di Ester Moscati
Condotta da Stefano Mancuso, il 6 marzo è andata in onda una splendida trasmissione RAI dal titolo “La pelle del mondo”. Una serie di servizi e interviste su natura, alberi, coltivazioni, ecologia ed etologia. Purtroppo, come spesso accade ormai ovunque, a teatro, ai concerti, al cinema, è impossibile godersi un momento di svago o di approfondimento culturale senza subire una coltellata nella schiena. In questo caso, le mani sono quelle di Mancuso e di Cecilia Sala.
Gli ebrei sono una “specie aliena” in Palestina: piantano alberi della Polonia e della Russia, che richiedono troppa acqua, si seccano, provocano incendi. I “coloni” distruggono gli ulivi e rubano l’acqua. L’occupazione e la devastazione non è solo della terra e della gente ma anche della natura. Quindi i palestinesi attuano una “resistenza vegetale”.
Come al solito, quando si parla di Israele, la complessità della vicenda viene semplificata attraverso l’uso di una tecnica propagandistica e retorica della “mezza verità”. Certo che ci sono violenze. Dire che sono reciproche è troppo difficile? Raccontare che gli uliveti sono usati anche per nascondersi e colpire i pastori e i lavoratori ebrei sembra inutile? Dire che gli incendi sono molto spesso dolosi, che Hamas incita a “bruciare gli ebrei e le loro case” e i campi e le foreste… Non sarebbe un dovere deontologico raccontare le cose come stanno, e non darne una versione distorta e fuorviante?
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Ha scritto Deborah Fait: “C’è una verità che raramente compare nei servizi televisivi indignati contro Israele: una parte enorme dell’agricoltura moderna nasce proprio lì, in quella terra che per secoli era stata povera, paludosa o desertica. E non è propaganda. È storia.
irrigazione a goccia e micro-irrigazione
riciclo delle acque per l’agricoltura (tra i più alti al mondo)
coltivazioni in serre hi-tech
nuove varietà di piante resistenti alla siccità
agricoltura nel deserto del Negev
Queste tecnologie oggi vengono utilizzate dall’Africa all’Asia, dall’India alla California. Molte di queste innovazioni nascono nei kibbutz, comunità agricole cooperative fondate all’inizio del Novecento. In quei villaggi si sperimentavano sistemi di irrigazione, coltivazione e gestione dell’acqua che poi sarebbero diventati standard globali.
Nel dibattito contemporaneo la parola “coloni” è diventata una formula ideologica che cancella la complessità della realtà. In Giudea e Samaria (Cisgiordania) esistono comunità israeliane civili, alcune nate per motivi ideologici, altre per ragioni economiche o di sicurezza.
Non sono episodi marginali ma parte di un conflitto violento che coinvolge entrambe le popolazioni. Ridurre tutto alla caricatura dei “coloni aggressori” significa cancellare la realtà e fare becera propaganda.
Così spariscono tre elementi fondamentali: la trasformazione agricola straordinaria operata da Israele, attribuendola ai palestinesi. L’impatto globale delle innovazioni israeliane sull’agricoltura che non viene mai riconosciuto. La storia di violenze e terrorismo che colpiscono civili israeliani, sempre dimenticate.
La verità è che Israele non ha soltanto difeso la propria esistenza in un ambiente ostile. Ha anche creato alcune delle tecnologie che oggi permettono a milioni di persone nel mondo di coltivare in condizioni difficili. È una delle rivoluzioni agricole più importanti della storia moderna.
E forse proprio per questo, in certi racconti televisivi, è una storia che si preferisce non raccontare esattamente come Sala e Mancuso fanno in questo loro servizio di pura propaganda. Non è informazione. È selezione ideologica dei fatti.
La storia reale, invece, è molto meno comoda: un paese nato in mezzo al deserto che ha creato alcune delle tecnologie agricole più importanti del mondo, mentre combatteva guerre, terrorismo e isolamento internazionale.
Questa è la verità che raramente passa sullo schermo.
Perché raccontarla significherebbe ammettere una cosa semplice e scomoda: che Israele non ha solo difeso la propria esistenza. Ha anche migliorato la vita di milioni di persone nel mondo.
E forse è proprio questo il dettaglio che certi narratori preferiscono ignorare”.



