È sempre male tradire? Una riflessione di Avishai Margalit, uno dei grandi filosofi israeliani d’oggi

Libri

di Ugo Volli

Letture e riletture: militare, politico, coniugale, religioso… Quello di “tradimento” è un concetto ambiguo. È sempre male tradire? Esiste un’etica del tradimento?
Una riflessione di Avishai Margalit, uno dei grandi filosofi israeliani d’oggi

Il lavoro della filosofia è far pensare. Contano dunque anche in questo campo più le domande che le risposte, più i dubbi suscitati che le certezze acquisite. Questa considerazione vale anche per l’ultimo libro tradotto in italiano di Avishai Margalit, Sul tradimento, Einaudi.
Margalit, tre volte laureato e poi docente alla Hebrew University di Gerusalemme, attualmente all’Institute for Advanced Studies di Princeton, è uno dei più noti filosofi israeliani. Fra i suoi libri più famosi c’è l’analisi dell’idolatria scritta con Moshè Halbertal, e quelli sull’Etica della memoria e sull’Occidentalismo, vale a dire l’ideologia dei nemici dell’Occidente, entrambi tradotti in italiano. Pur appartenendo per formazione e temperamento alla tradizione della filosofia analitica, che predilige chiarezza di espressione, classificazione netta delle posizioni teoriche, esposizione esplicita delle tesi, questa volta Margalit ha scritto un libro piuttosto labirintico, che non teme di esporre le ragioni di una tesi e poi di sostenere quella opposta, di portare il lettore in una direzione con esempi e ragionamenti e poi di mostrargliene degli altri che suggeriscono di invertire il percorso.

La ragione sta innanzitutto nel carattere piuttosto indefinito e perfino contraddittorio del tema. Tradimento, nel linguaggio comune, è la violazione della fiducia in una coppia, e anche il gesto inaspettato e non giustificato che danneggia chi pensa di meritare la nostra gratitudine o simpatia; ma vi è anche il tradimento politico, militare, perfino religioso nella forma dell’apostasia. Sembra che possa essere tradito un amico, un coniuge, un popolo, uno stato, un re, un gruppo, una religione, perfino la divinità. Un concetto psicologico prima che giuridico; ma a Margalit interessa soprattutto la sua collocazione morale. È sempre male tradire? Posta la domanda, così semplicemente, sembra ovvio rispondere di sì; ma appena si approfondiscono dei casi esemplari le cose diventano più complicate: un cittadino che tradisce la patria che pratica una politica che egli considera criminale o suicida, fa bene o fa male? E se collabora con un nemico troppo forte nella speranza di salvare qualcosa della patria, fa bene o fa male? I casi di Willy Brandt, che combatté contro la Germania Nazista, di Geremia e di Flavio Giuseppe che in modo diverso si opposero alle politiche che portarono alle due cadute di Gerusalemme, del Maresciallo Petain eroe della Prima guerra mondiale che poi scelse di servire i nazisti, delle spie comuniste che comunicarono i segreti atomici americani all’Unione Sovietica? E Rabbi Jochanan ben Zakkaj, che uscì con l’inganno da Gerusalemme assediata in una bara per rifondare l’ebraismo? Ma chi tradisce per denaro o per sesso, come spesso è capitato nella storia, compie un gesto più grave di chi lo fa per ideologia?

Margalit nella sua analisi si basa sulla contrapposizione fra rapporti “forti” (quelli personali, che abbiamo per esempio con i nostri familiari e con gli amici) e “deboli” (che abbiamo con tutti gli altri). La morale per Margalit riguarda queste ultime relazioni universali e perciò è più alta dell’etica che regola i “rapporti forti”: una distinzione interessante ma su cui vi sono molte obiezioni possibili. Il tradimento per l’autore può essere considerato una rottura o una distruzione dei rapporti forti. In genere è sbagliato e distruttivo, ma talvolta deve essere giustificato per ragioni morali, per esempio in nome della “solidarietà” che dovrebbe legare ogni essere umano a tutti gli altri, in particolare ai deboli e ai sofferenti. Naturalmente non è facile capire fino a dove si spingano i rapporti forti, in particolare dal punto di vista individualistico che Margalit adotta quasi sempre. Esiste un rapporto “forte” con i membri dello stesso popolo? Il libro non risponde chiaramente a tale quesito, essenziale per la definizione dell’ebraismo, come non chiarisce se il rapporto con la divinità e dunque il legame religioso debba a sua volta essere considerato “forte”. A causa del suo forte impegno politico il filosofo invece sembra non dubitare della sostanza del concetto di classe, e si dispiace solo che la classe operaia sembri aver perso la sua disposizione a farsi carico dell’interesse dell’umanità intera, che Margalit vede intrecciato storicamente con le rivoluzioni, che a loro volta potrebbero essere considerate tradimenti dell’autorità legittima. Il lato più debole del libro, anche quello meno lucido filosoficamente, è proprio la sua dimensione politica, che progressivamente diventa dominante: le posizioni morali di giusto e sbagliato sono spesso assegnate da Margalit senza discutere troppo secondo una logica politica presupposta che contrappone il progressista al reazionario, l’amico e il nemico della causa del progresso dell’umanità, come la vede lui. Sono posizioni date per scontate più che argomentate, e proprio per questo alla fine non riescono neppure a portare a conclusioni chiare, a una autentica teoria morale del tradimento della colpa e dell’ammissibilità che lo caratterizzano nei diversi casi. È soprattutto per questa ragione che le domande del libro, le sue digressioni, i numerosi esempi storici e letterari sono più interessanti e più produttivi delle posizioni prese dall’autore.

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