Libri/ Il Bene, il Male e la luce della Shechinà

Libri

di Daniela Cohen, Fiona Diwan

“Anche nelle tenebre del Male brilla una luce di scintilla divina. Non c’è una separazione completa degli ambiti, nella quale il Male sussiste allo stato puro, in se stesso, e il Bene gli si contrappone in modo univoco. Essi sono piuttosto intrecciati l’uno nell’altro… La dottrina morale della Qabbalah più tardiva insiste particolarmente sulla possibilità di “recupero” di tutte le azioni nella sfera del Bene. Niente è così abietto che non possa, a partire dalla scintilla del divino che pur vi si trova, essere ricondotto a buon fine…”. Con queste parole lo studioso Gershom Scholem spiega la concezione del Bene e del Male contenuta nella Qabbalah, Sitra ahra. Parole presenti nel volume appena pubblicato in Italia “La figura mistica della divinità – Studi sui concetti fondamentali della Qabbalah”, (Adelphi, 318 pp, 34 euro), un inedito di Scholem. Lo studioso ci prende per mano e ci guida nella foresta delle immagini e del pensiero qabbalistici, per i quali “Il Male è una creazione progettata da Dio…, è il nulla, ciò che sta al confine dell’essere”, scrive. Così, in buona sostanza, Scholem attribuisce al pensiero dei qabbalisti il grande merito di aver rottamato la tirannia del dualismo platonico di Forma e Sostanza e di aver riunito i principi antagonistici nel principio di unità del monoteismo. Il volume riunisce saggi estrapolati da conferenze tenute dall’autore durante alcuni dei celebri Colloqui di Eranos ad Ascona, nel periodo a cavallo tra il 1952 e il 1961. In tali occasioni, e godendo di un pubblico assai esperto, Scholem volle presentare gli sviluppi storici e i dubbi fondamentali delle sue ricerche, dedicate in ciascun capitolo a diversi aspetti della Qabbalah, seguendo il metodo dialettico del misticismo ebraico. Scholem argomenta principalmente lo Shi’ur qomah, e parte proprio da una questione fondante, ossia la non rappresentabilità del divino e il fatto che all’Altissimo non si possa dare alcuna immagine e nessuna forma né a parole né tantomeno con oggetti. Affronta nel secondo capitolo il  tema del “Bene e male nella Qabbalah” disquisendo sul Sitra ahra. Poi Scholem spiega il senso della dottrina dei Giusti, i 36 tzaddikim su cui si reggerebbe l’equilibrio del mondo. Segue l’analisi della Shekhinah come “componente femminile della divinità”; il capitolo Gilgul tratta di “Metempsicosi e simpatia delle anime” e infine con Yzelem racconta “La visione del corpo astrale”.

Questo volume, appassionante e assai chiaro, è la trascrizione, nei primi cinque capitoli, dei Colloqui di Eranos, già pubblicati negli Eranos Jahrbücher tra il 1952 e il 1955. In edizioni seguenti, con traduzione dal tedesco all’ebraico, l’autore modificò il testo e l’apparato di note. Gli incontri di Ascona erano iniziati grazie all’operato di Olga Fröbe-Kapteyn e di Carl Gustav Jung in un anno cruciale per la Germania, il 1933.

A causa dei conflitti che confluirono nella Seconda Guerra Mondiale, Scholem poté parteciparvi di persona solo decenni più tardi ma fu fin da subito considerato un elemento affine, per la passione verso l’esoterismo e il misticismo. La sua adesione fu pertanto entusiasta malgrado le polemiche fra vari membri in contrasto fra loro. Jung, ad esempio, appariva in opposizione al rigore di Scholem, che spiegò di aver organizzato la sua partecipazione agli incontri solo dopo aver avuto raccomandazione dal Gran Rabbino Leo Beck, che vi aveva preso parte a sua volta nel 1947 dopo aver “perdonato” Jung per il suo antisemitismo al tempo dei nazisti, come viene documentato da lettere ritrovate e pubblicate in seguito. Resta il fatto che tale frequentazione portò frutti ricchissimi. Le sue conferenze non sfruttavano alcun gergo psicoanalitico e solo una volta utilizzò il termine “inconscio” ma applicato alla letteratura chassidica. Ebbe più volte a dire che solo ad Ascona era riuscito ad esporre il proprio pensiero, andando a braccio e dilungandosi, senza che nessuno interrompesse il suo esercizio di erudizione e parlando ogni volta per oltre due ore di fila. Poté così rendere chiara, negli anni ’50 e ’60, l’essenza dei concetti centrali della dottrina qabbalistica senza mai allontanarsi dalla prospettiva storica e critica, illuminato da una propensione al paradosso e all’ironia. Nato a Berlino nel 1897 e scomparso nel 1982 a Gerusalemme, Scholem scelse di trasferirsi in Palestina fin dai tempi della Repubblica di Weimar, nel 1923, sotto mandato britannico. Da giovane studiò matematica, filosofia ed ebraico all’Università di Berlino; amico fraterno di Walter Benjamin, visse in Svizzera e studiò a Berna, dove incontrò la prima moglie Elsa Burckhardt. Spinto dalla madre, studiò il Talmud con un rabbino ortodosso, ma si sentiva attratto anche dal sionismo laico e socialista. Fu poi influenzato dal poeta americano Walt Whitman, che considerava vicino al misticismo ebraico. Tornò in Germania e studiò lingue semitiche all’Università di Monaco. Una volta trasferitosi in Palestina, divenne capo del Dipartimento di Ebraico della Biblioteca Nazionale Ebraica e nel 1933 ebbe la prima cattedra di misticismo ebraico all’Università Ebraica di Gerusalemme. Dopo la nascita dello Stato d’Israele, fu presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze e, nel 1956, gli fu conferito il titolo di Professor Emeritus all’Università Ebraica. Lo studioso si recò in seguito per molte estati ad Ascona, delineando una specie di enciclopedia qabbalistica costruita seguendo il rigoroso schema del pensiero rabbinico e midrashico che precedette la Qabbalah del Medio Evo, fino al periodo chassidico. Le caratteristiche specifiche della Qabbalah hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione del profilo storico dell’ebraismo, sosteneva Scholem. Il suo fu sempre un linguaggio sviluppato con metodo filologico e critico, capace di essere sostenuto anche da quel mondo rabbinico che seguiva le sue ricerche e deduzioni. Per quanto, dopo la morte, siano stati pubblicati innumerevoli altri studi di diversi autori, la ricostruzione storico-filologica compiuta da Gershom Scholem è ancora oggi una pietra di paragone sulla vicenda della Qabbalah e rappresenta il confronto più serio a cui ogni esperto voglia proporre le proprie o altrui tesi. Questo libro arriva per la prima volta al pubblico italiano e contiene testi risalenti a mezzo secolo fa: il curatore Saverio Campanini dichiara di aver rinunciato a un aggiornamento sistematico, giudicandolo inopportuno e preferendo considerare tale opera un vero classico della ricerca qabbalistica.

Menu