Mosè e Aronne, due modelli di leadership, due sentieri di libertà

Libri

di Fiona Diwan

Paradigma di ogni rivoluzione sociale, il libro dell’Esodo è considerato il più politico del Pentateuco. Nel secondo volume di Alleanza e Conversazione, Jonathan Sacks restituisce al racconto di Mosè la sua forza visionaria, la stessa che ha ispirato movimenti di liberazione e per i diritti civili. Un popolo di schiavi riesce a liberarsi dalle catene del più potente impero dell’antichità

Il racconto dell’Esodo non è la semplice narrazione del bene che si contrappone al male. È una critica alla politica del potere, degli imperi, delle società divise in modo gerarchico e della distinzione tra uomini liberi e schiavi”. Così esordisce Jonathan Sacks, studioso, rabbino e grande figura dell’ebraismo britannico contemporaneo (1948-2020), nell’incipit del secondo volume di Alleanza & Conversazione – L’Esodo: il libro della redenzione, Giuntina. Sacks sottolinea che “non c’è racconto che abbia esercitato un’influenza maggiore nel plasmare il paesaggio interiore della libertà”, non c’è vicenda che più del libro dell’Esodo abbia saputo narrare l’uso e l’abuso del potere, la volontà di potenza dell’uomo e un suo auspicabile contenimento. Una ricerca simboleggiata dalle quattro coppe di vino del Seder di Pesach, quattro tappe diverse sulla strada che porta alla libertà, quattro tappe di consapevolezza e anche un modo per dire grazie, fa notare Sacks, che non a caso sottolinea l’importanza di una quinta coppa (quella dell’Hallel ha-Gadol di Pesach) che simboleggia l’inizio di un grande viaggio di redenzione. Sacks si sofferma sul male che intrappola il Faraone, personaggio tragico al pari di Lady Macbeth o del capitano Achab del Moby Dick di Herman Melville, figure in preda a una ossessione irrazionale che finisce per impadronirsi di loro, portandoli alla rovina. E ancora: c’è il rapporto tra Mosè e suo fratello maggiore, Aronne, ultimo atto di un dramma di rivalità tra fratelli iniziato con Caino e Abele, proseguito con Isacco e Ismaele, Esaù e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, una ostilità che innerva l’intero racconto biblico. Sacks riconosce qui uno schema ben visibile, poiché la fraternità non è mai qualcosa di semplice e diretto ma spesso racchiude conflitto e discordia. Solo con Mosè e Aronne questo conflitto trova finalmente una ricomposizione, i loro ruoli si pongono in tensione creativa, sono complementari, ciascuno rispetta le doti peculiari dell’altro: il quinto atto del dramma della fratellanza narrato nella Bibbia ha un lieto fine, ci dice Sacks, e se Mosè è uomo di Verità e Giustizia, Aronne è altrettanto immenso perché è uomo di Bontà e Pace. «Chi ha onore?», si chiede Ben Zomà. E risponde: «Chi onora gli altri». Aronne onora il fratello minore e Mosè farà lo stesso confezionando per lui tuniche maestose e sacre che daranno al fratello maggiore l’onore di entrare nella storia ebraica come suo primo sommo sacerdote, spiega Sacks.

Nel seducente intreccio tra cultura secolare e Maestri dell’ebraismo, Sacks mescola le voci di Omero e Maimonide, dell’Amleto di Shakespeare, di Max Weber e Nachmanide, di Albert Einstein e Giobbe… Per la prima volta, ci spiega Sacks, «incontriamo un leader capace di imprimere una svolta alla vicenda, Mosè, che emerge dalle ombre di una strana, improbabile infanzia per diventare, nonostante le molte esitazioni, l’uomo che avrebbe impresso il proprio segno sul popolo ebraico da quei giorni fino a oggi». Ecco che spunta per la prima volta un termine «che non avevamo ancora sentito in relazione alla famiglia dell’alleanza: la parola am, popolo». Il primo a pronunciarlo è il faraone, il primo a rendersi conto che qualcosa sta radicalmente cambiando.

Tutto il libro dell’Esodo è curiosamente caratterizzato da racconti doppi, fa notare Sacks, un rincorrersi continuo di testo e sottotesto. Qui, tutto è duplice: ci sono due tavole di pietra che discendono dal Sinai, ci sono due battaglie (quella contro il faraone prima dell’attraversamento del Mar Rosso e quella contro gli amaleciti immediatamente dopo il Mar Rosso), ci sono due resoconti della costruzione del Tabernacolo… Racconti doppi che raccontano l’edificazione di una società nuova fondata sul principio del due, dell’alleanza, della reciprocità mutuale tra Dio e gli esseri umani, scrive Sacks, per meglio far capire che quello verso la libertà è un viaggio lungo, una costruzione lenta, e che passare da famiglia a tribù e poi a nazione, non è faccenda semplice né tantomeno lineare. Commentando il libro di Shemot,- giustamente considerato “il più politico del Pentateuco” -, Sacks dispiega analisi piene di riferimenti e fascino. Che cos’è il carisma e fino a dove si può spingere il potere di un leader (Mosè)? Perché Mosè tentenna e rifiuta per ben quattro volte il compito che gli si vuole affidare? Quanti sono i possibili modelli di leadership? Che significa essere un popolo che oscilla tra una vocazione da profeta e un’ingiunzione a diventare un “popolo di sacerdoti”? Perché c’è un faraone tignoso che si incattivisce vieppiù e a cui si sente il bisogno di indurire ulteriormente il cuore? E ancora: come non rimanere sbalorditi davanti al coraggio di Shifra e Puah, le due umili levatrici egizie protagoniste del primo episodio di disobbedienza civile della storia, donne che infrangono le leggi omicide pur di salvare i neonati d’Israele dall’annegamento nel Nilo? C’è il cuore di tenebra dell’episodio del vitello d’oro ma anche l’esortazione perentoria a sbarazzarsi dell’odio per il proprio carnefice (che sia egiziano, nazista o chicchessia); c’è la questione problematica dell’aborto affrontata qui nella sua complessità e c’è la relazione con lo straniero come vera cartina di tornasole della sensibilità ebraica.

Gli argomenti si susseguono in un crescendo appassionato di interpretazioni, diatribe e analisi, Sacks dispiega la sua straordinaria capacità di attraversare discipline diverse – dalla storia alla fisica alla filosofia, dalla politica alla psicologia – offrendo una lettura tutta contemporanea delle parashot per spiegare come un popolo di schiavi riesca a liberarsi dal giogo dell’impero più potente dell’antichità, quello d’Egitto, e avviarsi verso un itinerario di libertà, lungo una via piena d’inciampi, sfide, passi falsi, disillusioni, piccole vittorie e immense conquiste. È quello che Sacks definisce «il meta-racconto occidentale della speranza», un attraversamento ebraico del deserto che è anche un paradigma universale senza tempo. «In Inghilterra nel XVII secolo è stato d’ispirazione per i puritani e i rappresentanti del Parlamento nella loro battaglia contro un re dispotico», spiega l’ex rabbino capo d’Inghilterra e del Commonwealth nell’incipit. Ed era anche scolpito nei cuori dei Pilgrim’s Fathers «che salparono per attraversare l’Atlantico alla ricerca di un mondo nuovo» e anche Thomas Jefferson e Benjamin Franklin «lo utilizzarono quando, nel 1776, disegnarono il Grande Sigillo degli Stati Uniti». E come non ricordare la predica tenuta da Martin Luther King in una chiesa di Memphis, in Tennessee, poche ore prima di essere assassinato nell’aprile del 1968? Luther King «menzionò l’ultimo giorno della vita di Mosè, quando l’uomo che aveva guidato il suo popolo verso la libertà venne condotto da Dio sulla sommità di un monte da cui poteva vedere in lontananza la terra nella quale era destinato a non entrare mai». Non a caso Sacks cita la celebre massima di rabbi Tarfon, che redarguisce: «Non spetta a te portare a termine il compito, ma non sei nemmeno libero di sottrarti». Ecco perché il sentiero verso la libertà «va percorso un passo, una generazione, un’epoca alla volta, senza mai perdersi d’animo».

Jonathan Sacks, Alleanza e Conversazione – Esodo. Il libro della redenzione, Giuntina, pp. 480, 28,00 euro