Donazione di ovuli: può succedere anche questo

Opinioni

Una decina di anni fa due genitori, al momento della circoncisione del figlio, chiesero al rabbino se avrebbero potuto sorgere dei problemi dato che il bambino era nato dalla donazione di ovuli. Il povero rabbino letteralmente caduto dalle nuvole non riuscì quasi a capire la domanda dei genitori, per non parlare poi di formulare una risposta adeguata.
Non aveva nessuna conoscenza di donazione di ovuli o riproduzione assistita. Oggi invece si tratta di una questione che ricorre non infrequentemente. Dato che secondo l’ebraismo tradizionale, un bambino è ebreo se la madre è ebrea, i genitori vogliono accertarsi dell’’ebraicità’ di un bambino venuto al mondo attraverso donazione, madre sostitutiva e altre pratiche: cosa succede per esempio se solo al momento del bar o bat mitzva o del matrimonio lui o lei viene a scoprire che non è davvero israelita?

D’altronde le coppie sterili, oltre al dispiacere di non aver figli, si trovano a dover affrontare il problema che – se anche gli istituti che raccolgono le donazioni in genere citano la religione della donatrice – i donatori ebrei sono pochi. Questi sono problemi che hanno fatto emergere studi e norme. Molta parte del rabbinato (in America) vede la pratica della donazione di ovuli con una certa indulgenza. La legge ebraica tende a sostenerla, in base al precetto biblico ‘crescete e moltiplicatevi’. Questo è il primo comandamento dato ad Adamo, si dice, e ha portato ad autorizzare praticamente ogni tecnica che possa aiutare la coppia ad avere figli. Invece, la questione di chi sia a trasmettere il carattere ebraico, se la madre biologica o chi ha donato l’ovulo, è molto dibattuta.
Per gli ebrei riformati, il punto è controverso. L’appartenenza all’ebraismo si determina assai più attraverso l’educazione e l’impegno che non con la nascita. Coll’aumentare dei matrimoni misti la Conferenza stabilì che si presuppone che un bambino sia ebreo se uno dei genitori è ebreo, purché genitori e figlio formalmente si identifichino con l’ebraismo. I conservatori invece esplicitarono la loro posizione quando si trattò di dibattere la questione della maternità sostitutiva.
L’unica posizione è che lo stato religioso del figlio segue quello della madre gestazionale in situazioni che coinvolgano maternità sostitutive e altri. Per un bambino nato da un sostituto non ebraico, per essere riconosciuto come israelita si renderà necessaria la conversione. Nella tradizione ortodossa, il rabbinato è spaccato: facendo riferimento alla Torah, al Talmud e ad altri testi sacri, si giunge a differenti conclusioni. Dal Talmud sembrerebbe potersi ricavare che forse la maternità non è proprio definita dalla donazione genetica, bensì dal processo di accrescimento/nutrimento che avviene con lo sviluppo fetale. Per altri invece si tratta solo di donazione genetica. E aggiungono a sostegno di questa tesi che l’uso di donazioni anonime potrebbe portare a inconsapevoli unioni fra consanguinei.
La maggior parte dei rabbini sostiene che sarebbe meglio ricorrere a ovuli ‘ebraici’, altri sostengono il contrario, ossia a ovuli ‘non ebraici’ per sgombrare il campo da preoccupazioni su un’eventuale consanguineità. In pratica, quando la donatrice non è ebrea, molti rabbini ortodossi procedono, per ogni evenienza, alla conversione del bambino: c’è comunque una lunga tradizione di conversioni infantili nei casi di adozione e per quanto riguarda i problemi di identità: nulla vieta una conversione aggiuntiva.
In ogni caso, nell’ambiente religioso c’è un gran fervore di studi sulle tecniche di riproduzione nel contesto della legge ebraica per poter offrire sicurezze ai fedeli. La scienza che viene in aiuto della riproduzione, si dice, è un dono che viene da Dio e che va accettata con entusiasmo.

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