di Cyril Aslanov
[Ebraica. Letteratura come vita]
Nel saggio di Theodor Adorno Kulturkritik und Gesellschaft (“Critica della cultura e società”) pubblicato nel 1949 si trova la frase spesso citata: “Scrivere un poema dopo Auschwitz sarebbe barbaro”. Ora lo shock del 7 ottobre e della guerra che questa tragedia ha scatenato viene talvolta chiamato shoah “cataclisma”, termine che nell’uso attuale è riservato quasi esclusivamente allo sterminio degli ebrei nei territori controllati dai nazisti fra il 1941 e il 1945. L’evento atroce del 7 ottobre è molto di più che un pogrom. Il massacro sistematico di tutti gli israeliani che i terroristi hanno incontrato sul loro cammino, la brutalità assoluta che hanno manifestato nei confronti delle loro vittime e la caccia all’uomo durante il Festival Nova fanno pensare alle stragi perpetrate dagli alleati della Germania nazista a Bucarest a gennaio 1941, a Iasi e a Kaunas a giugno 1941, a Leopoli a luglio 1941, a Odessa nell’inverno 1941–1942, a Budapest nel 1944 e più generalmente alla “Shoah per pallottole”. In questo i massacri del 7 ottobre sono paragonabili alla fase “preindustriale” della Shoah, prima cioè che i tedeschi organizzassero la soluzione finale in modo pianificato e sistematico. Si potrebbe dunque riflettere sulla pertinenza della frase di Adorno per quanto riguarda la possibilità o l’impossibilità di scrivere poesie dopo Auschwitz.
Dopo la Shoah e dopo Auschwitz molti poeti hanno provato che la formula dogmatica di Adorno non aveva nessuna pertinenza. Basta solo pensare al poeta ebreo di lingua tedesca Paul Celan o al poeta sovietico non ebreo Yevgheni Evtushenko che nel 1961 scrisse il suo poema Babi Yar 20 anni dopo il massacro di quasi 34.000 ebrei di Kiev il 29 e il 30 settembre 1941, a qualche ora dall’inizio di Yom Kippur di quell’anno. Evtushenko voleva protestare contro il discorso ufficiale sovietico che cercava di cancellare la dimensione ebraica di questa tragedia.
Non c’è dunque da stupirsi se il ritorno di un passato mal metabolizzato (la Shoah) in conseguenza della valanga di sadismo da parte dei terroristi di Hamas abbia suscitato una grande produzione letteraria negli ultimi due anni e mezzo nell’orizzonte culturale israeliano. Oltre ai racconti autobiografici e alle testimonianze degli ostaggi sopravvissuti, si nota un’abbondante produzione poetica, soprattutto su Internet. Un’iniziativa interessante per dare più visibilità a questa prolifica scrittura poetica a seguito del trauma è la compilazione Shiv’a shirim be-oqtober “Sette canti ad ottobre”.
In realtà questa raccolta contiene 8 canti ma il riferimento al 7 ottobre richiedeva di mantenere la cifra 7 nel titolo. Il denominatore comune fra gli 8 canti è che i loro autori sono giovani morti durante la guerra del 7 ottobre. Erano tutti ventenni e avevano lasciato dei testi, a volte già messi in musica. Per iniziativa della radio militare Gallei Tsahal questi canti sono stati editati in un album di 26 minuti. Il primo di questi canti merita un’attenzione particolare perché è stato scritto e messo in musica da tre delle osservatrici di Nahal ‘Oz, il posto al confine con Gaza dove le soldatesse di Tsahal avevano notato e riferito movimenti sospetti da parte dei terroristi al di là della barriera di confine. Come si sa bene, non furono prese sul serio e questo fallimento nel sistema di difesa costò la vita a molte delle osservatrici stesse.
Tre di loro, Aviv Hajaj, Yam Glass e Daniel Gilboa (solo quest’ultima liberata a gennaio 2025) hanno scritto e messo in musica il poema Ulai tipatah hadelet “Forse si aprirà la porta’’. In omaggio alla memoria di Aviv e Yam che sono state uccise dai terroristi nei primi momenti dell’attaco del 7 ottobre, il loro poema va tradotto integralmente.
“Pensavo di volere
Essere all’estremità,
Non sono così coraggiosa;
Perché?
Così;
Ho tutto ciò che voglio, grazie tante,
Bli ‘ain hara‘ (“senza malocchio”),
Khamsa;
Forse si aprirà per me qualche
porta,
Forse riuscirò a liberare
Ciò che era,
Ciò che è già qui,
Ciò che è con me,
E che va fino alla fine;
Ho a sufficienza, non ho bisogno
di niente in più,
E poi non ho voglia di liberare,
Ed è sempre noioso;
Perché? – Così;
Manca sempre qualcosa là,
Un’altra canzone è stata scritta
sul pianoforte,
Forse ci troverò una consolazione,
O semplicemente la risposta
ad una domanda;
Forse si aprirà per me qualche
porta,
Forse riuscirò a liberare
Ciò che era,
Ciò che è già qui,
Ciò che è con me,
E che va fino alla fine’’.



