Leggere per conoscere e ricordare. Speciale libri della memoria

Libri

a cura di Ilaria Myr
Romanzi, memoir, saggi e testi per ragazzi: in questo articolo segnaliamo diversi libri a tema Shoah e memoria usciti nel 2025 e gennaio 2026. Buona lettura!

 

MEMOIR 

 

Elena, la bambina che andò da sola nella camera a gas

Tutto è iniziato con un’e-mail del Museo Diffuso della Resistenza di Torino, l’organismo che si occupa di porre le pietre d’inciampo e ne chiede l’approvazione ai discendenti. È così che il giornalista e scrittore Fabrizio Rondolino viene a conoscenza della sua storia, grazie a una ricerca che riporta alla luce una lettera del 1946 di sua nonna Marcella Colombo, che chiedeva notizie sui familiari scomparsi.

Elena. Una bambina sola nella Shoah (edito da Giuntina) è ”un libro di vuoti” – dice l’autore – e decide di colmarli con un’immaginazione misurata, sia perché la Shoah è inimmaginabile, sia perché è consapevole dell’impossibilità di comprendere pienamente l’esperienza di una bambina sola nella Shoah. Così affida la ricostruzione del passato alla fatica della memoria e alla frammentarietà oggettiva dei documenti.

Elena, sua cugina di secondo grado, è una bambina ebrea torinese. Oggi come oggi, la sua storia resta un unicum nella Shoah italiana: una tragedia a lungo rimossa che viene riesumata con delicata tenacia.

L’obiettivo dell’autore è quello di restituirle nome, dignità e presenza. Attraverso una serrata narrazione asciutta e incalzante, ne ricompone il contesto familiare. I Colombo sono dei borghesi laici bene integrati nella società italiana. Nel 1938, parafrasando quanto scrive un compagno di Elena, sono stati obbligati per legge a diventare ebrei. Dopo l’8 settembre 1943, devono abbandonare Torino e  si rifugiano presso Rivarolo Canavese dove, sebbene protetti dal parroco e dai partigiani, vengono arrestati dopo un rastrellamento tedesco.

Nella famiglia di Fabrizio Rondolino era nota la morte ad Auschwitz nel 1944 di Sandro Colombo, ebreo e fratello della nonna paterna, insieme alla moglie Wanda e alla figlia.  Non si sapeva che Elena, poco meno che undicenne, risulta oggi l’unica bambina ebrea documentata ad essere stata deportata e caricata su un vagone piombato a Carpi e condotta alla camera a gas da sola, mesi dopo l’arresto e la deportazione dei genitori, seguiti da un breve periodo trascorso presso conoscenti. Lo conferma una cartolina della bambina scritta dal campo di Fossoli il 4 aprile 1944 all’amica Bianca in cui, ignara del suo destino, esprime la gioia di poter “raggiungere i genitori” in Germania, la sua separazione dai quali resta tuttora incomprensibile.

Esterina Dana

Fabrizio Rondolino, Elena. Storia di Elena Colombo, una bambina sola nella Shoah, Vite, Giuntina, 2025, 18 euro


Sulla scena: Irena Sendler, Janusz Korczak e l’insurrezione del ghetto di Varsavia

La trilogia Gli eroi del ghetto di Varsavia è un’opera teatrale in tre atti dello scrittore italiano Roberto Giordano, che narra storie di resistenza e coraggio nel ghetto ebraico di Varsavia durante la Seconda Guerra Mondiale, focalizzandosi su figure come Irena Sendler, Janusz Korczak e l’insurrezione stessa, e comprende testi come “Irena Sendler: la terza madre del ghetto di Varsavia”, “Janusz Korczak: l’ultima strada per Treblinka” e “Il ghetto di Varsavia insorge”.

Il volume unisce le tre drammaturgie, arricchite da prefazioni, introduzioni, documenti e illustrazioni d’epoca, oltre che da esaustive bibliografie, filmografie e indicazioni di siti internet, per approfondire la conoscenza di tutto ciò che sta attorno all’epica della rivolta del ghetto di Varsavia e alle figure emblematiche che Giordano ha scelto di raccontare.

“Irena Sendler: la terza madre del ghetto di Varsavia” onora la figura dell’infermiera polacca che salvò migliaia di bambini ebrei; “Janusz Korczak: l’ultima strada per Treblinka” è dedicato al pedagogo ebreo e ai bambini del suo orfanotrofio, fino al loro tragico destino; “Il ghetto di Varsavia insorge” rievoca la storica rivolta del ghetto iniziata il 19 aprile 1943, un atto eroico di resistenza armata contro i nazisti, testimonianza del fatto che gli ebrei furono ben altro che “pecore al macello”.
L’opera esplora dunque la resistenza, la speranza, il sacrificio e la dignità umana nel contesto della Shoah.

Roberto Giordano, Gli Eroi del Ghetto di Varsavia, Trilogia Teatrale – Tre Drammi sulla Shoah,  La Mongolfiera Editrice, pp. 252, euro 23,00

 

“Moneta. Storia di famiglia e di pentole”
È 
un viaggio nella Storia dell’Italia dall’800 al secondo dopoguerra quello che questo libro ci porta a fare ripercorrendo le vicende della famiglia Moneta, diventata sinonimo di pentole di qualità: dai genitori di Federico, che ad inizio Ottocento si trasferiscono con la famiglia da Cassinetta a Milano su un barcone lungo il naviglio, nella speranza di una vita migliore, alle capacità imprenditoriali di Giuseppe che, solo diciannovenne, emigra in Germania per “imparare il mestiere” e che diventa poi il fondatore dell’azienda.

Sono le vicissitudini dei numerosi membri della famiglia ad accompagnare il lettore in questo affascinante itinerario che, grazie anche alle mappe e fotografie a corredo, parte nella Milano ottocentesca – quando ancora le zone che oggi sono “centro” erano invece villaggi di campagna – a quella dinamica e produttiva del ’900, quando la Moneta è già diventata una realtà importante del tessuto imprenditoriale italiano. Si passa poi dal primo conflitto mondiale all’avvento del fascismo, fino alla seconda guerra. Negli anni bui della persecuzione ebraica, Alessandro e Giulio Moneta, in uno dei due stabilimenti dove fabbricano pentole ed elmetti per l’esercito, nel quartiere Musocco di Milano, creano un soppalco in un capannone dove ospitare famiglie ebree che dopo l’8 settembre devono nascondersi. Lì stazionano 43 “inquilini”, mentre dalla loro fabbrica di Porto Ceresio, vicino alla Svizzera, passano molte persone che trovano la salvezza oltre il confine. Qualcuno però rivela il segreto e, nel novembre del 1944, Alessandro viene arrestato con l’accusa di “aver compiuto un deplorevole gesto umanitario quale l’occultamento di ebrei”. Dal carcere di San Vittore è trasferito a Bolzano, e poi deportato in Austria a Gusen, sottocampo di Mauthausen. Lì muore il 20 gennaio 1945 di polmonite e stenti, a 61 anni. Lo ricorda una pietra d’inciampo in piazza Cadorna 15. Ma la storia della famiglia Moneta non si ferma… e continua ancora oggi.

Paolo Moneta, Giulio Moneta,  Moneta. Storia di famiglia e di pentole, Youcanprint, pp. 292, 29,9 euro.

Ilaria Myr

Quattro donne che salvarono innocenti

Il 20 settembre 1943 il padre di Emilio Jona, un importante avvocato di Biella, decise di portare tutta la famiglia in un presunto viaggio di “villeggiatura”, poiché il clima per gli ebrei nel Nord Italia era diventato assai pericoloso: dopo l’8 settembre, erano già iniziati i primi massacri antiebraici, e c’era appena stata in particolare la strage di Meina sul Lago Maggiore. A quel punto, l’allora neanche sedicenne Emilio Jona fuggì da Biella coi genitori e i tre fratelli per andare a nascondersi sulle montagne.

Durante quel periodo, le condizioni di vita furono assai dure, tanto che la madre morì in ospedale. Ma anche in una situazione tanto drammatica, non mancarono le manifestazioni d’affetto e di solidarietà. In particolare, Jona, che oggi ha 98 anni e una lunga carriera alle spalle come avvocato, scrittore e autore di testi musicali, ha voluto ricordare nel suo ultimo libro quattro donne non ebree che si sono messe in gioco per proteggere lui e la sua famiglia.

C’è Cecilia, una signora veneta che era stata assunta per occuparsi del più piccolo dei fratelli di Jona, Cianino; c’è Teresa, che assieme al marito docente di lettere Fiorenzo si sono presi cura di suo fratello Giulio; c’è Marì, donna cresciuta in Brasile che ha tenuto nascosto lo stesso Emilio; e infine c’è la segretaria di suo padre, Delfina, che coordina gli sforzi per nascondere tutta la famiglia.

In alcuni casi, l’autore ha cambiato i nomi dei personaggi, come nel caso dei coniugi che hanno protetto Giulio, Angelo Cova e Luigia Midolli. A causa di una delazione, Cova venne arrestato dai nazifascisti in quanto antifascista e deportato a Mauthausen, dove morì. Invece, il bambino ebreo che avevano nascosto si era salvato, perché la moglie fece credere ai tedeschi che fosse suo figlio. Alternando racconti reali ad una narrazione onirica e surreale, il libro di Jona vuole ricordare dei Giusti, e come anche nelle situazioni più disperate non bisogna mai perdere la speranza, unica fonte di luce in un mondo immerso nell’oscurità. Nathan Greppi

Emilio Jona, Quattro donne, Neri Pozza, pp. 304, 18,00 €.

 

Un amore che resiste all’inferno

È il 1938 e la quattordicenne Genie vive una quotidianità piena e serena, coltivando le passioni e i desideri propri di una ragazza della sua età: ballare con i due fratelli alle feste serali, sognare un futuro come pianista al conservatorio, cantare nel coro, passeggiare per le vie di Cracovia. Il giorno in cui incontra un giovane pianista, Feliks, la sua vita sembra finalmente completa. Ma ben presto gli orrori della Seconda guerra mondiale irrompono nella sua città, separandola, oltre che dalla sua famiglia, anche da Feliks: il destino terribile e irrevocabile che attende Genie è Auschwitz-Birkenau. Lì l’aspetta una sofferenza inimmaginabile, alleviata solo dall’aiuto di un membro delle SS che episodicamente le trasmette notizie del giovane, internato invece nel campo di concentramento di Dachau. Sperando giunga fino a lei, Feliks riesce a intagliare nel cuoio della propria scarpa un piccolo cuore: dentro, vi inserisce la fotografia del loro fidanzamento e un foglietto su cui scrive, con la matita prestatagli dai compagni di baracca, un appassionato giuramento d’amore. Lo stesso cuore che, molti anni dopo, miracolosamente sopravvissuto all’orrore, ai campi, e all’usura del tempo, sarà ritrovato all’interno di un vecchio armadio, proprio dalla loro nipote: Darcy Lee, l’autrice di questo testo. Ti lascio il mio cuore è Testimonianza indelebile della tenerezza che sconfigge il dolore, questo libro parla della speranza che continua a brillare, nonostante tutto, anche nei luoghi più oscuri.

Darcy Lee, Ti lascio il mio cuore, Giunti Editore, pp. 272, 18,90 euro

 

Le memorie di un Sonderkommando

I diari mai pubblicati di Alter Fajnzylberg, un ebreo polacco sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, costituiscono un contributo straordinario alla ricostruzione storica della Shoah. Deportato ad Auschwitz-Birkenau con il primo convoglio partito dalla Francia nel marzo 1942, Alter subí uno degli orrori piú terribili del nazismo: fu costretto a entrare nel Sonderkommando, il gruppo di prigionieri ebrei a cui toccava lavorare a contatto con le camere a gas e i forni crematori. Si tratta quindi di un documento di una potenza unica, probabilmente una delle ultime voci che arriveranno dall’orrore dei lager, che ci permette di fare luce su aspetti inediti della pagina piú nera del Novecento. Fajnzylberg rievoca infatti in queste pagine la lotta interna al campo e il ruolo che lui stesso ebbe nella resistenza sotterranea, e ancora adesso perlopiú ignota, portata avanti dai Sonderkommandos: vere e proprie rivolte e azioni di guerriglia per sabotare la macchina della morte nazista. L’eccezionalità del suo ricordo è data non solo dall’essere stato uno dei pochi sopravvissuti tra i prigionieri addetti al compito piú tremendo di tutti, ma anche dall’aver fatto parte del gruppo di internati che riuscirono a scattare le famose e sconvolgenti fotografie che ritraggono i recessi dei forni crematori.

Alter Fajnzylberg, Cosa ho visto ad Auschwitz, trad. Alban perrin, Einaudi, pp. 280, 12,99 euro

 

Tullio Terni, il docente ebreo perseguitato due volte

“Nelle prime ore della mattina del 25 aprile del 1946, a un anno esatto dalla Liberazione, la moglie e i figli dello scienziato Tullio Terni trovarono il suo corpo oramai senza vita, nella sua stanza, avvolto in un plaid scuro. Scienziato di fama, docente universitario, membro dell’Accademia dei Lincei, Terni era stato cacciato dall’Università e messo al bando dalla vita civile a causa delle leggi razziali del ’38. Emarginato, ridotto al silenzio, costretto alle pratiche più umilianti, si era procurato una fiala di cianuro perché non voleva che la sua vita e quella della sua famiglia venisse stroncata per mano dei nazisti. Ma quel cianuro fu usato da Terni dopo aver subito un’altra e inattesa umiliazione: il verdetto di epurazione dall’Accademia dei Lincei pronunciato da un tribunale che lo aveva messo al bando una seconda volta come ‘vile’ e ‘fascista’. Un professore ebreo, cacciato come ebreo durante il fascismo, accusato di complicità con il fascismo da un tribunale antifascista.” Com’è possibile che un professore discriminato dal fascismo sia stato giudicato complice dello stesso regime che lo aveva brutalmente epurato? Un libro che rompe il silenzio che ha cancellato dalla memoria collettiva il nome di Tullio Terni e la vicenda personale di uno scienziato perseguitato due volte: dal razzismo fascista prima e dall’ingiustizia antifascista dopo.

La storia di Tullio Terni è stata recentemente riportata alla luce dal giornalista Pierluigi Battista, che a questa tragica vicenda ha dedicato il suo ultimo libro, dal titolo Il professore ebreo perseguitato due volte. Tullio Terni e l’ipocrisia italiana (La Nave di Teseo).

 

La storia vera dei ragazzi sopravvissuti a Mengele

Dal coautore del bestseller Il sopravvissuto di Auschwitz, la storia mai raccontata degli unici sopravvissuti alle camere a gas. Un’incredibile storia vera.

All’alba del 10 ottobre 1944, settecento ragazzi fra i tredici e i diciassette anni vengono condotti fuori dal Blocco 11 di Auschwitz. La notte precedente, dopo una visita del dottor Josef Mengele, una sola parola è stata impressa sui documenti che li identificano: gestorben, in tedesco “morto”. Quel mattino, venticinque guardie delle SS armate di baionette li portano al crematorio 5, li spogliano e li ammassano in una camera a gas. Quasi tutti vanno incontro al loro tragico destino. Ma cinquantuno tra loro vengono miracolosamente strappati alla macchina della morte nazista. Un caso unico: nessun altro prima era mai sopravvissuto alle camere a gas, nessun altro dopo ci sarebbe mai riuscito. Grazie alle testimonianze dirette – e inedite – di sei di loro, Michael Calvin e Naftali Schiff raccontano la storia vera e incredibile di quei ragazzi, a cui il destino diede una seconda possibilità di vita. Un tributo indelebile alla speranza e alla fratellanza nel momento più terribile della storia umana.

Michael Calvin, Naftali Schiff, Miracolo ad Auschwitz, trad. Marta Suardi, Newton Compton, pp.288, 12,90 euro

Come mia madre mi salvò da Auschwitz

Per molti decenni, Renee ha solo cercato di dimenticare ciò che aveva vissuto tra il settembre del 1939, data dell’invasione nazista della Polonia, e l’aprile del 1945, quando fu liberata dal campo di concentramento di Bergen-Belsen: le persecuzioni, le fughe continue, la deportazione dal ghetto ebraico della sua città, la perdita della sorella, la prigionia ad Auschwitz-Birkenau, i lavori forzati ad Amburgo e le angherie subite in un altro lager. In quei sei anni di torture, paura e lotta per la sopravvivenza, ci fu un’unica costante: la mano di sua madre Sala, sempre stretta alla sua. La forza dell’amore materno diede a entrambe qualcosa di fragile ma bellissimo a cui aggrapparsi in un’epoca infernale. Fu sua madre a nascondere Renee, a proteggerla sempre, a rischiare la vita per lei disobbedendo agli ordini delle SS. Furono liberate entrambe, ma la salute di Sala non resse e morì soltanto dodici giorni dopo. Questo libro, commovente e colmo di gratitudine, è un inno al loro legame speciale e all’amore assoluto che unisce madri e figlie, un amore capace di superare anche le prove più dure.

Renee Salt, Kate Thompson, Una promessa ad Auschwitz, trad. Marta Giangreco, Newton Compton, pp. 288, 12.90 euro

 

SAGGISTICA

 

I saggi di Victor Serge sull’antisemitismo

Quando, nel 1940, lo scrittore e giornalista di origine russa Victor Serge (1890 – 1947) venne arrestato a Marsiglia in quanto rifugiato straniero apolide, un agente di polizia gli chiese se fosse ebreo, ricevendo questa risposta: “Non ho quest’onore”.

Nel corso della sua carriera intellettuale e giornalistica, Serge dimostrò spesso una forte vicinanza al popolo ebraico; una vicinanza in parte dovuta al fatto che, essendo nato in Belgio ma senza cittadinanza in quanto i suoi genitori erano dissidenti politici costretti a lasciare la Russia, si sentiva vicino alla condizione degli ebrei senza una patria. E al problema dell’antisemitismo dedicò diversi scritti, recentemente raccolti nel volume Lo sterminio degli ebrei di Varsavia.

Prima ancora dell’ascesa del nazismo, conobbe anche l’antisemitismo sovietico: pur essendo tornato in Russia nel 1919 per unirsi ai bolscevichi, dai quali venne espulso nel 1928, era sposato con un’ebrea, Liuba Russakova, ma vide la famiglia di lei venire deportata nei gulag di Stalin. Lui stesso venne internato in un gulag a causa delle sue simpatie trozkiste dal 1933 al 1936, salvo poi venire liberato grazie alla mobilitazione di diversi intellettuali francesi in suo favore.

Giunto in Francia dopo la sua liberazione, Serge iniziò a scrivere contro la crescente diffusione dell’antisemitismo nella società francese, ma in quanto antistalinista venne boicottato ed escluso da gran parte della stampa marxista. Già allora denunciò lo sdoganamento che veniva fatto dell’antisemitismo anche in alcuni giornali di sinistra, poiché considerava un cedimento morale offrire uno spazio nei media a chi cercava di veicolare idee razziste.

Il volume in questione racchiude diversi suoi saggi e articoli usciti su varie testate, e in particolare sul quotidiano socialista belga La Wallonie. Dovette cercare un datore di lavoro in Belgio proprio perché in Francia nessun giornale di sinistra era disposto ad offrirgli uno spazio sufficiente per vivere del suo lavoro giornalistico.

Il testo che da il nome a tutto il libro racconta lo sterminio degli ebrei di Varsavia avvenuto nel luglio 1942. L’autore, che nel 1941 fuggì in Messico dove trascorse in povertà i suoi ultimi anni di vita, lo scrisse nel gennaio 1943, riportando diverse testimonianze di ebrei polacchi trasmesse negli Stati Uniti, e che risultavano essere ancora inedite quando il testo venne pubblicato in francese.

Serge offre delle chiavi di lettura della realtà che, a quasi novant’anni di distanza, oggi risultano più attuali che mai. In particolare, vedendo l’indifferenza di buona parte dell’opinione pubblica difronte al problema dell’antisemitismo, dichiarò “che più l’epoca è buia, più bisogna guardare in faccia le cose con coraggio, chiamarle con il loro nome, compiere il semplice dovere umano nonostante tutto. Il solo fatto di prendere coscienza di un male è l’inizio della vittoria su di esso”.

Victor Serge, Lo sterminio degli ebrei di Varsavia e altri testi sull’antisemitismo, a cura di Jean Rière, traduzione di Cristina Spinoglio, Lindau, pp. 176, 22,00 €.

 

Lo sterminio degli ebrei dell’Europa orientale raccontato in tempo reale da due grandi giornalisti
Era ancora in corso la Seconda Guerra mondiale quando a Vasilij Grossman e Il’ja Ereneburg fu affidato dal Comitato Antifascista Ebraico il compito di raccogliere tutte le testimonianze disponibili sul genocidio degli ebrei sovietici ad opera dei nazisti fra il 1941 e il 1945. Percorrendo Paese per Paese i territori sovietici occupati dai tedeschi, Grossman e Erenburg intervistarono i sopravvissuti e raccolsero diari, scritti, fotografie dei sommersi, dedicando a ogni paese una parte del volume.

L’opera – a cui partecipò anche, fra i numerosi collaboratori, l’illustre poeta yiddish Abraham Sutzkever che, come membro della Organizzazione partigiana unita del ghetto di Vilnius, curò la parte relativa alla Lituania – fu completata nel 1945, ma la censura staliniana la purgò di molte parti che vennero sequestrate e distrutte: fra queste la prefazione di Albert Einstein, nella quale lo scienziato invocava per la prima volta il diritto di ingerenza negli affari interni di un paese per motivi umanitari. Il progetto di pubblicazione fu accantonato e i collaboratori al progetto perseguitati dal regime di Stalin.

È solo grazie alla figlia di Erenburg, Irina, che aveva nascosto una copia del materiale originale, che il testo ha potuto essere pubblicato nella sua interezza (dopo varie edizioni parziali in Usa, Israele, Romania e Ucraina) nel 1994 in Germania, utilizzando un manoscritto del 1945 e le bozze di stampa del ’46 e ’47, corrette a mano probabilmente da Grossman, e ripristinando così l’opera originale.

Oggi Mondadori ripropone nella collana Oscar Storia la traduzione di quell’edizione tedesca de Il Libro Nero, così come l’avevano concepita e scritta i suoi autori dopo un lavoro incessante fatto sul campo.
Un documento assolutamente fondamentale e necessario per capire cosa fu la soluzione finale degli ebrei nell’Est Europa.

Vasilij Grossman, Il’ja Erenburg, Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici. 1941-1945, traduzione Luca Vanni, Mondadori, 936 pp., 30 euro.
I.M.

 

“Fotografare la Shoah”

Chi ci guida nella riflessione su tali fotografie è Laura Fontana con il suo libro Fotografare la Shoah. Comprendere le immagini della distruzione degli ebrei (Einaudi, 2025, pp. 442, € 32,00). Un testo denso, documentato, con un percorso tendenzialmente cronologico e nato dalla constatazione che buona parte di queste fotografie non sono ancora state esaminate e studiate come fonti conoscitive e con il necessario approccio storico. Molte, inoltre, sono state ritrovate addirittura di recente: solo nel 2020 il Museo dell’Olocausto di Washington (che conserva ben 80.000 immagini legate alla Shoah) ha acquisito l’album del vicecomandante del campo di sterminio di Sobibór; e ancora più tardi, nel 2022, lo Yad Vashem di Gerusalemme è entrato in possesso della raccolta fotografica di un nazista che documenta l’ondata di violenza e distruzione contro gli ebrei, le loro case e sinagoghe, nella famigerata Pogromnacht (nota come la “Notte dei Cristalli” del 1938).

Certamente ha avuto un ruolo importante nel far riflettere, conoscere e studiare le immagini della Shoah l’encomiabile mostra fotografica di oltre vent’anni fa, La memoria dei campi, fotografie dei campi di concentramento e di sterminio nazisti (1933-1999) (catalogo Palazzo Magnani-Contrasto, 2002), curata da Clément Chéroux, ricca di varie testimonianze e contributi, tra cui quello del filosofo Georges Didi-Huberman a corredo dai quattro scatti clandestini scattati ad Auschwitz dal Sonderkommando, cui poi dedicherà il libro Immagini malgrado tutto (Raffaello Cortina Editore, 2005).

Laura Fontana, Fotografare la Shoah. Comprendere le immagini della distruzione degli ebrei (Einaudi, 2025, pp. 442, € 32,00
I.M.

 

La storia di coraggio della Brigata Ebraica

Ogni anno, durante le manifestazioni del 25 aprile, il suo contributo viene celebrato con un corteo che però viene puntualmente contestato da chi ne ignora la storia e il significato dei suoi simboli. Più in generale, è poco conosciuta in Italia la storia della Brigata Ebraica, così come il suo contributo alla liberazione della penisola dall’occupazione nazifascista.

Per capire come è nato e si è sviluppato questo corpo di combattenti ebrei, che dalla Palestina sotto il Mandato Britannico sono andati a combattere al fianco delle truppe alleate contro le forze dell’Asse, viene in aiuto il saggio La Brigata ebraica tra guerra e salvataggio dei sopravvissuti alla Shoah (1939-1947) dello storico Stefano Scaletta, milanese emigrato in Israele. Il libro, non a caso, ha origine da tutta una serie di ricerche che l’autore ha svolto tra il Regno Unito e Israele, dove ha vissuto e studiato per due anni nel corso del suo dottorato.

La prima parte del volume racconta le origini della Brigata Ebraica, e in particolare di come questa si formò nel corso di trattative tra i dirigenti del movimento sionista nella Palestina Mandataria e il governo britannico, così come sono nati e si sono sviluppati i primi corpi di combattenti ebrei in seno all’esercito inglese. A ciò si aggiunge il contesto storico in cui si manifestavano le prime ostilità tra la popolazione araba e quella ebraica, nonché i primi rapporti intrattenuti dalla dirigenza sionista con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

La seconda parte riguarda la partecipazione dei combattenti volontari ebrei alle campagne militari alleate in Nordafrica, nonché la formazione ufficiale nel 1944 della Brigata Ebraica, che di lì a poco sarebbe sbarcata in Italia al fianco degli Alleati.

Infine, la terza parte racconta le attività dei volontari della Brigata Ebraica nel dopoguerra, dalla loro partecipazione alla ricostruzione dell’Italia dopo la Liberazione al loro trasferimento in Olanda, Belgio e infine nel nord Europa. Alla fine, si giunge al traffico d’armi messo in atto dai volontari ebrei che sarebbe servito ad armare i movimenti sionisti come l’Haganah in vista dell’indipendenza del futuro Stato d’Israele.

Con uno stile adatto alla divulgazione storica e una scrupolosa attenzione alle fonti d’archivio, il libro di Scaletta aiuta il lettore a capire cos’era davvero la Brigata Ebraica, e quali ideali animavano i suoi membri.

Stefano Scaletta, La Brigata ebraica tra guerra e salvataggio dei sopravvissuti alla Shoah (1939-1947), Zamorani, pp. 250, 32,00 €.

“Caso per caso. Una storia sociale delle discriminazioni razziali (1938-1943)”

Quando, nel 1938, con la promulgazione delle Leggi Razziali gli ebrei italiani vennero privati dei loro diritti civili, non tutti subirono esattamente lo stesso trattamento. In taluni casi, ci furono ebrei che cercarono di fare appello a delle clausole nella speranza che gli venisse risparmiata la privazione dei loro diritti. È quello che ha cercato di approfondire nel suo libro Caso per caso la storica Enrica Asquer, docente di storia contemporanea all’Università di Genova, che attraverso lo studio di un’ampia documentazione d’archivio ha analizzato diversi episodi avvenuti in particolare a Milano. Vengono presi in esame diversi casi di ebrei che speravano in un trattamento di favore perché avevano servito nell’esercito e combattuto nella Prima Guerra Mondiale, oppure perché avevano militato nel Partito Fascista sin dagli albori. Così come viene spiegata la differenza di trattamento tra ebrei italiani ed ebrei stranieri. Un testo necessario per comprendere ciò che è stato.

Enrica Asquer, Caso per caso. Una storia sociale delle discriminazioni razziali (1938-1943), Viella, pp.292, 28

 

I segreti dietro all’Angelo della Morte

Chi era l’”Angelo della morte”? Quali segreti si nascondono nella vita di uno dei personaggi più crudeli di tutti i tempi? Quali meccanismi tortuosi della personalità lo portarono a dichiarare che non capiva cosa ci fosse stato di male nel suo operato? Questa biografia, la prima che ricostruisce tutta la terrificante vicenda umana e professionale del medico SS più famigerato, ripercorre l’infanzia a Günzburg, la promettente carriera di ricercatore e antropologo, l’incontro con la futura moglie e il matrimonio: una prima fase orientata alla vita, durante la quale nulla lasciava immaginare il mostro che Josef sarebbe diventato. Poi, la svolta, che trova il suo culmine nel maggio del 1943, quando il dottor Mengele viene trasferito ad Auschwitz-Birkenau. Piegando la scienza alle aberrazioni dell’ideologia nazista, metterà in atto esperimenti atroci e spesso letali sui prigionieri. Con un incredibile lavoro basato su studi approfonditi, documenti inediti, testimonianze dirette e tanta ricerca sul campo, recandosi in tutti i luoghi dove Mengele è stato, Bruno Halioua delinea il ritratto agghiacciante dell’uomo dietro al personaggio e pone interrogativi terribili e necessari. Mengele non risponderà mai delle sue azioni (morirà nel 1979 in Sudamerica, impunito, annegando in mare), ma questo libro esemplare ci aiuta a non dimenticarle.

Bruno Halioua, Mengele. Il medico e il carnefice, Giunti Editore, pp. 432, 17,90 euro

 

Criminali o uomini banali? Nuove evidenze su chi erano i complici di Hitler

Chi erano i nazisti? Da chi era composto l’entourage di Hitler? Erano dei criminali e degli psicopatici coloro che negli anni Trenta salirono ai vertici del – le istituzioni della società tedesca? Fu la loro innata malvagità o piuttosto l’ambizione, l’opportunismo, la brama di potere a fare di loro gli artefici di un regime sanguinario? Sono queste le domande al centro del nuovo libro di Richard J. Evans, tra i maggiori storici della Germania nazista. Domande alle quali Evans risponde attingendo alle più recenti evidenze storiografiche, in un’accurata ana – lisi che ricostruisce i profili di leader, funzionari, propagandisti e collaboratori comuni che aiutarono il Führer in molteplici modi. Tra quanti resero possibile la dittatura, la guerra, la persecuzione delle minoranze e il genocidio degli ebrei, molti infatti provenivano da ambienti borghesi, condividevano la cultura e i valori di un mondo segnato dal nazionalismo e dal conservatorismo, e quasi tutti avevano in comune l’esperienza scioccante di una brusca perdita di status e di riconoscimento sociale. Hitler offrì loro una via d’uscita dalla frustrazione e dall’insignificanza, attraverso l’appartenenza alla Volksgemeinschaft, la comunità nazionale basata sulla razza e sull’etnia. Tanto bastò per tacitare il loro senso morale e per trasformarli in pianificatori ed esecutori di crimini spaventosi. Una parabola, del resto, non troppo diversa da quella della maggior parte della popolazione tedesca, che tra propaganda e coercizione, tra consenso e violenza, per quasi un decennio non fece mancare la propria adesione al regime, il più delle volte distogliendo lo sguardo dalle atrocità che venivano commesse sotto i suoi occhi. Da Hermann Göring a Joseph Goebbels, da Heinrich Himmler ad Albert Speer, da Adolf Eichmann a Leni Riefenstahl, Evans ricostruisce poi le vicende e le personalità degli uomini più vicini al Führer, gettando una luce nuova sulle motivazioni che li spinsero a servire il regime.

Richard J. Evans, I complici di Hitler – Gli aiutanti e i carnefici del Terzo Reich, trad. Aldo Picctao, Mondaori, pp. 664, 35 euro

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RAGAZZI

 

Se le scarpe di un Giusto potessero parlare …

a storia di Lorenzo Perrone, il muradur (muratore) piemontese che, come racconta Primo Levi in Se questo è un uomo, ad Auschwitz per sei mesi di sua spontanea volontà gli portò la zuppa calda – rischiando ogni giorno di essere scoperto, e salvando letteralmente la vita di Primo e del suo amico Alberto Dalla Volta – viene ora raccontata a un pubblico giovane dallo storico Carlo Greppi attraverso una prospettiva inedita: quella delle scarpe di Lorenzo.

In questo libro Greppi torna sulla storia di questo Giusto tra le nazioni, che aveva già approfondito in un altro bellissimo testo intitolato Un uomo di poche parole. Storia di Lorenzo che salvò Primo (edito da Laterza), stavolta scegliendo di parlare agli adulti di domani. Attraverso il punto di vista originale del narratore – le scarpe – vediamo Lorenzo nel campo di “Suiss” (come lui chiamava Auschwitz), dove incontra Primo alla Buna, l’industria di chimica dove lavorano entrambi, e dove comincia un rapporto silenzioso ma profondo, fatto di umanità e coraggio in un microcosmo in cui regnano odio e paura. Il racconto copre anche il dopoguerra, con il ritorno di Lorenzo a piedi in Italia e la visita alla famiglia di Primo, che lui aveva lasciato malato nel campo e che per questo, era convinto, non sarebbe tornato vivo.

E poi il ritorno nella sua Fossano, dove Primo va a trovarlo. Lorenzo “Era ancora più silenzioso del solito: Primo trovò un uomo distrutto, a cui la vita non interessava più”. Nelle visite che seguirono Primo cerca di aiutare il suo amico, che non trova più la forza di vivere in un mondo che ha prodotto Auschwitz. E scopre solo allora che Lorenzo ha aiutato altri “schiavi” nel campo: “perché credeva che ciò che conta è fare del bene, non vantarsene”. Come si addice a un vero Giusto. Ad arricchire i testi le delicate illustrazioni di Paolo Castaldi, che rendono fruibile a un pubblico giovane una delle pagine più buie della storia contemporanea.

Carlo GreppiLe scarpe di Lorenzo. Storia dell’uomo che salvò Primo Levi, illustrazioni di Paolo Castaldi, Rizzoli, pp. 144, 17 euro

I.M.

 

“Donna di pace. Sconfiggere l’odio e costruire la speranza”

«Cari ragazzi, il vostro domani non fatelo assomigliare a un futuro qualsiasi. Ma siate voi a scegliere. Prendetevi sempre questa meravigliosa responsabilità. Il diritto e il dovere di decidere da che parte stare».

È il messaggio più forte del nuovo libro della senatrice Liliana Segre e Daniela Palumbo, destinato a un pubblico di giovanissimi. Con parole chiare, Segre ripercorre la sua storia di discriminazione e deportazione, e la sua scelta precisa di non cedere all’odio – fatta durante la marcia della morte – e di testimoniare, da 30 anni, al servizio dei valori della pace. Un testo tenero e profondo come l’abbraccio di una nonna. Soprattutto unappello ai giovani a coltivare l’amore e la pace.

Liliana Segre con Daniela Palumbo, Donna di pace. Sconfiggere l’odio e costruire la speranza, Illustraz. di Irene Fioretti. Piemme, pp. 96, 16,00 euro. (dai 6 anni).

I.M

 

Lia levi e Simone Calderoni, Il sentiero delle pietre blu

Loredana e Lorei, due bambine nel vortice della grande Storia

Due storie, due destini paralleli: quello di Loredana, una bambina nell’Italia delle Leggi razziali fasciste, che la rendono diversa, la costringono a fuggire e a lasciare l’amica di sempre, la scuola, tutto il suo mondo; e poi c’è il destino di Lorei, vissuta in un altro tempo e in un altro luogo, in un mondo primitivo e lontanissimo, nel periodo Neolitico, all’alba della Terra, ma anche Lorei ugualmente alle prese con un nemico mortale da combattere. Un sentiero dalle pietre blu, in mezzo ai pericoli del bosco, sarà quello che le salverà entrambe, un sentiero indicherà loro la strada verso la libertà, purché sia condiviso con altri ragazzi. Una corsa nel buio per salvarsi, perché “o siamo liberi tutti insieme o saremo schiavi da soli”. In ogni tempo e in ogni epoca c’è sempre un sentiero azzurro che se percorso non farà altro che unire le persone, un sentiero che attraversando la foresta oscura porta alla libertà e alla vita.

Loredana e Emilia sono due amiche, giocano, studiano, vanno a scuola e adorano la maestra Casaletti…, fino al momento in cui tutto cambia e precipita e la piccola Loredana, in piena Seconda guerra mondiale,  si ritrova sui monti insieme ai partigiani… E poi c’è la storia di Lorei che vive in un mondo primigenio, bellissimo e incontaminato (che somiglia un po’ al mondo splendente del film Avatar), dove tutto è incontaminato, ci sono cinque tribù che si osteggiano l’una con l’altra, che non parlano la stessa lingua, ogni clan con le sue peculiarità, le sue bravure e i suoi difetti.

Un libro per ragazzi (dai 10 anni in su) scritto a quattro mani da Lia Levi e Simone Calderoni, nonna e nipote, per immaginare epoche vicine e lontane, vicende di pericoli e speranze oggi attualissime.

Lia Levi, Simone Calderoni, Il sentiero di pietre blu, illustrazioni Carla Manea, Il Battello a Vapore, pp.185, 16,50 euro

Fiona Diwan

 

“La storia di Clara”

La vita di Clara narrata a più voci: ogni capitolo, una parte della sua storia raccontata in prima persona da chi l’ha aiutata e protetta, questa neonata abbandonata in una cesta, nell’ascensore di un palazzo di Parigi. Chi è? E perché è stata lasciata sola? Quasi come in una filastrocca,  una vecchia signora la prende con sé, poi la lascia alla suora di un convento che a sua volta la affida a un cugino che vive in campagna. E poi c’è il Crucco, poi Albert, poi la strega…

Sono anni di guerra e la piccola ebrea Clara finisce nelle mani di un tedesco, che la lascia vicino a una croce, dove la trova un partigiano, che la porta da una strega buona… Nessuno può tenere la bambina con sé troppo a lungo, ma tutti fanno il possibile per proteggerla.

Un libro delicato e ricco di colpi di scena, che racconta una storia universale, perché, “chi salva una vita salva il mondo intero”. Belle illustrazioni arricchiscono un piccolo libro delicato e poetico.

Vincent Cuvellier, La storia di Clara, illustrazioni di Charles Dutertre, trad. Irene Scarpati e Roberto Alessandrini, editore Bianconero, pp. 80, euro 15,00

 

Una storia di amicizia nella Danimarca invasa dai nazisti

Ispirata a eventi reali, l’autrice propone una storia di amicizia e coraggio nel tempi più bui del 900 in Europa, con l’intenzione di coinvolgere negli eventi i bambini che possono facilmente identificarsi e empatizzare con la protagonista. Annemarie vive con i genitori e la sorellina minore a Copenaghen. La sua esistenza scorre tranquilla fino a che la città non si riempie di soldati e i genitori della sua migliore amica, Ellen, sono costretti a fuggire. È il 1943 e anche la Danimarca comincia a conoscere la persecuzione degli Ebrei. Aiutare Ellen e la sua famiglia diventa per Annemarie un’avventura fatta di missioni pericolose ma anche di piccoli gesti di solidarietà preziosi come perle. E.M.

Lois Lowri, Conta le stelle,  trad. Simona Brogli,  Mondadori, pp. 178, euro 17,00 (dagli 11 anni)
Ricordi della Shoah negli occhi di un bambino 
Nando Tagliacozzo è venuto al mondo da un solo giorno, quando il 14 dicembre 1938 la madre riceve una lettera di licenziamento dalla scuola. La sua infanzia si confronta da subito con la crudeltà del fascismo, che ha stabilito che gli ebrei sono “nemici della patria”. Nonostante le improvvise limitazioni, la famiglia Tagliacozzo reagisce rimanendo unita, affrontando le discriminazioni e il clima di guerra. Fino all’alba del 16 ottobre 1943, quando una squadra tedesca irrompe nel loro palazzo, a Roma. Non bussa alla porta del loro appartamento, ma a quella della nonna, sullo stesso pianerottolo. Ada, la sorellina di otto anni, la nonna e lo zio vengono portati via, per non fare più ritorno. Nando è troppo piccolo per capire, ma da quel momento la sua vita si popola di paure senza nome, e dimenticare sembra l’unica soluzione per sopravvivere. Fino a quando sarà un’altra bambina, che di Ada ha gli occhi scuri e vivaci, a sbloccare la sua memoria. Nando Tagliacozzo, uno dei sopravvissuti al rastrellamento nazista avvenuto a Roma il 16 ottobre del 1943, firma con Marco Caviglia, storico della Fondazione Museo della Shoah, un libro per ragazze e ragazzi ispirato alla sua storia: Stelle nascoste – La Shoah nei ricordi di un bambino. Consigliato dai 9 anni.
E se il nazismo avesse conquistato gli Usa? Un viaggio nel tempo

Un’avventura “dal ritmo serrato e cinematografico”, scritta a quattro mani dall’autrice bestseller Ann Brashares e dal fratello Ben. Per Rizzoli il 20 gennaio esce I ragazzi del tempo (consigliato dagli 11 anni). Al centro della storia troviamo Henry, Frances e Lukas che, da un giorno all’altro, si ritrovano in una società governata dai nazisti. La Germania, in questo mondo alternativo, ha vinto la Seconda guerra mondiale, ed eccone le conseguenze. Ma come uscire da un tale incubo? Come riportare il mondo sui binari della Storia? La chiave sta forse in una vecchia radio che i tre ragazzi hanno scoperto tempo prima, seppellita nel giardino di Henry… Dagli 11 anni

Ann Brashares, Ben Brashares, I ragazzi nel tempo, trad. Bérénice Capatti, Rizzoli, pp. 448, 17 euro

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NARRATIVA

Quando le domande di un’estranea fanno rimergere una verità dolorosa

Solo in casa Isabel si sente protetta. Lì, da bimba, ha potuto giocare felice, al riparo dai bombardamenti. Ancora oggi, vent’anni dopo, quei muri la difendono. Saldi e immobili, come lei. Per questo tutto deve essere in ordine: le posate allineate, le stoviglie lucidate, il giardino senza erbacce. Un mattino, però, Isabel trova la scheggia di un piatto di porcellana. La prima incrinatura in un mondo perfetto, a cui ne segue presto una seconda, ben più grave. Quel giorno, si presenta sulla soglia di casa Eva, la nuova fidanzata del fratello, che Isabel è costretta a ospitare per qualche tempo. Eva è l’estranea. Ha i capelli ossigenati tagliati troppo alla moda, un rossetto rosso troppo audace. Soprattutto, è troppo piena di vita e di entusiasmo, che riversa nelle stanze in cui echeggiano passi di danza e risate. Nulla è più immobile come prima. Eva ruba il silenzio – o, forse, lo sta dissipando. Mentre fuori la primavera tarda a mostrarsi, Isabel sente sciogliersi un nodo nel petto. Non solo. Sente anche una pulsione, una gravità ineluttabile, che la spinge, suo malgrado, verso Eva. Eppure, qualcosa le dice di rimanere vigile. Perché Eva fa molte domande. Forse la sua non è solo curiosità. Forse c’è un segreto in quelle mura, un segreto che non appartiene a Isabel. Appartiene alla casa stessa, a pareti che non sono permeate di silenzio bensì di grida disperate e mai sopite.

Uno dei casi editoriali più eclatanti degli ultimi anni. Venduto in 25 paesi, in cima a tutte le classifiche internazionali, è nominato libro dell’anno da numerose testate e finalista di innumerevoli premi, tra cui il Booker Prize, e ha vinto il Women’s Fiction Prize.

Yael van der Wouden, Estranea, trad. Roberta Scarabelli, Garzanti, 272 pp., 18 euro

 

 

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POESIA

Noi, i salvati

“Non sono mie queste poesie. Vengono da voci raccolte, recuperate, usurpate. I loro autori sono sopravvissuti, salvati, rivissuti… Io sono soltanto in ascolto nell’incavo del loro dolore, della loro memoria”. Poesie che sono spazi bianchi nel bianco, testimonianze di un “esilio dalla vita”, scaturite dai frammenti di testimonianze raccolte nelle registrazioni della Shoah Foundation di Spielberg e ascoltate dopo, voci di ebrei arrivati in Venezuela dopo la deportazione e i lager nazisti. A parlare così, nell’introduzione al suo libro di poesie Noi, i salvati, è Jacqueline Goldberg, scrittrice, poetessa, saggista venezuelana figlia di scampati alla Shoah, qui alle prese con quella che lei stessa chiama “poesia documentale”, ovvero una scrittura che “annoda i fili sottili della letteratura e del giornalismo” e che “nel farsi documento si disfa, si reinventa, si rimodula”, diventa collage, rottura, voci dal basso… Memoria che scivola via come scaglie, schegge testimoniali trasformate in versi che trafiggono e interrogano il lettore sull’esilio dalla vita, esilio a cui spesso si riduce la condizione ultima del sopravvissuto.

Un libro che è “una coraggiosa declinazione della memorialistica della Shoah”, tratto da racconti in prima persona e “versificando le parole dei superstiti con il proposito di darci un’altra idea dell’offesa subita e farne nuovamente cosa viva”, spiega il curatore Flavio Fiorani. Un’operazione ardita e spregiudicata quella della poetessa Goldberg, che fa ricorso a una parola restituita, strappata all’intento commemorativo e consegnata al tempo dell’oggi. Una poesia documentale, spiega Fiorani, “che interroga il groviglio esistenziale del sopravvissuto con un’estetica che traduce il ricordo in scrittura letteraria”. Ecco alcuni esempi.

Robert Frank: I cadaveri si accumulavano./ Ti lavavi il viso / e accanto avevi una catasta di cento morti / Dovevamo aiutarli a metterli sul camion, / caricarli come fossero legname, / un mucchio di roba informe. /Avevo quattordici anni. / La morte non era grave.

Nusia Wacher in Wacher: Abbiamo sentito le grida dei vicini / li stavano portando via. / Dopo è seguito un silenzio di tomba. / Nella notte siamo usciti / – tutto era trasparente – / di corsa per i campi innevati. / Avevamo paura / perfino della nostra ombra.

Sonia Tress in Gruszka: Ci portavano/ alla fossa in cui dovevamo morire. / Ero furiosa, / volevo solo vivere. / A mia madre dicevo cose orribili: / «guarda quell’uccellino che vivrà un giorno di più», /«guarda quella bambina come è felice, invece io dovrò morire», / E imprecavo: /«perché mi hai messo al mondo?».

Jacqueline Goldberg, Noi, i salvati, a cura di Flavio Fiorani, Valigie rosse, pp 172, 16,00 euro