La crisi dell’Unione Europea lascia spazio al sovranismo. Ognuno per sé? L’economia dice no. E si rischia il conflitto

Opinioni

di Claudio Vercelli

[Storia e controstorie]

Si è a lungo parlato di populismo, un termine usato un po’ in tutte le salse, spesso anche a sproposito. Quanto meno oramai inflazionato, quindi incapace di delimitare dei significati chiari e condivisibili. Da un po’ di tempo a questa parte, infatti, si ricorre anche a un’altra espressione: il sovranismo. Che cosa vuol dire? In genere indica quell’insieme di partiti, movimenti ed organizzazioni politiche che sono accomunati da una posizione per la quale la sovranità nazionale costituisce il principio inderogabile a cui rifarsi nel momento di assumere una decisione politica vincolante per tutti. Parrebbe un’ovvietà, poiché gli Stati nazionali dovrebbero essere i primi (ed ultimi) depositari della sovranità stessa. La quale, come afferma l’enciclopedia Treccani, è il «potere originario e indipendente da ogni altro potere», cioè la capacità più alta, più forte, più possente di imporre le decisioni collettive. Non a caso, allora, la sovranità è esercitata in nome del popolo, di cui dovrebbe raccoglierne la volontà, traducendola in atti politici. Così afferma la dottrina, così dovrebbe essere concretamente. Ma si sa che tra idee e fatti, tra intenzioni e azioni sta molto spesso di mezzo il mare.

I gruppi sovranisti non sono nuovi alla scena politica. Tutta la storia degli ultimi due secoli, in Europa come negli altri Continenti, ci racconta di come il tema della sovranità nazionale, ovvero del rapporto tra Stato, territorio e potere abbia accompagnato lo sviluppo delle comunità indipendenti. In controluce, la stessa storia dello Stato d’Israele ci restituisce anche questo aspetto fondamentale nella costruzione di una nazione. Il tema della sovranità, infatti, si accompagna a quello della cittadinanza. Se nel primo caso si è sovrani perché si può decidere, nel secondo si è cittadini perché si partecipa alla decisione, per il tramite dei propri rappresentanti nelle istituzioni. Pura teoria? Solo in parte.

Oggi, infatti, il sovranismo rappresenta una diffusa posizione politica, la quale rivendica il ritorno allo Stato nazionale di quei poteri che sono invece passati in mano ad organismi sovrannazionali ed internazionali. Ciò rivendicando, si pone inoltre anche in contrapposizione a molti degli effetti della globalizzazione. Per essere più chiari: il sovranismo, più che segnare il ritorno del nazionalismo per come lo si è conosciuto nei due secoli trascorsi, batte il chiodo della necessità di tutelare frontiere e comunità locali da quelli che considera gli influssi negativi della perdita di capacità decisionale dei governi e delle istituzioni nazionali. Quegli influssi che si tradurrebbero, tra le altre cose, nell’impossibilità per le società di decidere del proprio destino, vivendo invece in una condizione di eterna sudditanza rispetto a poteri che non sono oggetto di una delega democratica né di una verifica popolare.

Gli organismi internazionali, in quanto centri di decisione, invece che tutelare gli interessi dei popoli si porrebbero contro di essi, salvaguardando esclusivamente quelli delle élite che ne fanno parte. La polemica che si è innescata da tempo contro l’Unione europea, a partire dalle sue rigide politiche economiche di bilancio, così come sulle condotte assunte rispetto ai processi di migrazione in atto nel Mediterraneo (e non solo), si alimenta di queste posizioni. Che sono divenute in molti casi giudizi di senso comune.

Da questo punto di vista, il sovranismo è quindi un fenomeno politico che ha caratteri a sé stanti, molto legati ai problemi che stiamo vivendo. Le elezioni per il parlamento europeo del maggio 2019 saranno in tutta probabilità il banco di prova di quelle forze politiche, oramai diffuse un po’ in tutti i paesi europei, che condividono una tale impostazione. Se dovessero vincere, l’Unione europea ne uscirebbe fortemente ridimensionata. Comunque vada, rimane il fatto che già ad oggi non si può non riscontrare il fatto che un lungo ciclo storico si sta definitivamente chiudendo, piaccia o meno. Dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, infatti, ci si era adoperati per agevolare tutti quei processi di integrazione sovranazionale che avessero potuto favorire gli scambi e la circolazione di merci, uomini e, in parte, anche delle culture. Non si trattava tanto di un atto di buona fede quanto della realizzazione di un progetto che vedeva nella maggiore compenetrazione tra società e Stati un fattore decisivo nella riduzione dei rischi di conflitti armati distruttivi. Soprattutto nei paesi a sviluppo avanzato. L’Europa unita, infatti, si è andata configurando all’interno di questo disegno politico. Il quale, tuttavia, ha esaurito la sua forza in questi ultimi quarant’anni, dinanzi ai tanti effetti dei processi di globalizzazione: la maggiore interdipendenza è oggi vissuta, da molti europei, come un fattore di forte incidenza nel rischio di espropriazione della propria residua autonomia. E con essa, della speranza di un futuro economicamente certo. Tuttavia, il problema di fondo sta nel fatto che l’idea di potere tornare ad una Europa degli Stati non fa i conti con la dura realtà. Ossia che la politica è oggi molto più debole di un tempo nei confronti dell’economia. La quale è, per sua stessa natura, una dimensione internazionale, non conoscendo confini né muri dinanzi ai quali fermarsi.

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