I religiosi e i laici parlano lo stesso ebraico? Tra riferimenti alle Scritture e gergo dissacrante

di Cyril Aslanov

“L’ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l’accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò valore d’impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta venne chiamata maschera decorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l’intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all’azione” (trad. Emilio Piccolo).
Così scrisse Tucidide (Storia della guerra del Peloponneso, III, 82) a proposito delle fratture ideologiche che dividevano la società ateniese della fine del V secolo prima dell’era volgare. Si potrebbe dire che l’ebraico moderno è attraversato da una tensione simile fra l’uso tradizionale delle parole e l’uso alternativo che si sviluppò una volta che la lingua santa fu riciclata per diventare la lingua polivalente di una società laicizzata.

Questa scissione fra l’uso religioso e l’uso laicizzato dei vocaboli ebraici è ancora più evidente oggigiorno, poiché una grande frazione del mondo ebraico ortodosso ha superato la reticenza nei confronti dell’uso dell’ebraico nella vita quotidiana. Infatti, passeggiando nei quartieri di Ge’ulah e Meah She‘arim di Gerusalemme o nella città di Bnei Brak si sente sempre più spesso l’ebraico di quanto si possa sentire lo yiddish.
In linea di massima, l’ebraico dei religiosi è più ricco giacché è nutrito di riferimenti alle fonti classiche della Bibbia e della Mishnà. Ma più precisamente si notano delle scibbolot (linee di demarcazione) fra i due tipi di ebraico, quello religioso e quello laicizzato. Senza vedere chi parla ci si può accorgere se una persona è religiosa perché usa delle formule tradizionali come be-‘ezrat Ha-Shem “con l’aiuto del Nome (di Dio)”, barukh Ha-Shem “benedetto sia il Nome (di Dio)”, ishtabach shemo la-‘ad “che sia il Suo Nome lodato per sempre” e tante altre variazioni sul tema della preghiera a Dio e del ringraziamento a Lui. Invece, l’israeliano laico menziona raramente la trascendenza e quando lo fa, usa semplicemente il nome generico El “Dio”, un termine che l’israeliano religioso non si permetterebbe di pronunciare come tale. Se mai, userebbe la forma Kel che permette di non profanare El, uno dei 72 nomi di Dio nell’ebraismo. Così il laico direbbe todah la-el “grazie a Dio”, traduzione letterale del russo slava Bogu, oppure mi-pikha le-oznei ha-el “dalla tua bocca alle orecchie di Dio”, traduzione-calco dell’espressione yiddish fun dayn moyl in Gotes oyern.

Visto che questa rubrica ha spesso a che fare con la letteratura vorrei verificare come la frattura fra l’ebraico religioso e l’ebraico laicizzato si esprime nella prosa odierna. Un autore come il rabbino Haim Sabato è ancora sufficientemente legato con gli usi religiosi della lingua sacra per inserire nei suoi romanzi una grande quantità di formule prese dalle preghiere o dalle fonti sacre anche quando racconta delle cose molto concrete come una battaglia di carri armati (Te’um kavanot “Coordinazione di bersagli”, 1999). Al contrario, nel suo romanzo Shirat ha-sirenah (“Il Canto della sirena”, 1991) la scrittrice Irit Linur usa la parola elohi “divino” per descrivere il sedere di un bel ragazzo (Ofer Shtrasberg) percepito dal punto di vista della narratrice Talila Katz. È interessante che nell’adattamento filmico di Shirat ha-Sirenah (1994), il ruolo del ragazzo dal “culo divino” (tahat elohi) è incarnato da Yair Lapid, ormai diventato uno dei politici più famosi dell’attuale palco politico israeliano.

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