La vignetta pubblicata dal New York Times

Come è possibile che anche il New York Times pubblichi una vignetta nel più puro stile antisemita?

di Angelo Pezzana

[La domanda scomoda] Se si dovesse fare una graduatoria fra i media più importanti, più citati, le cronache e gli editoriali dal più alto indice di credibilità, non vi è dubbio che la testata per eccellenza è l’americano New York Times, fondato nel 1851, di proprietà della famiglia Sulzberger. Ma attenzione, malgrado il cognome possa trarre in inganno, da anni immemorabili l’origine non è più la stessa, anzi, per meglio rassicurare la maggioranza dei propri lettori, l’atteggiamento verso Israele è tra i più critici, di quelli che caratterizzano quasi tutti i quotidiani mainstream europei. Nessuna novità, dunque, verrebbe da dire, invece no, c’era un paragone che al NYT non era stato ancora attribuito: pubblicare una vignetta esatta copia di quelle che uscivano sul tedesco Stuermer, il quotidiano del Partito Nazista.

Una caricatura del presidente Trump dagli occhi bendati e la kippà guidato da un cane per non vedenti dal muso simile alla faccia di Netanyahu con al collo la stella di David, il cui significato non ammetteva dubbi: la Casa Bianca è nelle mani di un cieco ma chi lo guida è Israele. Se per Hitler erano gli ebrei ad avere nelle loro mani il mondo, oggi nulla è cambiato, la musica è sempre la stessa.
Lo scandalo è stato forte, non così enorme come sarebbe stato logico aspettarsi. È vero, alcuni editorialisti dello stesso NYT hanno invocato una indagine interna per capire come sia stato possibile pubblicare una vignetta simile, ma di fatto sono state sufficienti le scuse del giornale.
L’ha disegnata il portoghese Antonio Moreira Antunes per il quotidiano Lisbona Expresso– ha specificato una nota il NYT – intendendo così mettere fine alla polemica con una scusa discutibile. Un tentativo di difesa è stato quello scrivere che l’errore nel pubblicarla non era dovuto a un atto volontario di antisemitismo, ma un atto di ignoranza.
A pronunciare la giusta condanna è stato, come sempre, Alan Dershowitz, che ha ricordato che l’antisionismo – cioè l’odio per Israele – non è altro che una copertura dell’odio per gli ebrei. Ma al New York Times non se ne sono accorti. Inutile domandarsi se ne andrà di mezzo la sua attendibilità, ma almeno porsi la domanda è un primo, indispensabile, passo.

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