaleonti, Il Diario di Anne Frank, 1967) e perfino vestiti, tutto quello che riguarda la piccola deportata fa tendenza, divide, unisce, emoziona e intrattiene. Il costume di Anne Frank si poteva reperire facilmente per Halloween fino a qualche tempo fa online: «Venticinque dollari più spese di spedizione e oggi straordinariamente scontato a 20 dollari. Tanto basta per trasformare le vostre bambine in Anne Frank». L’annuncio apparso su HalloweenCostumes.com, precisava che l’abito era 100% poliestere, corredato da una tracolla marrone e un basco verde. Dopo la polemica scatenata sul web, il sito è stato costretto a toglierlo dalla vendita. Tuttavia, mentre scriviamo questo articolo, scopriamo che il costume è ancora reperibile sul sito «WW2 Costumes for Kids».
Se l’uso e consumo dell’immagine di Anne Frank è a dire poco sterminato e spesso improprio, anche i contenziosi e le diatribe non si contano. Una fra tutte, le battaglie legali tra le due fondazioni che si occupano dei documenti e della memoria di Anne Frank che il lettore interessato può facilmente trovare riassunte online. O tempora o mores.

Un saggio di Cynthia Ozick stigmatizza il processo
di semplificazione della Shoah

Di chi è Anne Frank?
A questo punto la vera domanda che si pone è la seguente: ma Di chi è Anne Frank? È questo il titolo dell’impetuoso e attualissimo pamphlet di Cynthia Ozick, apparso in Usa nel 1997 sulle pagine del New Yorker – Who owns Anne Frank? –, ora pubblicato anche in Italia per La Nave di Teseo (Traduzione di Chiara Spaziani, pp. 80, € 7,00). Oltre vent’anni fa, l’intellettuale ebrea newyorkese metteva in guardia su come le vicissitudini storiche, editoriali e teatrali del libro universalmente considerato il simbolo della Shoah, rischiavano (e rischiano) di ammorbidire e di edulcorare la Storia nel tentativo di renderla più sopportabile e digeribile. In breve, «di come le semplificazioni, le interpretazioni arbitrarie e fuorvianti, le appropriazioni indebite, i tradimenti e le comode “santificazioni”, siano servite da lasciapassare per un’amnesia collettiva – storica e culturale – sulle cause e le circostanze della morte della sua autrice e di milioni di altre vittime dell’Olocausto».
Attenzione dunque, ammonisce Ozick, ovattare e mistificare la limpida voce di Anne Frank e del suo Diario – rendendolo infantile e kitschizzandolo – significa pagare un prezzo altissimo. Perché attenuare i fatti, ridurre il Diario a una lettura edificante e consolatoria come ha fatto buona parte della critica, dell’editoria, delle scuole, dei lettori e persino del padre Otto che ha censurato parti del Diario, equivale a tradire la realtà dei fatti, indebolire la forza del messaggio, minare la credibilità dei superstiti della Shoah e negare soprattutto ciò che è stato. Gettando le basi perché il Male si ripeta.
Conclude Ozick: «Venerdì 4 agosto 1944, il giorno dell’arresto, Miep Gies salì le scale fino al nascondiglio e lo trovò devastato […]. Raccolse i fogli che riconobbe appartenere ad Anne e li ripose nel cassetto della scrivania […). Fu Miep Gies – l’inusuale eroina di questa storia, una donna profondamente buona, una salvatrice che era riuscita nel suo scopo – a proteggere un insostituibile capolavoro. Potrebbe essere sconvolgente (sono sconvolta io stessa, mentre lo penso), ma potremmo figurarci un destino ancora più salvifico: il Diario di Anne Frank bruciato, estinto, perduto, salvato da un mondo che ne ha fatto qualsiasi cosa, qualcuna buona, sorvolando sulla smisurata verità del male in esso nominato e contenuto».

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