A 81 anni dalle Leggi Razziali. «In via Eupili, quegli esami di maturità con le SS dietro l’angolo»

Protagonisti: Guido Lopez e la scuola di via Eupili

Nel settembre del 1938  i ragazzi ebrei che erano stati cacciati dalle scuole con le Leggi razziali, trovarono in via Eupili un porto sicuro
e ben più di una scuola.  Un modello di resistenza,  un orgoglio di appartenenza, veicolati da professori che furono veri Maestri di vita. Lo narra uno dei protagonisti, Guido Lopez

Guido Lopez (1924-2010), scrittore, giornalista, indimenticato esponente della Comunità ebraica di Milano, di cui fu anche Consigliere, racconta nel testo che segue la propria esperienza del 1938 dopo l’applicazione delle Leggi razziali; e riporta due testimonianze particolarmente vivide, quelle di Eugenio Levi e Alda Perugia. Quella di Levi è davvero impressionante, al limite dell’incoscienza, quando fece svolgere nonostante tutto, e soprattutto nonostante i nazisti in arrivo, le prove di ripetizione nell’ottobre del ‘43 nel cortile di via Eupili: pronti a scappare se Vera Levi, messa di sentinella sulla via (chissà, forse proprio dove ora c’è la targa) avesse dato l’allarme di camionette in arrivo. Un atto di autentica resistenza, non violenta, ma assoluta: nulla e nessuno doveva impedire che i ragazzi proseguissero gli studi! (Il testo che segue è un Estratto dal volume: “Scuola e Resistenza” a cura di Nicola Raponi – La Pilotta Editrice, pubblicazione degli atti di un Convegno del 1978.)

 

Guido Lopez, Primo Levi, Marcello Cantoni

Sono stato presentato all’uditorio come professore. Ringrazio, ma professore non sono, e neppure laureato: nel 1938 sono stato uno di quelli che hanno dovuto interrompere gli studi. Se nel dopoguerra non ho recuperato, è libera scelta mia; ma nel 1938 le cose si sono svolte come vi è stato detto or ora. Il mio amico Fausto Levi, che sono lieto di avere ritrovato in questa occasione è stato con me sugli stessi banchi della Scuola ebraica di Milano; ma c’è un’altra persona di Parma – docente a Parma, triestino di nascita – che è legata ai nostri comuni ricordi: si tratta del prof. Bruno Schreiber, che molti di voi conoscono, direttore dell’Istituto di Zoologia di questa città. Noi abbiamo avuto la fortuna di essergli allievi in liceo; lo chiamavamo affettuosamente “cosmo” con l’o strettissima, secondo la sua pronunzia triestina, ed era uno dei nostri professori più simpatici, più comunicativi, uno di quelli che ci ha dato di più con la sua grande apertura d’animo e serenità di carattere – cose sempre importanti in un professore, ma ancora più in quei momenti, in quella situazione. Fausto Levi accennava alla questione dello shock, del trauma che noi abbiamo subito. Ora, quel che io vorrei tentare è di portarvi testimonianza su che cosa ha voluto dire nell’intimo di ciascuno di noi questa faccenda dell’emarginazione e dell’ostracismo. Perché, Dio non voglia, ma non si sa mai, a tutti potrebbe un giorno succedere qualcosa di analogo, di trovarsi in pericolo o in stato di emarginazione per altri motivi (…). Dunque: voi dovreste immaginarvi un ragazzo di quattordici anni – io avevo fra i 14 e i 15 anni in quel periodo luglio-settembre 1938 in cui si maturò ed esplose la legge di estromissione degli ebrei dalle scuole – che un mattino apre il giornale e ci trova scritto che lui non appartiene alla “razza” (?) italiana, ma anzi l’ha inquinata; ne apre un altro, e qui gli dicono che è talmente fetente da inquinare tutti gli altri e l’intera nazione, e che perciò deve uscire dalla comunità scolastica come allievo se è allievo e come professore se è professore. La seconda volta, la cosa è proclamata a caratteri cubitali, copre l’intera prima pagina dei giornali, con un titolo grande così. Fuori gli ebrei puzzolenti! via via! Lui – cioè io, Guido Lopez, ragazzo come tanti altri in vacanza estiva a Castiglioncello – ha aperto quel giornale nella piazza del paese: ora si guarda intorno, col giornale in mano, guarda la gente che sta seduta al caffè o passa per la strada, e non sa neppure come comportarsi lì per lì, si domanda che cosa sia cambiato in lui o negli altri dalla sera prima, se debba vergognarsi per sé o per gli altri, se aver paura, se nascondersi, se chieder spiegazioni, su cosa. Qui è scritto a caratteri cubitali che dal prossimo ottobre lui non rimetterà più piede al “Parini”, né suo fratello insegnerà più all’Università di Genova, e che lui, suo fratello, sua madre, suo padre – tra parentesi, considerato sino a ieri il più italiano degli scrittori italiani, perché toscano, livornese, assolutamente e tipicamente italiano (Sabatino Lopez, ndr) – tutti sono improvvisamente diventati immondizia. Improvvisamente si vede frantumato in questa maniera.
Non si trattava soltanto di una questione pratica – le conseguenze pratiche, vitali, di una legge di quel genere, il dover ricominciare da un giorno all’altro la vita in un altro modo, è terribile – ma veramente di sentirsi il terreno che crolla sotto i piedi. Debbo dire che questo trauma, in modo diverso, ma forse ancora più drammatico, colpiva gli ebrei fascisti, che certamente non mancavano nella mappa della nazione. Gli ebrei non sono una categoria speciale di gente, e ve ne erano dei pro e dei contro, come vi è stato ricordato da Fausto Levi. In percentuale, gli antifascisti erano molti, ma si conoscevano anche zelantissimi mussoliniani che per sovrappiù di adesione ricusavano in toto la loro ebraicità. E per questi ebrei fascisti il trauma fu ancora più sconvolgente, sicché io fui grato ai miei familiari che in casa mia di fascismo non ce ne fosse (non dico che ci annoverassimo fra gli attivisti contro, ma certo la nostra non era una famiglia fascista); e dunque tutte queste cose lì per lì mi lasciarono sgomento, ma poi, piano piano, finirono col darmi la coscienza che, dopo tutto, moralmente stavano nel peggio quelli che erano dall’altra parte, quelli che perseguitavano noi ebrei.
Ora, questo processo di autocoscienza è stato enormemente aiutato dalla Scuola ebraica. Cioè: indipendentemente dal fatto che ciascuno di noi nella Scuola ebraica trovava il modo di continuare gli studi come rassicurazione di un futuro ritorno alla libertà, – e cioè che la scuola ebraica rappresentava un’àncora di salvezza anche dal punto di vista pratico -, e un modo di darci reciproca fiducia; a parte questo, noi ci rendemmo sùbito conto che continuare gli studi voleva anche dire ricostruire se stessi, prendere coscienza di quello che eravamo, di ciò che andava succedendo, della nostra eredità storica e spirituale, dei legami fra la cultura ebraica e le altre culture, e in fin dei conti ci portava a stabilire che noi, non “gli altri” eravamo dalla parte della ragione e che, quindi, nella disgrazia eravamo, in fondo, fortunati di non condividere in nulla le colpe di quegli altri. E questo è stato, direi, per ciascuno di noi, una “resistenza” (a parte il fervore della Resistenza attiva che vide poi combattere i nostri più coraggiosi con raddoppiato animo, contro il pericolo dell’essere riconosciuti come nemici partigiani e come ebrei da cremare). In questo senso io interpreto l’interessantissimo tema del convegno, «Scuola e Resistenza»: come la scuola ci insegnò a chiarirci le idee, a valutare la nostra identità, a chiarire cosa significa dittatura e perché era giusto combattere contro la dittatura. In questo spirito io vorrei leggervi una testimonianza che sembra addirittura di un altro mondo, e più lo sembrerà a voi giovani nati dopo quegli anni, in un contesto di libertà e anche, se vogliamo, di molto maggiore spregiudicatezza. È una testimonianza, secondo me, emblematica. Ed è questa. Non solo noi ci organizzammo una scuola nostra e – studenti e docenti – ci dedicammo alla scuola con tutte le nostre forze, anche come sfida morale ai nostri persecutori, ma nel 1943, quando dopo 1’8 settembre per i rinviati all’esame di riparazione venne il momento di presentarsi a scuola, e le SS a Milano ci stavano inseguendo per deportarci nei lager, a questo punto la Scuola ebraica decise di tenere ugualmente regolari esami a questi studenti. Non soltanto – ancora una volta – per una ragion pratica, ma anche, anzi essenzialmente per una ragione morale, che proprio si può chiamare «di resistenza». Fu, da un certo punto di vista, una follia; ma una follia di quelle che hanno grandezza morale e, quindi, qualificano l’uomo, decidono la rivincita del bene sul male. Ecco: vi leggo in proposito lo scritto che un grande nostro professore – e preside ad interim – Eugenio Levi quel tempo già assai avanti negli anni, (e per tutti noi come un grande padre, un profeta e un maestro nel più alto senso della parola) lasciò in questa pagina d’eccezione.

La testimonianza di Eugenio Levi

«Il settembre del ‘43 declinava, e i tempi si facevano sempre più duri. I nazi ci braccavano come il cane bracca la selvaggina. Ogni giorno c’erano retate nuove. Sempre nello stesso stile, made in Germany. Stile scientifico. Nel volger di giorni siffatti, mi si affidava la Scuola di via Eupili in cui dovevano svolgersi gli esami. Mandai senz’altro conferma. Non mi riconoscevo, non riconosco alcun merito: il mio arbitrio ben poco c’entrava.
Ubbidivo a un istinto pressoché cieco, a qualcosa che era più forte di me. Nel giorno fissato per l’apertura della sessione, mi trovavo puntualmente a scuola per attendervi il Commissario governativo. L’attesa fu lunga e vana. Dopo tre giorni, mi recai in Provveditorato insieme col segretario per chiedere d’urgenza la nomina di un altro Commissario. Ricordo che in anticamera c’erano dei professori che volgevano verso di noi uno sguardo fra il curioso, l’attonito e l’accorato: qualcuno di loro sapeva che proprio in quel giorno sul treno fra Torino e Milano erano avvenuti clamorosi arresti di Ebrei. Al Provveditorato – non so come, non so perché – risultava che la Scuola ebraica «non c’era più». Non era possibile smentita più lampante: la Scuola era lì in carne ed ossa, nelle persone del suo preside e del suo segretario. In verità, l’unico assente era stato il delegato ministeriale. La Scuola – la fuorilegge – era per chiedere l’applicazione della legge. E il nuovo Commissario fu di fatto nominato. Era la signora Sala, che si rivelò sùbito piena di tatto e di comprensione. Invitai senza indugio per lettera allievi e professori a trovarsi a scuola per gli esami, che dovevano svolgersi il 4 ottobre. Senonché, nell’intervallo fra la convocazione e il giorno fissato, venni casualmente a sapere che i nazi avevano fatto un sopralluogo nell’istituto, e trovando chiuso e avendo fretta, s’erano allontanati di malumore, rimandando a più tardi l’incursione. Sempre sospinto da quella forza di cui ho fatto cenno, non tenni conto delle pressioni che si esercitavano su di me perché non mi presentassi, e poco prima dell’ora stabilita ero alla porta della Scuola. Giungevano alla spicciolata, alcuni col passo sicuro, altri con passo incerto, professori e studenti. Non tutti i convocati si presentarono; e quelli che c’erano furono sùbito da me informati del fatto nuovo, e lasciati liberi di entrare o di andarsene. Ci fu – non poteva non esserci – qualche perplessità. Portinai e inquilini delle case vicine – quelli soprattutto che avevano visto coi loro occhi quelle facce venute a scuola – accorrevano affannosamente per esortarci a scappare. Ciononostante, non ci fu un solo disertore. Entrati, ci collocammo nel recinto destinato alle automobili – come quello che ci pareva il luogo più adatto a un’eventuale fuga (eravamo, in fondo, un manipolo di illusi) – e incaricai la prof. Vera Levi di far da palo sul ponte.
Con l’intervento della Commissaria, tutto si svolse senza perdite di tempo ma con la più rigorosa osservanza d’ogni norma di legge. Non sono mai stato tanto pignolo in vita mia. C’era in me non so come – qualche cosa che mi faceva un po’ somigliare ai nostri carnefici. Se essere tedesco vuol dire «fare una cosa per amore della cosa stessa», io ero certo, in quel momento, un po’ tedesco. Se un rischio si doveva affrontare, bisognava affrontarlo sino in fondo. E tutti mi secondarono mirabilmente, attendendo ognuno alle sue bisogne sotto gli occhi di alcuni abitanti delle case vicine, che dalle finestre trepidavano per noi. Ricordo, fra gli scolari, la Luisa Levi, che doveva riparare in matematica alla maturità classica; Fuchs, che fu molto lodato per la sua buona preparazione e per la serenità di cui dava prova; e, ahimè, anche un candidato che non poté assolutamente essere promosso perché diceva assai poco, e tuttavia meglio era quando non diceva nulla. Dei professori ricordo, oltre alla già nominata prof. Vera Levi – che, con la sua aria sorniona, era un “palo” perfetto – la Navarra, impeccabilmente riservata; la Guggenheim, più che mai bastian contraria; la Schick, sempre tirchia nei voti sebbene molto agitata (i nazi erano sulle tracce di lei e dei suoi); la Castelnuovo, piuttosto esuberante; la Friedenthal, vispa ma un po’ meno vispa del solito; la Bedarida, intrepida e quasi sorridente; la Lombroso Fiorentino materna (staccava fogli dal suo taccuino per darli a chi aveva dimenticato la carta); Pio Foà, inquieto e melanconioso; Modigliani, scanzonato e discorsivo; Canarutto, dal gesto ampio e un po’ solenne; Davide Schaumann, assorto e già rabbinico. Il momento del distacco non poteva non essere alquanto patetico. Non poteva non esserci un contrasto fra quel lucido cielo autunnale e il fosco che c’era dentro di noi. Ognuno con segreta angoscia si domandava se ci saremmo ritrovati ancora tutti. E infatti, Pio Foà non doveva tornare in via Eupili più: di lì a non molto doveva essere deportato e fare la solita fine. Non ho mai dimenticato – non dimenticherò mai – la sua mestizia presaga mal dissimulata a tratti da un sorriso forzato. Qualche cosa però c’era (o mi parve che ci fosse) che temperava quel tanto di nero che, ad onta di qualche apparenza, c’era in tutti noi. Oscuro quanto si vuole, c’era in noi il senso che quel po’ di pericolo affrontato ci avvicinasse – sia pure in minima parte – a coloro che in quell’ora lottavano per la libertà del mondo contro la protervia degli oppressori».

La voce di Alda Perugia

Sin qui il testo della comunicazione fatta durante il convegno. Ma ritengo interessante aggiungere anche un’altra testimonianza che aggiunge altri dati e notizie sulla costituzione della Scuola ebraica di Milano. È tratta da un articolo della prof. Alda Perugia, Nel trentennio della scuola (quei giorni, e oggi), pubblicato nel Bollettino della Comunità Israelitica di Milano, settembre-ottobre 1968: «A Milano, in quella fine di settembre del 1938, era presidente della Comunità Israelitica il Comandante Federico Jarach, un uomo energico, chiaro, autorevole e autoritario. Sùbito prese l’iniziativa di contatti personali con Comune e ottenne l’apertura ai bambini ebrei di una scuola elementare in via della Spiga, che funzionasse per loro, nel pomeriggio, in alternanza con scuola per i bambini “ariani”, che non dovevano “contaminarsi” al contatto dei nostri … Pochi giorni dopo apprendevamo che si sarebbero aperti anche corsi di ginnasio e di medie superiori. Il presidente ne affidò l’organizzazione ad un esperto, Yoseph Colombo, già preside del Liceo Scientifico di Ferrara. (…) Eravamo moltissimi insegnanti, troppi davvero, in confronto alle pur numerose schiere di allievi, ed occorreva scegliere, fra i tanti, quelli che dessero migliore affidamento. Ma quanti mai erano “i migliori”, e tali erano stati nelle scuole pubbliche per molti anni! Yoseph Colombo diede un piccolo e pur grande incarico a quanti più poté, scindendo i corsi e gli insegnanti, così da consentire a ciascuno un pezzetto di gioia, un suo minuscolo campicello da coltivare. Chi scrive ebbe cinque ore settimanali di italiano per mezza dozzina di ragazze della Magistrale; esigua partecipazione alla vita della Scuola, ma privilegio altissimo, un mezzo di vita, un vero dono celeste nell’ora dell’esclusione e dell’obbrobrio. …Con accorgimenti abilissimi, gli appartamenti privati e le aule di due villette in via Eupili, acquistate sin dal 1929 per accogliervi una Scuola materna e le elementari ed ospitarvi il direttore, furono suddivisi da tramezze in aulette minime, ad ospitarvi le numerose classi delle più diverse scuole. … Il corpo insegnante era davvero degnissimo e autorevole; il preside Colombo, arcipreside fra colleghi che erano stati presidi (Pardo di Bologna, Loria del “Moreschi” di Milano, Bonfiglioli vicepreside del “Parini”), moderatore e guida sempre serena e rasserenante, pronto a risolvere, con una boutade o con un calembour, una nuvola di amarezza.
Sùbito, nel corso stesso dei primi mesi, si ebbero dal Ministero le “parifiche”, cioè il riconoscimento ufficiale dei nostri corsi. E a fine d’anno quando i 5 giovani dell’ultimo corso liceale e le ragazze della Magistrale si presentarono a scuola pubblica per gli esami (e furono, secondo le disposizioni superiori, isolati dagli “ariani”) si ebbero i migliori risultati. Al Liceo, anzi, i professori mostrarono la più affettuosa simpatia ai ragazzi, e il più sincero dissenso da quel trattamento ignominioso. Non così alla Magistrale: quel presidente, di cui ho dimenticato volentieri il nome, rimproverò aspramente la nostra Tina Ottolenghi perché, accolta con affettuosa espansione da quelle che erano state sue compagne di classe per più anni, si era a loro mescolata, festosa e commossa; e venne relegata, come indegna reietta, in un angolo.
… Ahimé, ben undici professori furono deportati nei campi di sterminio, e soltanto la giovane Giuliana Tedeschi ne tornò, sorretta dall’amore delle sue bambine sottratte alla razzia da una cameriera fedele. Non tornò suo marito, né il caro prof. Pio Foà, sorpreso con i tre figli alla frontiera svizzera, né Gino Corinaldi, candido e sempre indaffarato, né Nathan Cassuto che aveva da poco lasciato la nostra Scuola per assumere il rabbinato a Firenze, né Massimiliano Jona, né l’anziana Augusta Jarach (consegnatasi spontaneamente, in coscienzioso socratico ossequio alla legge!), né i professori dei corsi universitari Ciro Ravenna e Mario Luzzatto, mentre la buona e gentile Lidia Bassani periva a San Vittore ancor prima di essere deportata. E tra gli allievi, quanti scomparvero nella tormenta! Io ricordo con atroce dolore le mie allieve Enrica Jona e Violetta Silvera, l’una da Vercelli e l’altra da Intra, quest’ultima dotata di un’anima e una sensibilità da artista, e bellissima. Molti allievi ritrovarono, nella tristezza umiliante del rifugio nell’ospitale Svizzera o presso famiglie amiche, la volontà di combattere. E se qualcuno vorrà ripercorrere la storia della lotta partigiana (che fu lotta di coraggio e di molta generosità) sotto la rubrica “partecipazione ebraica”, dovrà rilevare una notevole percentuale di giovani nostri, che assunsero compiti delicati e difficili, i più impegnativi e pericolosi proprio dalla loro qualità di ebrei. Fra i caduti, memorabile è l’esempio di Emanuele Artom, i cui Diari meriterebbero essere largamente adottati nelle nostre Scuole come testo di lettura. E qui, da via Eupili sono usciti quei giovani che parteciparono, fuggendo dalla Svizzera dove si erano rifugiati, alla vita della Repubblica dell’Ossola, significativo esempio di serena fermezza e di intrepido coraggio».

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