Roman Polanski

Da Dreyfus a Anne Frank ai destini paralleli dei “testimoni”: per uscire dalla retorica del Giorno della Memoria

Opinioni

di Angelo Pezzana

[La domanda scomoda] Roman Polanski, con il suo film L’ufficiale e la spia, ha riportato all’attenzione il caso Dreyfus che dal 1894 per circa 15 anni vide la città di Parigi e l’intera Francia sconvolta da iniziative di massa contro gli ebrei.

Polanski è sicuramente tra gli interpreti più attenti e sensibili della crescita a livello europeo dell’odio che colpisce sia gli ebrei in generale sia Israele, lo stato degli ebrei. Nelle ultime scene è riuscito invece a rappresentare il comportamento strettamente legalitario di Alfred Dreyfus, nel momento in cui riceve una risposta negativa a una richiesta più che legittima, l’essere reintegrato nell’esercito francese dopo otto anni di reclusione trascorsi nell’Isola del Diavolo, richiesta fatta proprio a quel Picquart che fu l’unico tra i militari di alto rango che già durante il processo aveva riconosciuto l’innocenza del “traditore ebreo”. Per questo suo atto di coraggio Picquart era stato incarcerato per due anni; solo la famosa difesa di Zola con il suo J’accuse e il rifacimento del processo che riconobbe l’inconsistenza dell’accusa di tradimento, sancì il diritto di Picquart di ottenere per se stesso il risarcimento per gli anni passati in prigione venendo nominato Ministro dal governo. Alla richiesta di Dreyfus di applicare il medesimo criterio che era stato usato per la sua nomina a Ministro, Picquart oppose un rifiuto, perché l’esercito francese non avrebbe ammesso questo diritto.

Due pesi e due misure quindi. Quel volto pietrificato di Dreyfus – quando apprende che l’Ingiustizia avrebbe continuato a regnare in una Francia all’insegna dell’antisemitismo -, ci rappresenta tutti, anche noi oggi, in un momento in cui le democrazie occidentali in cui viviamo non hanno il coraggio di darsi delle leggi che riconoscano come reato – e quindi prevedano una sanzione-, che privi della libertà chiunque propaghi l’odio nascondendosi dietro la presunta difesa della libertà di opinione.

Questo è tanto più vero in questo mese di gennaio, quando il motto più diffuso “mai più” – fin troppo ripetuto con il rischio di perdere di significato -, impedisce di capire gli errori che hanno portato a una retorica della Shoah che si diffonde a tutti i livelli sociali. Per capire quale sia la strada da prendere sono fondamentali due libri: Elena Loewenthal Contro il giorno della memoria (ADD editore), un titolo provocatorio che è un appello a cambiare strada per capire la Shoah senza cadere nella retorica; e la biografia di Anne Frank di Cynthia Ozick Di chi è Anne Frank? (La Nave di Teseo), un breve ma importante testo. La rilettura critica che ne fa Cynthia Ozick ristabilisce la verità su quel piccolo libro che forse non è mai stato un invito generico a credere nell’indistruttibile bontà del genere umano quanto invece la descrizione del Male (e il diffonderne la conoscenza), che va combattuto e mai sottovalutato o assolto definendolo banale. Al film e ai libri va aggiunto uno straordinario docu-film, #Anne Frank. Vite parallele distribuito per soli tre giorni, lo scorso ottobre, in un numero ristretto di cinema. Le due registe-giornaliste, Sabina Fedeli e Anna Migotto, sono riuscite a unire in modo esemplare il ricordo della Shoah con le testimonianze di alcuni sopravvissuti, e le riprese di un avvenimento, “la Marcia dei vivi”, ossia di centinaia di migliaia di persone, da Israele e da tutto il mondo, in mezzo a un continuo sventolio di bandiere israeliane, che percorrono a piedi la strada che porta ad Auschwitz-Birkenau. Parteciparvi una sola volta nella vita non permetterà “mai più” di dimenticare qual è l’obiettivo oggi dell’odio contro gli ebrei: la distruzione del loro stato, Israele.

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