Il terremoto. Il crollo del fronte Sud e il “nazislamismo” di Hamas

Opinioni

di Claudio Vercelli

Chi leggerà queste note a seguire sarà forse già a conoscenza di sviluppi che, nel momento in cui vengono redatte, invece ancora non sono conosciuti. Ci stiamo riferendo al confronto tra Israele ed Hamas. Lo definiamo così, ben sapendo – tuttavia – che attori e interpreti di questo ennesimo scenario bellico, e non solo, sono molteplici. Dietro Hamas, infatti, c’è l’Iran e con quest’ultimo, tanto per dire, si trova, al momento attuale, la Russia. Inutile, in questo come in altri casi, lanciarsi in elucubrazioni geopolitiche che possono risultare, alla prova dei fatti, tanto fondate quanto inconsistenti. Semmai è meglio rifarsi al quadro dei dati che si possono conoscere per davvero, nella confusione generale che altrimenti drammaticamente regna dinanzi ad un campo di battaglia ancora aperto, tra morti, feriti, ostaggi. Soprattutto gli ultimi che, in prospettiva, sono destinati a pesare come dei macigni. Il passato, in fondo, ce lo insegna.

Veniamo quindi al dunque, facendo uno sforzo di comprensione. Il primo elemento da cui partire è che la linea di divisione tra Gaza Strip (in arabo Qiṭāʿ Ghazza; ovvero, in ebraico, Retzu’at ‘Azza) e Medinat Israel è, quanto meno dal 2005 – data del totale ritiro della presenza israeliana da quei luoghi – uno dei “confini” più controllati e presidiati nel mondo. Per tutti i motivi che si potevano ben immaginare già prima del 7 ottobre 2023 e che ora, ancora di più, assumono una rilevanza pressoché imprescindibile. Detto questo, com’è stato possibile che le difese nazionali, comunque attive anche durante una giornata festiva, abbiano ceduto con una tale flebilità? Non di meno, l’intelligence israeliana, celebrata un po’ ovunque come un esempio di efficienza ed efficacia, perché non ha saputo quanto meno intuire l’evoluzione dello stato delle cose, fermo restando che era un segreto di Pulcinella il fatto che Hamas si stesse predisponendo ad un’aggressione su vasta scala?

Secondo passaggio, non meno importante. Le violenze degli islamisti si sono esercitate essenzialmente contro i civili. Non i militari – la cui risposta, in un primo momento, è stata straordinariamente debole – e neanche i «sionisti» o gli «israeliani» (due parole di servizio, utilizzate solo come sinonimi di altri significati), bensì contro gli «ebrei». Nella dottrina di Hamas, e nelle liturgie di comportamento che ne derivano, sono infatti questi ultimi ad essere odiati. Pochi giri di parole, al riguardo. Israele, di per sé, è inteso solo come un recente prodotto “ebraico” e non in quanto altro. Pertanto, quel che conta, è estirpare la “cattiva pianta” dell’ebraismo come tale. Soprattutto da Dar-al-Islam, la terra benedetta in quanto integralmente musulmana. Poiché da tutto ciò non potrà quindi derivare altro che non sia un’armonia universale, altrimenti inquinata – ed interrotta – dalla persistente presenza dei «giudei».

In tutta sincerità, è assai difficile non pensare che una tale impostazione mentale, prima ancora che ideologica, sia molto lontana da quella terrificante esperienza che, in Europa, e non solo, abbiamo conosciuto con il nome di «nazismo». Evitiamo le facili equiparazioni, le analogie di circostanza, le espressioni ad effetto. Non di meno, tuttavia, non esimiamoci dal bisogno di trovare un qualche precedente. Pertanto, il terrorismo islamista, in quanto movimento anche di massa, trova parte delle sue ispirazioni nel lascito, al medesimo tempo catacombale, demoniaco nonché messianico, del nazionalsocialismo. Molti riscontri, al riguardo, si potrebbero richiamare. In altra sede e in un diverso momento, probabilmente, lo faremo. Come dire, a tempo debito, non altrimenti pressati dalla rutilante premura della cronaca. Non trattandosi, infatti, di un’urgenza bensì di un riscontro di lungo periodo.

Terzo elemento: se le premesse sono queste, Hamas non esercita una “resistenza palestinese all’occupante sionista” (così come altrimenti recita ad uso e consumo del pubblico non musulmano) bensì un Jihad, apertamente dichiarato nei confronti del resto del mondo: ovvero, un atto di purificazione, non troppo diverso, nella logica degli attuali protagonisti, da quello che animava coloro che intendevano, tra la fine degli anni Trenta e la prima metà degli anni Quaranta, mettere mano definitiva alla «soluzione della questione ebraica». Poiché il fondamentalismo, in questo caso islamista, non intende mai trovare una risposta politica (la mediazione) bensì una totale prevaricazione identitaria, quella che gli deriva dal potere esibire un trofeo, in questo caso la testa dei «sionisti-giudei». Chi non intende tutto ciò, chi non capisce che l’islamismo radicale costituisce l’omologo orientale di un’apocalittica idea delle relazioni umane, attardandosi semmai nella seduzione di oramai vuote categorie del Novecento (i «guerriglieri» dal basso, che lottano contro il «potere»), è solo un illuso o un colluso. Ce ne sono molti. D’ora innanzi, sarà necessario imparare a distinguere. Quanto meno, nella legittima critica dello stato di cose esistenti, per non accompagnarsi a scomodi e insinceri compagni di viaggio.

Infine, ulteriore passaggio da prendere in considerazione, per non risparmiare niente a nessuno. Il settimo governo Netanyahu, quello attualmente in carica, a dir poco si è fatto cogliere alla sprovvista dall’evoluzione degli eventi. A tale riguardo, meglio evitare altri ordini di pensieri, altrimenti assai più cinici, come quello che invece afferma, machiavellicamente, che proprio dinanzi agli evidenti segni di un collasso del confine meridionale, l’esecutivo avrebbe lasciato correre, così pensando di potere tacitare le corali manifestazioni di opposizione che, da gennaio di quest’anno civile, si susseguono nelle piazze e nelle strade d’Israele.

Nessuno di noi potrà mai dire compiutamente nulla al riguardo, se non con il trascorrere del tempo, quando saremo temporalmente distanti dalle urgenze di questa nuova guerra. Poiché di ciò si tratta. Posto che Hamas sta utilizzando gli abitanti di Gaza come scudo, schermo e alibi per le sue presenti e future azioni. Rimane il fatto, e su ciò concludiamo queste prime note, che nessun governo israeliano, d’ora innanzi, potrà fingere di considerare il futuro del palestinesi come una sorta di fastidioso elemento di corredo, al quale porre rimedio procrastinando un oramai improbabile status quo oppure risolvendo il tutto con un tratto di penna, come se l’esistenza di milioni di altre persone non lo chiamasse in causa.