Perché i corrispondenti italiani da Israele attingono le loro notizie da fonti faziose, di parte, sempre contro il governo?

di Angelo Pezzana

La domanda scomoda

L’unica accusa che non può essere rivolta ai nostri media è quella di trascurare Israele. Ma d’altra parte non si può neppure affermare che non si muova foglia in Israele, con quel che segue, perché dipende dalla qualità della foglia se essere ripresa oppure ignorata. Dipende quali sono le fonti alle quali attingono i loro suggerimenti i nostri cronisti. La prima fonte in assoluto è il quotidiano Haaretz, che non brilla certamente in quanto a equilibrio, un po’ come se i corrispondenti esteri a Roma informassero i loro lettori leggendo ogni mattina il Fatto Quotidiano e il Manifesto.

Non è un paradosso, Haaretz – a parte la qualità dell’informazione culturale – per tutto il resto è come se fosse il quotidiano in lingua ebraica dell’Autorità palestinese. Dalla cronaca ai commenti il governo di Gerusalemme è sul banco degli accusati, anzi, lo sono da sempre tutti i governi, non importa da chi è formata la coalizione. Haaretz non è però l’unico; altri quotidiani e i canali tv fanno a gara – come è naturale in ogni democrazia – a rincorrere ogni notizia che possa evidenziare comportamenti illegali per mettere sotto indagine chi guida il Paese.

Dalle scatole di sigari cubani ricevuti da Netanyahu in dono da un amico americano, alla restituzione dei tappi delle bottiglie d’acqua minerale consumata durante i ricevimenti ufficiali, il cui importo sembra sia stato incassato dalla moglie Sara. Quasi un bisogno spasmodico di poter dimostrare la corruzione del Primo Ministro e ottenerne le dimissioni. A dimostrazione che la fonte delle informazioni degne di essere scelte dai nostri media – Haaretz non è l’unico responsabile, se la preferenza va a quelle che mettono in cattiva luce Israele – gli esempi sono infiniti.

Ne ricordo qualcuno. Uno degli scrittori più famosi è David Grossman, critico tra i più accesi di Netanyahu: viene regolarmente intervistato, la sua opinione fa testo. Ma se vince il “Premio Israel” per la letteratura la notizia passa inosservata. Ma come, vince il premio più importante di Israele – con i complimenti del governo – e nessuno gli va a chiedere un commento? Altro esempio, fra i tanti, il problema degli immigrati clandestini, in gran parte africani, il numero è di circa 40.000, che Israele ha deciso di espellere, oltretutto nel modo più civile, con un accordo con il Paese che li accoglierà e una somma di denaro non indifferente. Ebbene, l’espulsione diventa “deportazione” – in inglese espellere e deportate possono essere tradotti entrambi “to deport”, va da sé che la preferenza cade su quest’ultimo, che però in italiano ha ben altro significato.

Che dire poi della scelta delle invettive contro Netanyahu, tipiche del linguaggio politico in ogni democrazia? L’ultima citata – evito il nome di chi l’ha detta – subito ripresa da un solerte cronista di casa nostra, è “Bibi e la sua gang parlano come dei criminali non come dei pubblici servitori dello Stato”.
Nulla di grave, è la politica, ma perché ignorare la indubbia capacità diplomatica di Natanyahu, accompagnata da una più che intelligente politica economica, che rende Israele uno dei Paesi meglio governati al mondo? In un Medio Oriente precipitato nel caos e nelle stragi, Israele è un’isola dove la sicurezza è più che garantita. Perché non scriverlo?
Allora, nella speranza che i nostri cronisti si accorgano delle realtà che dovrebbero raccontare, un dovere troppo spesso ignorato, diciamo a Israele che festeggia i 70 anni dell’Indipendenza “felice compleanno!”: il sogno di Herzl non solo si è avverato, ma si rinnova sempre.

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