Shulim Vogelmann – Mentre la Città bruciava

Libri

Giuntina, pp. 255, € 12,00

“Tra cronaca e diario, in una prosa fresca e vivace, il libro ci fa conoscere Israele attraverso gli occhi di un giovane ebreo italiano alla ricerca delle proprie radici”. Così la quarta di copertina presente questo libro, davvero vivace e coinvolgente, che ci racconta di un diciottenne ebreo fiorentino, con tutti i problemi tipici della sua condizione, e, si può ironicamente aggiungere, ulteriormente complicati dall’essere un acceso tifoso della Fiorentina. E’ lui, l’autore che si racconta, che ci racconta il suo trasferimento in Israele, all’inizio un anno, per approfondire la conoscenze della lingua ebraica. Poi per frequentare l’università, alla fine per fare l’aliyà, diventare cittadino dello Stato di Israele, si potrebbe quasi dire per condividerne il destino. Che per lui significa anche fare il servizio militare. E durante tutto questo tempo ci viene raccontata la vita quotidiana di un gruppo di ragazzi e di ragazze che vivono tra dubbi e domande a cui è difficile dare risposte facili. Lo stile è davvero piacevole, direi stilisticamente già maturo, anche se lo sguardo, curioso e sincero è quello di un ventenne. E’ attraverso questa quotidianità, semplice e mai banale, che si apre dinanzi allo sguardo del lettore uno spaccato della società israeliana di oggi, dei suoi problemi, delle sue incertezze, ma anche del suo grande patrimonio culturale e morale.
E durante questo periodo il mondo cambia, Shulim e i suoi amici vedono alla televisione l’attentato alle Torri Gemelle si capisce che vederlo a Gerusalemme è ancora una cosa diversa che vederlo a Milano in una altra parte del mondo.
E alla televisione guardano anche le notizia dei attualità: il terrorismo, le incursioni dei militari israeliani. E discutono appassionatamente, come forse solo in Israele si può discutere, di territori occupati, del conflitto che sembra non volersi spegnere mai.
Alla fine Shulim ritorna in Italia, con la sua brava cittadinanza israeliana in tasca. Ed all’amica fiorentina che gli chiede perché ha voluto prendere quella cittadinanza, risponde con quella che è la pagina conclusiva del libro, la sua vera cifra di lettura di cui cito qualche riga, ma che andrebbe veramente letta (come del resto tutto il libro): “ Non devo più preoccuparmi della mia sorte come ebreo, adesso ho una casa che mi protegge, ho la sicurezza di trovare il mio ebraismo sempre intatto a Gerusalemme. Adesso posso girare il mondo appartenere al mondo senza assilli assimilatori o timori per l’antisemitismo. Adesso sono libero, libero come tutti. Ecco. Essere israeliano per me significa essere libero, normale, questo è il sionismo per gli ebrei: essere liberi, normali.”
C’è poi una ragione che rende assolutamente particolare questo libro: l’autore è il figlio di Daniel Vogelmann, il fondatore e l’animatore della casa editrice Giuntina. Attualmente Shulim sta curando, proprio per la Giuntina, una nuova collana di narratori israeliani. Sono già usciti diversi volumi, alcuni di autori già tradotti in italiano, altri proposti per la prima volta. Il successo di pubblico e di critica è stato buono, particolarmente sui primi , che colpivano anche per la novità grafica delle copertine. Al riquadro classico che dall’inizio caratterizza i libri della Giuntina in maniera inequivocabile, facendoli individuare subito nelle librerie, si sono sostituite delle vivaci copertine che riproducono opere di pittori israeliani contemporanei.. Anche questo un segno di freschezza e di gioventù, come il libro di cui abbiamo parlato.
Non ci resta che ringraziare Shulim per le emozioni che ha saputo trasmetterci e augurargli, per il suo futuro e il suo lavoro, un caloroso mazal tov.

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