di Liliana Picciotto
Figlio di Davide Sinigaglia e di Cynthia White, nata nel 1864 nel Missouri da Teophilo e Sara Kozier, due ex schiavi neri, gli fu assegnata la direzione militare delle bande armate attive a Firenze e nei dintorni, oltre al coordinamento della resistenza in altre città toscane. Nel 1958 il Presidente della Repubblica gli conferì la medaglia d’argento al valor militare. (La targa a Firenze in via Pandolfini 15 dedicata ad Alessandro Sinigaglia)
Alessandro Sinigaglia era figlio di Davide Sinigaglia e di Cynthia White, nata nel 1864 nel Missouri da Teophilo e Sara Kozier, due ex schiavi neri. Sara era arrivata in Italia come cameriera nella villa della famiglia protestante di George Gregory Smith, a San Domenico di Fiesole. Il 4 luglio 1901 Cynthia sposò David Sinigaglia, giovane ebreo e meccanico che lavorava a Villa Smith; nel 1902 nacque Alessandro, che portava il nome del nonno paterno. Nella sua storia familiare si intrecciavano mondi allora marginali: da una parte parenti bianchi, italiani ed ebrei; dall’altra neri, americani e protestanti.
Frequentò l’istituto tecnico, dove studiò meccanica, elettronica ed edilizia. La sua vicenda umana e politica, ricostruita da Mauro Valeri nel volume Negro, ebreo, comunista. Vent’anni di lotta contro il fascismo, si definì anche quando il padre, rimasto vedovo, si risposò con Zaira Bemporad e trasferì la famiglia nel quartiere fiorentino di Santa Croce, aprendo un’officina in cui Alessandro collaborò. Il lavoro manuale, l’ambiente popolare del quartiere e il clima politico degli anni Venti contribuirono alla sua formazione e alla sua precoce scelta di campo.
Chiamato nel 1922 al servizio di leva nella Regia Marina, ventun mesi dopo iniziò a frequentare il nucleo della gioventù comunista del quartiere. Ricercato per attività sovversiva, condusse una vita clandestina, nascosta al padre e alla matrigna, e lasciò l’Italia per raggiungere l’Unione Sovietica. A Mosca, da comunista ortodosso, fu mandato dal partito a frequentare l’università politica; intanto continuava a scrivere al padre lettere affettuose, intercettate dalla polizia.
Nel giugno 1935 il partito lo inviò in Svizzera per svolgere propaganda politica. Arrestato ed espulso verso la frontiera francese, raggiunse Parigi, sede del Comitato centrale del Partito comunista d’Italia in esilio. Quando nel luglio 1936 molti antifascisti italiani partirono per la Spagna a difesa della Repubblica contro il colpo di Stato del generale Franco, anche Alessandro si unì a quella lotta. Alla prima colonna di circa 150 volontari, guidata dall’ebreo fiorentino Carlo Rosselli e animata dal motto “Oggi in Spagna, domani in Italia”, seguirono molti altri italiani, che in pochi mesi divennero circa cinquemila. Nel marzo 1937, nella battaglia di Guadalajara, si consumò il primo scontro aperto tra fascisti e antifascisti italiani.
La sconfitta della Repubblica aprì la ritirata verso la Francia. La “Retirada” travolse centinaia di migliaia di fuggitivi: governo, esercito e popolazione civile puntarono verso i Pirenei nel tentativo di salvarsi. Sinigaglia finì prima nel campo di Saint-Cyprien, poi in quello di Gurs e infine al Vernet, dove il regime era particolarmente duro: fame, miseria, violenze dei gendarmi e pessime condizioni igieniche. Dai campi della Francia meridionale, amministrati dal governo di Vichy, chiese con altri 380 detenuti di poter rientrare in Italia come libero cittadino.
Dopo quasi tredici anni di lontananza forzata, tornò invece in manette. Considerato un sovversivo pericoloso, fu descritto dai carabinieri di Firenze anche attraverso le sue origini razziali: “figlio di un ebreo e la madre era negra”. Dopo due anni nei campi francesi e due mesi di carcere a Firenze, venne inviato al confino di Ventotene. Qui incontrò alcuni fra i principali dirigenti antifascisti, come Scoccimarro, Secchia, Terracini, Pertini e Rossi, e ricevette dal partito un addestramento militare clandestino, presentato come semplice educazione fisica ma in realtà fondato su nozioni di guerriglia che aveva praticato in Spagna.
Caduto Mussolini il 25 luglio 1943, gli antifascisti di Ventotene furono liberati il 14 agosto successivo. Alessandro rientrò così a Firenze, in via Ghibellina, dove viveva la matrigna, poiché il padre era nel frattempo morto. Il 14 settembre arrivò in città Pietro Secchia per affidare i primi incarichi nella Resistenza. A Sinigaglia, che assunse il nome di battaglia “Vittorio”, fu assegnata la direzione militare delle bande armate attive a Firenze e nei dintorni, oltre al coordinamento della resistenza in altre città toscane. Organizzò le formazioni di Monte Giovi e Monte Morello, composte da giovani saliti in montagna, e nell’ottobre 1943 contribuì alla nascita delle Brigate d’assalto Garibaldi.
Nella Firenze occupata agiva intanto la banda fascista di Mario Carità, dotata di larga autonomia e nota per torture, violenze e delazioni estorte o comprate. Il 2 novembre 1943 il primo comando militare del Comitato Toscano di Liberazione Nazionale CTLN, l’organismo politico che guidava la Resistenza, fu arrestato in via Masaccio 93; per caso Sinigaglia sfuggì alla cattura e divenne una sorta di “primula rossa”. Fu nascosto e aiutato dal direttore d’orchestra e compositore svizzero Igor Markevitch, che gli offrì protezione e sostegno.
In quella fase il braccio armato della Resistenza scelse la forma dei GAP, i Gruppi di Azione Patriottica: piccole cellule clandestine di quattro persone, separate fra loro e con basi segrete, incaricate di compiere azioni rapide contro obiettivi tedeschi e fascisti. Sinigaglia, capo partigiano coraggioso e carismatico, organizzò una serie di attentati, a partire da quello del 7 novembre 1943 a San Godenzo. Fra questi ebbe grande risonanza l’uccisione, il 1° dicembre 1943, del tenente colonnello repubblichino Gino Gobbi, comandante del distretto militare di Firenze. La rappresaglia fu immediata: cinque antifascisti furono prelevati dal carcere e fucilati alle Cascine per ordine del prefetto Manganiello. Anche l’arcivescovo Elia Dalla Costa condannò l’azione, ma il CTLN, con una risposta unitaria firmata da Enzo Enriques Agnoletti, figlio di padre ebreo, respinse ogni proposta di pacificazione.
Il 14 gennaio 1944 i GAP fiorentini, guidati da Alessandro, fecero esplodere contemporaneamente nove ordigni in vari punti della città. Le autorità intensificarono la caccia contro di lui, reso riconoscibile anche dai suoi tratti somatici. Tradito da un incontro casuale con un vecchio amico in una trattoria del centro, fu individuato da due uomini della banda Carità che lo seguivano da mesi. Fermato una prima volta all’uscita, riuscì a fuggire; ripreso poco dopo, tentò ancora la fuga, ma venne abbattuto da una scarica di colpi.
Alla sua memoria fu intitolata la 22ª bis Brigata Garibaldi, forte di oltre 650 partigiani combattenti. Nel 1958 il Presidente della Repubblica gli conferì la medaglia d’argento al valor militare.



