LETTURE (QUASI) EBRAICHE

Libri

Haim Baharier, La genesi spiegata da mia figlia, Garzanti, Milano 2006, pp. 94, € 10
Stefano Massini “Processo a Dio” in Una quadrilogia, Ubulibri, Milano 2006, pp.195, € 19.

Per chi sia abituato ai procedimenti della filosofia occidentale il pensiero ebraico ha qualcosa di scandaloso, per molte ragioni. Innanzitutto per il suo attaccamento alla tradizione del racconto, non solo alla narrazione della Torà ma anche al midrash, senza rinunciare anche ai suoi aspetti in apparenza più ingenui e favolosi, anzi facendone occasione di riflessione e spiegazione. In secondo luogo per l’uso spregiudicato del significante, non solo attraverso pratiche ermeneutiche codificate come la Ghimatria e il Notarikon, ma anche con l’uso di etimologie, somiglianze, assonanze come strumenti di interpretazione. Infine con lo smontaggio continuo del testo, che associa e fa riverberare insieme versetti lontanissimi e composti in tempi diversi, traendone magari conseguenze insospettabili. Tutto questo è comune nei discorsi rabbinici, che però sono difesi dalle critiche e anche un po’ neutralizzati dal punto di vista teorico per il fatto di essere compresi come parte della pratica religiosa. E’ ben presente anche nei testi della tradizione di pensiero ebraica, dal Talmud fino agli autori più recenti – ma non sono a avventurarsi a studiarli, anche se in traduzione. E’ difficile per un europeo coglierne l’importanza teorica, come dimostra tutta la tradizione – diciamo illuminista – che ne rifiuta la legittimità filosofica anche a partire dall’ebraismo sulle orme di Spinoza.
Capita anche di raro di trovare in questo filone oggi una pretesa teorica e non solamente religiosa. Per molti ebrei e anche per alcuni non ebrei che vivono a Milano, questo è accaduto con Haim Baharier. Il suo shiur del lunedì va avanti da decenni ormai e ha avuto una notevolissima influenza su numerosi intellettuali ebraici. Anch’io posso testimoniare di considerarmi in questo campo allievo di Baharier. Le sue lezioni hanno un caratteristico aspetto labirintico: partono da qualche dettaglio testuale e tornano su di esso spiegandolo in maniera inaspettata dopo un giro lungo fra testi, giochi interpretativi avventurosi, pensieri originali. Lo stile di Baharier è orale ed egli ha sempre rifiutato di pubblicare il suo lavoro. Da qualche mese è invece uscito un libretto che riprende il testo di alcune lezioni tenute di fronte a un grande pubblico nella scorsa primavera al Teatro Dal Verme.
Vale la pena di tornarci sopra, dopo qualche mese e numerose presentazioni pubbliche e discussioni, proprio per il suo carattere così omogeneo allo stile del pensiero ebraico. Baharier non risparmia nessuno degli aspetti scandalosi della tradizione: fa parlare la luna con il Creatore, interpreta i dettagli minuti del testo come la presenza o l’assenza in certi luoghi della preposizione d’oggetto et , spiega il testo con etimologie e calcoli numerici, accosta senza problemi versetti dei salmi e della Torà per spiegarli a vicenda, sviluppa con libera narrazione accenni del midrash che a loro volta interpretano fantasiosamente qualche dettaglio di un versetto biblico. Ma tutto ciò non ha una natura esclusivamente omiletica, non è un gesto solo religioso, ha la pretesa di essere pensiero, di chiarire il senso della creazione e il nostro posto in essa.
Spero di avere modo di tornare in queste letture a parlare dell’idea fondamentale del libro di Baharier, così difficile da capire oggi, quella della debolezza (o dell’identità claudicante, come preferisce dire Baharier) come posizione fondamentale del popolo ebraico. Quel che mi interessa sottolineare ora è la familiarità col testo biblico, nel senso più letterale, che caratterizza queste pagine e in generale l’insegnamento di Baharier e probabilmente il pensiero ebraico. Avere il testo sacro come una sorta di patrimonio di famiglia significa poterne disporre e rispettare assieme, usarlo per parlare di ciò che ci preme oggi senza pensare di tradirlo. Al contrario del distacco filologico che un filosofo oggi mantiene per deontologia professionale nei confronti di Platone (o anche di Levinas), sforzandosi di chiedere sempre che cosa intendesse dire davvero l’autore, anche quando presume di capirlo meglio di quanto si capisse lui stesso, il pensatore ebraico sa che il suo testo è infinito e dunque senza intenzione. Con un senso, naturalmente, anzi più d’uno; con insegnamenti palesi e nascosti; con l’oggettività di un testo di cui non è lecito cambiare neanche un punto. Ma anche con la vicinanza di un patrimonio di famiglia che si può accarezzare, sollecitare, con cui è perfino possibile giocare e fare “l’acrobata”.
“Perché studiare la Torà è soprattutto questo: considerare i versetti, le parole, i grafemi, gli spazi bianchi e i margini come grimaldelli e serrature; e ciascuno di essi vibra in questa doppia funzione.” Compito intellettuale infinito, se ce ne fu mai uno, passione del nostro popolo donata al mondo, costruzione intellettuale in cui ogni libro, ogni lezione, ogni discussione è “una pietra, un mattone”.

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C’è nel mondo ebraico italiano una certa preoccupazione per l’identificazione che agli occhi del pubblico generale si è creata fra ebraismo e shoà e il dubbio che ne possa venire una sorta di pericolosa inflazione, come se si rischiasse di consumarne il senso parlandone troppo. E’ una preoccupazione legittima. E però il bisogno di comprendere l’unicità della shoà, di indagarne il senso è ormai largamente diffuso anche al di fuori del mondo ebraico. Porto qui due esempi.
Nel catalogo delle novità di gennaio/febbraio 2007 di un editore di cultura generale come Bollati Boringhieri, su una trentina di libri ce n’è tre dedicati al tema: una ristampa (L’olocausto di Wolfgang Benz) e due novità, il libro di Adam Michnik dedicato a Il progrom sanguinoso che subirono nella città di Kielce in Polonia il 4 luglio 1946 i circa 150 sopravvissuti dei 24 mila ebrei di prima della guerra, con altri 42 morti e 50 feriti: esempio terribile dell’insaziabilità dell’odio antisemita. Pier Vincenzo Mengaldo, storico della lingua e critico letterario, invece, studia in Deportazione e shoah le testimonianze dei sopravvissuti, il modo in cui è stato possibile raccontare lo sterminio: un tema su cui lavorano in molti, che per esempio è stato oggetto di una relazione di Denis Betrand all’ultimo congresso dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici e su cui si è costituito un gruppo di studio all’università Paris 8 con Pierre Bayard e Jean Luc Nancy.
L’altro esempio è un testo teatrale di Stefano Massini (“Processo a Dio”), appena pubblicato da Ubulibri, il principale editore di argomenti teatrali oggi in Italia. Il testo diventerà in primavera uno spettacolo con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi, per la regia di Sergio Fantoni. Massini immagina che nel campo di sterminio di Lublino-Maidanek, subito dopo la liberazione, una deportata ebrea intenti un processo al Creatore accusandolo di una Sua “complicità” con lo sterminio, chiamando un rabbino a difenderLo. Scandaloso nell’assunto e anche nella conclusione, il testo contiene diverse inesattezze sulla tradizione ebraica, ma pone un problema reale, già centrato da quel testo terribile che è Yossl Rakover si rivolge a Dio di Zvi Kolitz (Adelphi 1997): il ruolo (il silenzio, il non intervento, il permesso) dell’Eterno rispetto alla Shoà e alla sofferenza degli innocenti. “Un Dio che nasconde il volto e abbandona il giusto alla sua giustizia senza trionfo”, come commenta Levinas questo testo, è un problema acuto e autentico, che chiede ancora di essere pensato radicalmente.

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