Le Università come palcoscenico dell’intolleranza. La mistificazione del BDS. Dal pensiero critico alla ideologia

di Claudio Vercelli

Storia e controstorie

Non può essere ritenuto un caso se a costituire uno degli scenari prediletti dai gruppi anti-israeliani, e dal movimento BDS, siano divenute le università, sia italiane che europee. Poiché è proprio in quelle sedi, laddove si esercita, più che in altri luoghi, il diritto al pensiero critico, che maggiore può essere anche la tentazione di piegarlo ad un uso esclusivamente polemico, per legittimare atteggiamenti e posizioni fortemente connotati sul versante ideologico.

Il piano dell’analisi, infatti, in questi casi si confonde da subito con l’intolleranza. La quale si fa poi deliberata aggressione nei riguardi dell’oggetto delle proprie rabbiose attenzioni. In altre parole, l’approccio è immediatamente piegato al bisogno impellente di scatenare una tempesta di parole, di gesti, di interdizioni e quindi di scomuniche insindacabili. Le università, per loro natura istituzioni di libera discussione e di confronto, si trovano spesso nella difficile situazione di dovere affrontare il dilemma tra quella che rischia di essere interpretata come una censura preventiva (se si rifiutano di ospitare certi monologhi dell’intolleranza) o lo spazio di una piazza aperta e senza nessun filtro, dove ognuno può mettere in scena ciò che più gli aggrada, poiché il pluralismo delle idee corrisponderebbe al relativismo della scala dei valori.

Si tratta comunque di un film già visto, di una trama già interpretata, che simula un finto dialogo quando – invece – trascina da subito gli astanti dentro un ring dove si gioca una partita truccata. Al netto della sincerità d’intenzioni rivendicata da coloro che a volte aderiscono con irritante idealismo e disarmante ingenuità a tali iniziative, il loro ripetersi costituisce un altro tassello nel mosaico di ciò che resta del conflitto israelo-palestinese.

In altre parole, è parte del meccanismo di delegittimazione che da decenni si rinnova ossessivamente contro uno dei due attori in campo, ossia Israele. Poiché non smuove nulla, semmai rafforzando le posizioni basate sul pregiudizio. Ma lo fa fingendo un’imparzialità che chiama a raccolta il pubblico, cercando tuttavia di mobilitarlo su una piattaforma dove al «sionismo» è assegnata la parte della disumanità. Non è una novità e non si tratta di una prerogativa esclusiva di chi ha idee rigidamente precostituite rispetto alle vicende mediorientali. L’attrazione per ciò che ancora oggi viene letto come un confronto tra il bene e il male, trova un sicuro approdo soprattutto negli atteggiamenti di alcuni studenti (e docenti), ossia nella loro disposizione d’animo ad una lettura dei fatti tanto rigida quanto dicotomica.

Chi aderisce a un tale modo di vedere le cose, infatti, ritiene di avere a disposizione tutte le chiavi di lettura necessarie per capire la complessità del passato così come del presente. Il movimento di boicottaggio, inoltre, ancorché motivato da una prassi che si vorrebbe selettiva – osteggiare la commercializzazione di ciò che proviene da luoghi oggetto di occupazione o di “colonizzazione”, per favorire la cessazione di tali pratiche – colpisce invece Israele nella sua interezza. Lo fa attribuendole la natura di Stato che ricorrerebbe con sistematicità all’apartheid nei confronti della controparte palestinese, in quanto ciò sarebbe in accordo con la sua storia di Paese da sempre prevaricatore. La confusione di piani è quindi parte integrante in questo tipo di approccio, al medesimo tempo emotivo e falsamente razionale, militante e identitario. Sotto la copertura di un’azione “umanitaria”, tutelare la parte svantaggiata di un conflitto, emergono ben presto le motivazioni maggiormente recondite, ma in fondo anche più sincere, di quei pensieri che rimandano ad una rigida interpretazione dei percorsi storici. L’idea di una natura intrinsecamente satanica d’Israele (ovvero, si comporterebbe in modo radicalmente negativo nei confronti dei palestinesi poiché avrebbe dentro di sé un vizio d’origine, essendo un’esclusiva creazione del colonialismo) è allora il vero nocciolo di una ricostruzione dei fatti che non ha ad oggetto la negoziazione di interessi contrapposti ma la totale delegittimazione di una delle due controparti. La politica, anche da fronti contrapposti, non può fare nessun passo in avanti se le premesse rimangono quelle per cui nello sguardo dell’avversario non si vedono i lineamenti di un uomo ma la materializzazione di un progetto diabolico.

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