Scegliere la vita, prima di tutto

Libri

di Marina Gersony

Nel nuovo saggio di Jonathan Safran Foer si dimostra, dati alla mano, che la sopravvivenza
della specie umana sul pianeta Terra dipende dalle scelte che facciamo (ogni santo giorno)

C’è un fil rouge che unisce i capitoli rapidi e incisivi dell’ultimo libro di Jonathan Safran Foer, in cui lo scrittore statunitense sviluppa la tesi già contenuta nel titolo stesso: Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi. Del resto, le sorti del pianeta sono care all’autore che già nel saggio precedente, Se niente importa, aveva raccolto dati impressionanti sugli allevamenti intensivi e le riflessioni che lo hanno condotto a diventare vegetariano.

Già, il pianeta, la nostra Terra che ha perso la sua essenza e la sua purezza, un tema spinoso nell’era di “Greta” che sta mobilitando intellettuali, artisti e personalità nella lotta al cambiamento climatico. Un fatto è certo: il riscaldamento globale è di origine antropica, cioè è colpa dell’uomo e della sua incuria.
Nel suo ultimo saggio Foer parte da un ragionamento interessante, ossia di come l’incapacità di credere (e di vedere) quanto succede intorno a noi possa cambiare radicalmente le nostre esistenze dall’oggi al domani. È già successo in passato ed è successo con la Shoah, una catastrofe annunciata alla quale pochi erano disposti a credere. Paradigmatica è la storia di Jan Karski, partigiano polacco, incaricato di far conoscere il più possibile nel mondo le mostruosità che stavano accadendo nei lager. È noto il suo incontro con Felix Frankfurter, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, lui stesso ebreo, che gli disse: «Mr. Karski, a man like me talking to a man like you, must be totally frank. So I must say: I am unable to believe you». Come non gli credettero politici, vescovi, intellettuali e giornalisti. Correva l’anno 1942.

Ma come è possibile accomunare la tragedia della Shoah con il riscaldamento globale, il raffreddamento e la modifica dei regimi di precipitazione? «Affrontare il cambiamento climatico esige un genere di eroismo completamente diverso – precisa doverosamente Foer -, molto meno spaventoso che fuggire da un esercito genocida o non sapere da dove verrà il prossimo pasto dei tuoi figli, ma forse altrettanto difficile perché la necessità di fare dei sacrifici è non-evidente». Il punto della questione, secondo Safran Foer, «è che l’emergenza ambientale non è una storia facile da raccontare e, soprattutto, non è una buona storia: non spaventa, non affascina, non coinvolge abbastanza da indurci a cambiare la nostra vita. Per questo rimaniamo indifferenti, o paralizzati». Non c’è dunque da meravigliarsi se “l’argomento pianeta”, inclusa la massiccia (e talvolta pedante) informazione mediatica, venga per lo più sminuito, ignorato o, peggio ancora, liquidato come frutto di fake news o di qualche delirio ecologista. E quindi? La risposta non è facile, ma un dato è certo: se non agiamo, dice Foer, se non diventiamo più consapevoli e responsabili, se non modifichiamo le nostre abitudini, rischiamo l’estinzione di massa.

Lo scrittore ci parla quindi della deforestazione, dell’impatto dei gas serra, degli allevamenti intensivi e dei nostri stili di vita… Difficile riassumere in poche righe questo libro documentatissimo, preciso nel citare le fonti, ricco di spunti, regressioni, aneddoti, notizie di cronaca, episodi biblici, visioni e storie di famiglia ed esplorazioni dell’identità ebraica che fanno riflettere chiamando in causa la nostra partecipazione a migliorare le cose. «Un libro unico che – come recita la quarta di copertina – parte dalla volontà di “convincere degli sconosciuti a fare qualcosa” e termina con un messaggio rivolto ai figli, ai quali ciascun genitore – non solo a parole, ma con le proprie scelte – spera di riuscire a insegnare “la differenza tra correre verso la morte, correre per sfuggire alla morte e correre verso la vita”».

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