Mitiche barzellette: una risata ci salverà

Libri

di Marina Gersony

Battute, freddure, motti di spirito… Alla radice dell’umorismo ebraico. Un saggio analizza l’importanza delle storielle per l’identità ebraica, uno specchio dell’inconscio ashkenazita

Un ebreo va a procurarsi un visto. «C’è una coda lunghissima per i visti – gli dice il funzionario – le conviene tornare fra una decina d’anni». «Ottimo – dice Mendel – mattina o pomeriggio?». La mamma ebrea riceve una telefonata da una figlia ormai adulta. Annuncia: «Sono debolissima, sto morendo di fame, sono due settimane che non mangio». «Ma perché, mamma?». «Non volevo avere la bocca piena quando tu telefonavi».
Moshe entra in un ufficio postale per spedire un pacco, ma il pacco è troppo pesante. «Ha bisogno di un altro francobollo». «E così diventa più leggero?». Abbiamo riso sempre molto con le barzellette ebraiche e il jüdischer Witz continua ad allietarci anche nei momenti più bui. Non a caso, di Witz si sono occupati fior di accademici e intellettuali nel corso dei secoli. Uno fra tutti Sigmund Freud che a loro ha dedicato un serissimo saggio nel lontano 1905, Il motto di spirito e il suo rapporto con l’inconscio, dove si analizzano battute, barzellette e freddure spesso circolanti nella Vienna dell’epoca. Ma basti pensare anche ad autori come Ferruccio Fölkel con le sue Nuove storielle ebraiche, raccolte nei primi anni Novanta in un libretto che ancora oggi fa sorridere (e riflettere), Rizzoli, BUR. In breve, la barzelletta ebraica è vecchia come Abramo. «Abbiamo sofferto tanto: esilio, ghetti, pogrom… Però li abbiamo fregati». «E come?». «Con la psicoanalisi…».
A questo punto la domanda che si pone è la seguente: cos’è che anima l’umorismo ebraico? Perché tanto spesso si pensa agli ebrei come spiritosi? È questo il sottotitolo di un saggio brioso e pregnante di Devorah Baum, che vuol essere «una brillante batteria di riflessioni sulle barzellette ebraiche, su ciò che le contraddistingue e sul perché sono importanti per l’identità ebraica». In questo studio, la docente di Letteratura inglese e Teoria critica presso l’Università di Southampton, ci prende (sorridendo) per mano e ci trasporta nel mondo del Witz. Macabre, paradossali, surreali, ironiche, autolesioniste, destabilizzanti, inaspettate, feroci, amare, spesso tranchant e perfino lamentose – ma sempre sottili, disarmanti -, le little stories non finiscono di sorprendere. Come per esempio, quando l’ebreo litiga con D-o: egli lo rimprovera, ma capita anche che lo consoli e lo canzoni. Come dire, «l’ebreo ride con D-o o contro D-o, ma non riderà mai senza D-o…».
«Un sacco di cose che in passato sembravano spiritose non lo sono piú – osserva l’autrice nell’introduzione -. Eppure un’apprezzabile percentuale di barzellette ebraiche ha dato prova di una straordinaria tenuta nel tempo, come dimostra la popolarità di un recente programma TV intitolato Old Jews Telling Jokes (Vecchi ebrei a «La sai l’ultima?»). Come allude saggiamente il sottotitolo del libro della Baum, in definitiva le storielle non andrebbero eccessivamente analizzate, sviscerate o intellettualizzate. Piuttosto, andrebbero semplicemente colte nella loro straordinaria immediatezza e nella loro capacità di sintetizzare un sentire collettivo prima di tutto ebraico ma in definitiva profondamente umano e universale.

 

Devorah Baum, La barzelletta ebraica. Un saggio con esempi (meno saggio, più esempi).
Giulio Einaudi Editore, pp. 144;
€ 12,00. Traduzione di Elena Loewenthal

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