La Statua de Rambam nella Juderia di Cordoba

Una quantità sproporzionata di Nobel ebrei. Il segreto? L’enorme valore dato allo studio religioso e secolare

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture]

Più di un terzo dei premi Nobel di quest’anno sono ebrei o di origine ebraica. Non è un caso: in centovent’anni, più o meno il 20% dei circa 900 premiati condivide la stessa origine. Ma gli ebrei al mondo sono meno del 2 per mille: è una sproporzione che esige spiegazione. Esclusa quella genetica, perché non esiste una “razza ebraica” e l’intelligenza non è un tratto genetico semplice che si possa ereditare, resta quella culturale. La spiegazione di tutti coloro che si sono occupati di questo problema è una: la straordinaria importanza che il popolo ebraico attribuisce allo studio. Per capire questo privilegio dello studio risulta prezioso un libretto pubblicato di recente dalla Giuntina, intitolato Norme sullo studio – Hilkhot talmud Torà. Si tratta di un estratto da una delle opere più famose di Mosè Maimonide , il Mishné Torà (Ripetizione della Torà), in cui egli cercò di dare una sintesi di tutta la Legge ebraica. Sono paragrafi molto chiari e normativi, che non hanno il carattere dialogico o di commento usuale per il pensiero ebraico, ma stabiliscono regole chiare per tutte le circostanze della vita.
Qui in una quarantina di pagine Maimonide spiega chi deve studiare (“ogni ebreo, sia esso povero o ricco, sano o malato, giovane o molto anziano e privo di forze”, ma le donne non ne hanno l’obbligo anche se possono farlo), quando (“in un tempo fisso, di giorno e di notte”) da quando (i sei anni), che cosa bisogna studiare (per un terzo la Torà scritta, per un terzo quella orale, cioè il Talmud, per un terzo ai commenti e agli approfondimenti concettuali), fino a quando (“fino al giorno della sua morte”), con che priorità (“prima di sposarsi”, “anche al posto di adempiere a un precetto che può essere svolto da altri”), perché (“lo studio della Torà da solo equivale per importanza a tutti gli altri precetti uniti assieme”), a che fine (“per comprendere il giusto agire morale e per imparare ciò che è permesso e ciò che è vietato”, “perché lo studio spinge all’azione”).
Insomma, al centro della vita ebraica tradizionale c’è lo studio quotidiano e intenso, prima mnemonico e poi concettuale; coloro che vi eccellono hanno diritto a onori straordinari. Maimonide sintetizza un’attribuzione di valore già evidente nella Mishnà, un millennio prima e che ritroviamo ancora oggi, in grado diverso, in tutti gli ambienti ebraici. Sapere, studiare sono le cose più importanti. Magari nella tradizione non si tratta di chimica, fisica, biologia, economia (anche se Maimonide stesso era medico e nel Talmud non mancano tracce della conoscenza scientifica del suo tempo). Ma quel che ancora oggi ritroviamo è l’idea del sacrificio necessario: “Questa è la strada che devi seguire se desideri studiare Torà: mangia pane e sale, bevi acqua razionata, dormi per terra, fai una vita di stenti ma affaticati con la Torà”, “fai in modo che lo studio sia la tua occupazione fissa e il tuo lavoro solo un’occupazione temporanea”. Badando bene però che “ogni studio della Torà che non è accompagnato dal lavoro” è sbagliato ed è vietato “trarne benefici in questo mondo”.

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